Torino dopo lo sgombero di Askatasuna
Sicurezza, politica e gentrificazione.
di Marco Patruno
La sineddoche è una figura retorica tra le più note e utilizzate nella scrittura. Uno dei suoi utilizzi più comuni prevede l’utilizzo di una parola per indicare un significato più ampio, una parte per il tutto. In alcuni casi con i nostri ragionamenti non è possibile abbracciare tutto l’orizzonte che ci è davanti. Troppe informazioni, troppi contesti da decifrare, troppe versioni di troppi fatti diversi. Per fare economia delle nostre energie mentali decidiamo di trascurare alcune cose e dare importanza ad altre. Ci sono poi casi molto particolari, punti dove si addensano e accumulano vicende, personaggi e significati che permettono anche solo per un istante di comprendere dinamiche enormi, in maniera profonda, cristallina. Quella parte che spiega il tutto.
Nelle vicende degli ultimi mesi, questa parte è un quartiere di una città del Nord-Ovest d’Italia. Il quartiere di Vanchiglia, situato nel quadrante orientale di Torino. Vanchiglia ha una forma triangolare. Il fiume Po lo chiude a est, mentre Corso San Maurizio e Corso Regina Margherita lo delimitano sui lati rimanenti, incontrandosi al Rondò Rivella, vertice di questo triangolo immaginario. Proprio su Corso Regina Margherita, al civico 47 sorge lo spazio Askatasuna.
Askatasuna e Vanchiglia: cronaca e significato dello sgombero
Centro sociale occupato nel 1996, da sempre divisivo. Nell’escalation delle parole ormai senza freni dei suoi avversari, questo sarebbe un covo di terroristi che vorrebbero assaltare lo Stato. Per altri, il palazzo dove portare i figli per farli giocare nel giardino che ospita. Difatti Askatasuna in quartiere è al centro di un polo didattico dove sono presenti scuole praticamente di ogni grado. O meglio era.
Perché il 18 Dicembre del 2025 il centro sociale è stato sgomberato. Non una data qualsiasi. Difatti proprio il 18 dicembre di 103 anni prima, nel 1922, ebbe inizio quella che è rimasta alla storia come “La strage di Torino”. Due giorni di attacchi fascisti a circoli operai e alla camera del lavoro cittadina che reclamarono la vita di 11 militanti antifascisti.
Askatasuna o Aska, al momento dello sgombero, era al centro di un percorso di legalizzazione che lo avrebbe reso un bene comune a disposizione della città. Un percorso travagliato, gestito da un gruppo di intermediari che fungevano da diaframma tra lo spazio occupato e lo spazio istituzionale. Un esperimento morto ancor prima di nascere, visto il venir meno del Comune che ha cessato l’accordo, dando il via libera alla questura che ha sgomberato il centro e militarizzato il quartiere. Sospettiamo anche con un certo piacere, vista la foga con cui sono state strappate le gigantografie di Dante di Nanni e degli altri partigiani che erano appese alle finestre dell’ormai ex-centro sociale.
Lo sgombero di Askatasuna, oltre a mostrarci l’avanguardia della repressione in Italia, ci dice qualcosa anche delle dinamiche elettorali del capoluogo piemontese. Le elezioni sono imminenti nella città definita “capitale dell’eversione” e la destra non vede l’ora di entrare in forze. Una campagna elettorale fatta sulla pelle delle persone che aveva già visto un primo eclatante passo con il rapimento di Mohamed Shahin. Figura di spicco della comunità musulmana del capoluogo piemontese, in prima linea nella mobilitazione per la Palestina fin dal 2023, Shahin è stato arrestato e poi portato nel CPR di Caltanissetta con un decreto di espulsione firmato direttamente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Provvedimento che è stato poi respinto dalla Corte d’appello della città siciliana, dal momento che Shahin gode di asilo politico in quanto dissidente nel suo paese natale, l’Egitto.
Proprio il caso di Shahin, esprime una delle ossessioni della destra nostrana. La saldatura tra le avanguardie politiche della comunità musulmana e la sinistra extra-parlamentare. Decine di articoli, dichiarazioni e post social parlano della convergenza tra queste due parti, sorta sul terreno delle manifestazioni contro il genocidio in Palestina.
Paranoia ulteriormente alimentata dagli arresti in pompa magna di alcuni attivisti della rete dei palestinesi in diaspora, tra cui Mohammad Hannoun, presidente dell’associazione palestinesi d’Italia.
Nell’immaginario popolare, stampa e politica disegnano il contorno di queste nuove figure: gli islamo-marxisti, che con una mano vorrebbero demolire i valori occidentali, e con l’altra instaurare la dittatura del proletariato. In maniera alquanto paradossale, viene riciclata una delle più grandi montature antisemite della storia: quella della congiura giudeo-bolscevica. Solo che oggi i musulmani hanno sostituito gli ebrei nell’alleanza con i “rossi”. Questa macchinazione aggiunge un pezzo al tutto di cui Torino ci racconta. Perché la Palestina e le proteste contro il genocidio sono state state il vettore che ha radicalizzato gli organi preposti all’ordine pubblico.
Torino laboratorio della repressione
Se torniamo a posare il nostro sguardo su Vanchiglia, sembrerebbe che le pratiche più inquietanti di controllo sociale e repressione del dissenso ideate dall’Occidente e perfezionate in Israele, ora stiano tornando a casa e in Italia si colorino di una loro specificità. Quel boomerang imperiale definito per primo dal poeta e politico martiricano Aimé Césaire e rispolverato dal premio Pulitzer Chris Hedges in relazione agli omicidi dei manifestanti a Minneapolis per mano dell’ICE. Anche a Torino, col crescere della repressione nei confronti del movimento che per due anni ha manifestato contro il genocidio, aumentano - con le dovute proporzioni - le similitudini con lo stato genocida israeliano. In primis, i checkpoint, la negazione della libertà di movimento in aree designate.
In una qualunque sera nei pressi dell’ex-centro sociale non ci sono mai meno di quattro camionette che chiudono gli ingressi delle vie nei pressi del centro sociale, in alcuni casi respingendo anche ignari passanti o residenti.
Dopodiché vediamo l’importazione di una pratica molto comune in Israele, forse una delle più infami: la criminalizzazione dei minorenni.
Come accaduto ad alcuni studenti del Liceo Einstein di Torino che si sono ritrovati agli arresti domiciliari per fatti legati sia alla contestazione contro un volantinaggio fascista davanti scuola, che per i disordini della manifestazione contro il governo del 14 novembre 2025. Studenti a cui sono stati negati i permessi per garantire la frequenza delle lezioni. Uno sfregio al diritto allo studio che sembra essere un bersaglio prediletto della questura torinese.
Come avvenuto proprio quel fatidico 18 dicembre 2025, in cui sono state chiuse senza preavviso le scuole nei pressi del centro sociale. Una negazione del diritto allo studio anche contro bambini piccoli o piccolissimi, visto che parliamo di scuole primarie e dell’infanzia. Alla ripresa delle lezioni, al termine delle vacanze di Natale, la scuola è ricominciata e le famiglie hanno potuto riaccompagnare i propri figli a lezione. Previo controllo dei documenti, si intende. Infatti, nei primi giorni l’accesso era contingentato da polizia e carabinieri.
Come denunciato da una lettera del comitato dei genitori dell’Istituto comprensivo “Gino Strada”, in cui spiegano che
l’ingresso quotidiano a scuola «circondati da forze dell'ordine potrebbe compromettere la tranquillità dei bambini e creare un clima di terrore e paura».
Il comitato dei genitori prosegue chiarendo che «i nostri figli hanno il diritto di vivere il proprio quartiere con serenità, senza dover assistere a scenari che ricordano un clima di guerra, tra schieramenti di forze dell'ordine e barricate». Un comunicato che ha trovato dura risposta nelle parole del segretario provinciale torinese del sindacato di polizia Fsp Luca Pantanella che rispedisce al mittente le «ridicole accuse rivolte al governo e alla polizia», dicendo anche che i genitori invece dovrebbero essere grati alle forze dell’ordine e poi raccontare ai loro figli «che il 18 dicembre 2025 il bene ha vinto contro il male assoluto». Nelle parole piene di rancore di Pantanella è possibile scorgere quel pericoloso salto di qualità per cui l’ordine pubblico assume contorni etici e morali. Askatasuna è il male assoluto.
Non più persone, ma macchine programmate per minare lo Stato dalle fondamenta. Un modo disumanizzante di raccontare chi si identifica come nemico che ricorda sinistramente molte dichiarazioni di politici israeliani quando si riferiscono ai palestinesi. Naturalmente non sono situazioni comparabili, ma la radice disumanizzante è la stessa.
Quando la politica viene sostituita dall’etica, non c’è più conflitto ma solo volontà di annientamento. Perché se qualcosa è «il male assoluto», l’unica cosa che merita è essere cancellata con la violenza che solo il male può meritarsi.
Ma il sindacato di polizia è sicuramente in buona compagnia nell’indicare Askatasuna come un male da estirpare dal cuore della città. Difatti, Torino mostra una peculiarità tutta sabauda per cui coloro che guardano con maggiore livore all’esperienza del centro sociale in Vanchiglia è quell’area democratica progressista i cui riferimenti sono saldamente collocati nel PD cittadino. Un’area composta da quello strato di borghesia cittadina che da secoli giurano fedeltà cieca alla famiglia che tiene le fila del potere a Torino: prima i Savoia e poi gli Agnelli-Elkann. Una borghesia mansueta e benpensante motore di tutte le benevole iniziative per far ripartire Torino, dopo il lutto - ancora non digerito - della deindustrializzazione. Un’area politica divisa da una vera e propria faglia dall’anima più radicale che anima da sempre le lotte torinesi. Area che in alcuni casi si materializza e, con fare paternalista, cerca di riportare sulla retta via chi sbaglia - sempre chi sta peggio di loro, naturalmente. L’episodio forse più ricordato è la «marcia dei 40.000», svoltasi nel 1980. Più che un corteo una sfilata di quadri e impiegati FIAT con una richiesta precisa. Verso i dirigenti? Macché, la richiesta era agli operai: cessazione dello sciopero e ripresa della produzione.
A distanza di 45 anni questa tensione verso le classi sociali inferiori non scompare, ma si colora del becero paternalismo che usa parole come «decoro», «vivibilità», «partecipazione», «dialogo» e tutte le altre formule della «repressione gentile» animata dalle migliori intenzioni.
Gentrificazione e nuova governance urbana a Torino
In contemporanea allo sgombero di Askatasuna avveniva un’autocelebrazione di questa classe dirigente durante un evento organizzato da La Stampa, da sempre megafono della borghesia agnellina. Una celebrazione dell’unanimità imperante - raccontata da Francesco Migliaccio in un articolo per Monitor - che ha riunito fondazioni bancarie, intellettuali, imprenditori, istituti culturali e politici. Naturalmente nel segno della «difesa della democrazia». Mentre gli idranti colpivano chi era sceso in Corso Regina Margherita a protestare contro lo sgombero.
Un’occasione di ritrovo per la classe dirigente che progetta il futuro di Torino nel segno delle tre P: policentrica, politecnica e pirotecnica, come sostenuto da Silvano Belligni e Stefania Ravazzi nel loro libro sulle coalizioni che guidano la crescita in città.
Sacerdote della Torino pirotecnica, tutta grandi eventi e aperitivi in centro è sicuramente Paolo Verri. Manager della cultura specializzato in grandi eventi, direttore prima del Salone del Libro, e poi dirigente responsabile delle Olimpiadi invernali del 2006 nel capoluogo piemontese.
Più di recente è stato il responsabile del dossier che ha portato alla candidatura - poi vinta - di Matera come Capitale europea della Cultura 2019. Ed è proprio questa esperienza che Verri vorrebbe riportare a “casa propria”. Una candidatura per l’anno 2033, che dietro le retorica entusiasta della rigenerazione nasconde un progetto che si faccia ariete della gentrificazione per “piallare” i quartieri di Aurora e Borgo Dora. Dopo il Quadrilatero Romano negli anni ‘90 e San Salvario negli anni ‘10 del 2000, Torino Nord è la nuova frontiera della gentrificazione.
Verri ha espresso la sua fiducia nel buon esito della candidatura in un articolo apparso il 7 gennaio su La Stampa, in cui descrive quanto importante sarebbe questa nomina. In un profluvio di neo-lingua da operatore culturale, dove parla in maniera sparsa di partecipazione, sperimentazione culturale e della centralità di Torino come incubatore «della cultura della propria nazione, al servizio dell’Europa», Verri trova il tempo di spendere due parole sullo sgombero di Askatasuna. Dopo aver parlato della possibilità di lasciar progettare alcune aree della città a «giovani fuori dalle istituzioni» e della necessità di chiudere «il diverbio con la valle di Susa sulla Tav», afferma che «i fatti di Askatasuna e del quartiere Vanchiglia non riguardano la sicurezza, ma la cultura»; con l’auspicio di rimarginare le due parti di città - chi si prende l’acqua degli idranti e chi si applaude allo specchio senza riuscire a posare gli occhi su qualcosa di diverso dal privilegio in cui sguazza. Siamo qui di fronte al manifesto del paternalismo liberale.
Chi occupava Askatasuna e i loro solidali non sono cattivi - come per il sindacato di polizia -, ma selvaggi non ancora sfiorati dal tocco taumaturgico della cultura che rigenera le città e gli animi. Una posizione che riveste di velluto i manganelli che picchiano, credendo di attutire i colpi.
Oggi Vanchiglia è la sineddoche del mondo occidentale: contagiato da una pratica di governo che da Torino a Minneapolis prova a schiacciare il dissenso. Che progetta un mondo dove potrà star bene solo chi «pensa ai fatti suoi» e non si lamenta. Altrimenti, lo aspettano la repressione o l’espulsione dal posto in cui abita. Da capire se per uno sgombero della polizia o per far spazio all’ennesimo grande evento.