Le origini del capitalismo. Una storia di espropriazione e crisi climatica.

di Paola Imperatore

Le origini del capitalismo

Il crescente impoverimento sociale, l’allargamento della forbice sociale tra super ricchi e una fetta sempre più larga di poveri, le guerre in tutto il mondo, portano oggi molte persone ad ammettere che la globalizzazione capitalista ha generato povertà e disagio. Eppure, è ampiamente diffusa l’idea che il capitalismo abbia portato – nel corso della sua storia – progresso e abbondanza, diritti e democrazia. 

Si dice che là dove vi era penuria, il capitalismo abbia generato abbondanza. Che dove non vi era accesso all’acqua o all’energia, il capitalismo li abbia portati. Si sostiene che lo sviluppo capitalistico abbia fatto avanzare con sé la sfera dei diritti e la democrazia. Va da sé, che in un mondo che cresce demograficamente e in cui le risorse naturali sono finite, solo il capitalismo può superare la trappola demografica grazie alla sua capacità di aumentare la produttività, ovvero la quantità di valore prodotto da una medesima quantità di risorse e di tempo attraverso la tecnologia. Queste narrazioni dominanti contribuiscono a delineare un racconto sulle origini del capitalismo come processo necessario e progressivo. Il capitalismo sarebbe dunque un sistema complessivamente positivo per l’umanità e persino più efficiente da un punto di vista ambientale, tanto da poter affrontare e risolvere la più grande sfida del nostro tempo, ovvero la crisi climatica.

Per questo la ricetta neoliberale viene “proposta” in tutto il mondo attraverso enti come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale affinché sistemi economici, sociali e ambientali diversi possano essere strutturalmente riformati per essere ricondotti nell’ambito dell’economia capitalista, garantendo sviluppo e prosperità. Quella che stiamo vivendo oggi non sarebbe quindi che una parentesi infelice, un momento di crisi di un sistema che complessivamente funziona, ha funzionato e può funzionare bene. 

Eppure, se ricostruiamo le origini del capitalismo, ripercorrendo le tappe più significative di tale sviluppo, non possiamo che imbatterci in una storia di espropriazione e dominio che intreccia violenza ambientale, patriarcale e razziale, dimostrando il modo in cui la logica del capitale si sia imposta distruggendo forme di vita comunitarie ben più avanzate di quanto si creda, o meglio, di quanto la storia ufficiale ci faccia credere.

Capitalismo come sistema socio-ecologico: la prospettiva della world-ecology

Il regime capitalista va considerato come regime sociale e ecologico, come ci propone Jason Moore con il suo concetto di “world-ecology”. Non è possibile analizzare le origini del capitalismo e il suo sviluppo senza tenere conto del modo in cui questo ha trasformato le relazioni socio-ambientali. Come scriveva il sociologo Immanuel Wallerstein, teorico del sistema-mondo a cui Moore si è ispirato, “i fenomeni affrontati sono così strettamente intrecciati che ogni comparto presuppone gli altri, ognuno incide sugli altri, ognuno risulta incomprensibile senza tener conto degli altri”.

Facendo nostra questa prospettiva, possiamo vedere come

il capitalismo, dall’accumulazione primitiva ad oggi, abbia plasmato la natura e la società secondo le proprie esigenze di profitto, costruendo un’economia contro la società e le sue possibilità di riproduzione.

Le enclosures e l’accumulazione primitiva: nascita della disuguaglianza moderna

Ricostruendo le origini del capitalismo agrario, ovvero di quella che conosciamo come accumulazione primitiva, la sociologa e filosofa Silvia Federici evidenzia le trasformazioni sociali, ambientali ed epistemiche apportate dal nuovo ordine sociale, che trova il suo fondamento nella nascita delle enclosures. Le enclosures, ovvero la recinzione delle terre e dei campi, portarono alla privatizzazione di terreni che, sino a quel momento, erano stati comuni, ponendo fine ai diritti consuetudinari e separando i lavoratori (coltivatori) dai loro mezzi di produzione (la terra).

Questa trasformazione impresse una svolta significativa nella società, dando vita ad una casta di proprietari terrieri e una classe di braccianti espulsi dalla terra su cui gravavano affitti esorbitanti e tassazioni insostenibili.

Là dove vi era terra, cibo e legna per tutti, il capitalismo agrario portò una nuova organizzazione che creò abbondanza per pochi e penuria per molti. Federici evidenzia inoltre – nel suo libro “Caccia alle streghe, Guerra alle donne” (Nero Edition, 2020) - l’impatto di questa riorganizzazione dei rapporti sociali sulle donne, che verranno marginalizzate dalla sfera pubblica nel tentativo di relegarle a quella domestica, nonché perseguitate per via della loro opposizione ad un processo che le vedeva private della terra e del lavoro. 

Saranno proprio gli espulsi dalla terra a costituire la manodopera a basso costo – ovvero quella massa di “tagliatori di legna” e “portatori d’acqua” di cui parlano gli storici Peter Linebaugh e Marcus Rediker nel libro “I ribelli dell’Atlantico. La storia perduta di un’utopia libertaria” (Feltrinelli, 2004) - che renderà possibile lo sviluppo del commercio globale. Infatti, questi lavoratori furono impiegati nella produzione di legname per le navi che avrebbero attraversato l’Atlantico, nella creazione di terre coltivabili per le piantagioni, nel trasporto e distribuzione di acqua nelle città e nei porti, e nella fornitura di materiali per costruzioni e commercio. Questa orda di poveri creata dalla privatizzazione delle terre venne immediatamente reimpiegata in condizioni pessime nella catena produttiva, anche per timore che il disagio sociale creato da questa nuova massa di disoccupati potesse trasformarsi in criminalità.

Lo sviluppo del commercio globale trova nelle nuove rotte marittime una possibilità di espansione ma ha il suo cardine nell'economia schiavistica delle piantagioni. La nascita della piantagione segna infatti un salto di qualità nello sviluppo globale delle forze capitalistiche, di cui razzismo e appropriazione della natura ne sono presupposto come evidenzia Karl Marx in “Miseria della filosofia”: “Senza schiavitù non avete cotone, senza cotone non avete industria moderna. È stata la schiavitù a conferire valore alle colonie, le colonie a creare il commercio mondiale, ed è il commercio mondiale la condizione della grande industria”. 

Il sociologo Razmig Keuchayan nel suo libro “La natura è un campo di battaglia. Saggio di Ecologia Politica” (Ombre Corte, 2019) evidenzia come la piantagione schiavista sia stata il perno dell'evoluzione del commercio globale in cui la relazione tra padrone, schiavo e natura si è saldata. Infatti, nella piantagione schiavista si intrecciano tre dimensioni, ovvero: appropriazione della natura da parte delle potenze europee; appropriazione gratuita e forzata della manodopera attraverso la deportazione e schiavizzazione di persone dal continente africano; sfruttamento del lavoro produttivo e riproduttivo delle schiave che svolgevano in duplice ruolo quello di braccianti e di madri per la riproduzione della manodopera che avrebbe mandato avanti la piantagione.

Senza l'economia schiavista della piantagione non sarebbe nato il commercio globale. Quello che viene trionfalmente narrato come scoperta di nuovi traffici e rotte tra le sponde dell’Atlantico, si è fondato sull’appropriazione violenta della natura e dei corpi delle persone razzializzate.

Ancora una volta, il capitalismo generava flussi di denaro e prosperità per pochi, e una violenza inedita e organizzata per molti.

Rivoluzione industriale e capitalismo fossile

La trasformazione che però più ha impresso una svolta al mondo per come lo conosciamo oggi è la rivoluzione industriale, che “ha introdotto nel panorama globale il fattore innovativo del sistema di fabbrica, delle tecnologie delle macchine e dell’offerta produttiva come aspetto predominante”. Come noto, la rivoluzione industriale è legata a doppio filo all'emergere dell'economia fossile, nella misura in cui questa massiccia espansione capitalistica non sarebbe stata possibile senza l'utilizzo intensivo delle fonti fossili e in particolare del carbone a partire dal XIX secolo. 

Lo studioso e militante Andreas Malm ha studiato il rapporto tra energia fossile e sviluppo capitalistico, evidenziando la dipendenza del capitale dal consumo sistematico di fonti fossili in ragione delle quali vengono ciclicamente condotte guerre e genocidi.

L’espansione coloniale, attraverso forme più o meno esplicite e violente di guerra, è ciò che garantisce al capitalismo di accaparrarsi l’energia di cui ha in misura sempre maggiore bisogno.

La curva delle emissioni, che inizia la sua impennata proprio a seguito della rivoluzione industriale, così come il genocidio in Palestina di cui Malm parla nel suo libro “Distruggere la Palestina, distruggere il Pianeta” (Ponte alle Grazie, 2025), non sono che naturali conseguenze di un sistema ossessivamente spinto verso la conquista e lo sfruttamento intensivo. 

Abbiamo davvero guadagnato benessere? Il paradosso contemporaneo

Ecco allora che fanno storcere il naso quelle narrazioni che dipingono il capitalismo come sistema capace di “trasformare quelli che erano i lussi dell’élite di ieri in comodità tanto banali che le persone più umili, oggi, non vi fanno più caso”.

Perché, se è vero che possiamo scegliere tra centinaia di modelli di smartphone o che possiamo ricevere un pacco in un giorno, è altrettanto vero che non abbiamo la sicurezza di un tetto sulla testa, di disporre di acqua non inquinata o che dobbiamo aspettare mesi per una visita medica. 

Se è vero che qualcuno può viaggiare su un SUV euro 6 o scegliere tra più compagnie aeree, è ugualmente vero che un intero popolo è stato condannato a vivere senza terra, acqua, medicinali, case, ospedali, scuole. 

Questo non è successo per via di una falla del sistema capitalista. Questo è il sistema, e lo è sempre stato, sin dalle origini del capitalismo. Un sistema che abbonda di ciò che è superfluo e sottrae ciò che è l’essenziale, ovvero terra, acqua, spazio, tempo, relazioni. Tutto ciò che, in sostanza. consente alla vita individuale e comunitaria di riprodursi e di farlo in modo degno.

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