Possiamo rendere la meditazione uno strumento politico?
Abbiamo tra le mani uno strumento così potente da essere spiazzante.
di Chiara Pedrocchi
“Un tempo, tenevo la porta della stanza della meditazione chiusa (...). Col tempo, ho sentito che la porta chiusa non solo preservava, ma anche separava, escludeva, interrompeva un flusso. E l’ho lasciata sempre aperta, si è creata una corrente tra la vita delle altre stanze e quella stanza vuota e silenziosa. Si sono arricchiti entrambi gli spazi, credo”.
Chandra Livia Candiani
Non fare nulla può essere la forma suprema di lavoro? È la domanda che si è posto Sašo Sedlaček, artista slovacco, ed è alla base del progetto Oblomo, del 2020, che dimostra come anche l’inazione sia capitalizzabile. Il meccanismo è semplice: è basato su una blockchain con una sua propria criptovaluta, e l’intelligenza artificiale diventa la polizia che controlla non si stia facendo nulla se non, al massimo, meditare. Con le criptovalute guadagnate, si possono acquistare dei gadget del progetto Oblomo.
Trarre profitto anche dal proprio bisogno di pace sembra assurdo, ma è ciò che accade ogni giorno in un sistema dove non c’è tempo di prendersi il tempo.
Non c’è spazio per meditare, non c’è tempo di fare yoga, si può arrivare di corsa perché in ritardo per la sessione di mindfulness. La lentezza si trasforma in un obiettivo da raggiungere — e finiamo per stressarci perché non riusciamo a mantenerlo. La domenica resta l’unico spazio per recuperare qualche ora di sonno e tentare di tenere insieme tutto: lavoro, relazioni, vita sociale, salute fisica e mentale, riposo, casa, spesa. Ed è estenuante.
In questo contesto, è sempre più difficile trovare spazi in cui parlare di solitudine o malessere, o gruppi spirituali dove lavorare su ciò che è più astratto e intimo.
In un paese sempre più secolarizzato — con i “praticanti regolari” quasi dimezzati tra il 2002 e il 2022 e i “mai praticanti” raddoppiati, secondo i dati Istat — e dentro un modello neoliberista che trasforma anche la fede in una scelta individuale, flessibile e privatizzata, prende rapidamente piede la cosiddetta spiritualità New Age.
Come evidenziato dai sociologi Nicola Pannofino e Stefania Palmisano, “le definizioni più datate rimarcano e al tempo stesso scherniscono questo atteggiamento creativo: religione fai-da-te (Baerveldt, 1996), religione scegli-e-mischia (Hamilton, 2000), supermercato spirituale (Lyon, 2000) o religione à la carte (Possamai, 2003). Tuttavia (...) il carattere eterogeneo e frammentato della spiritualità ne esce assai ridimensionato se si riconosce in essa la presenza di un denominatore comune, quella che Heelas (1996, 2), nel suo studio sulla New Age, chiama lingua franca. Per questo autore, è la lingua della “spiritualità del sé” che valica confini e accomuna le proposte e le pratiche più disparate del milieu spirituale”.
I culti New Age sono nati perlopiù negli anni ‘60, periodo in cui è più l’istanza spirituale che quella politica a cambiare il mondo. Secondo il sociologo Roy Wallis, alcuni di questi culti rifiutano l’organizzazione del mondo esterno, isolandosi dalla società, mentre altri lo accettano cercando gli strumenti per starci bene, e altri ancora cercano un compromesso tra la società e le istituzioni religiose, che considerano corrotte.
Oggi molte persone sono stanche e tendono a percepire i propri problemi come centrali, dentro un fenomeno che viene definito hypernormalisation:
la normalizzazione di dinamiche molto più grandi di noi, che appaiono lontane o ininfluenti nella vita quotidiana, ma che in realtà ne determinano in modo radicale il corso — e lo faranno sempre di più. Parliamo dei conflitti in corso o sul punto di esplodere, della crisi climatica che fa da sfondo a ogni aspetto dell’esistenza, della crisi economica e dell’allargarsi della forbice tra chi accumula sempre più ricchezza e chi, al contrario, sprofonda nella povertà, tanto a livello locale quanto globale. Se si intrecciano questi dati con quelli della scarsa attivazione politica e dell’astensionismo (nel 2022 è stato tristemente stabilito un nuovo record, con un’affluenza alle elezioni nazionali in Italia del solo 63,9%), il quadro che si configura è quello di una società rassegnata e deresponsabilizzata, che sempre di più delega alle istituzioni, ai mass media e alle leggi di mercato le decisioni che riguardano la propria vita.
All’interno di un contesto segnato dal neoliberismo e da una diffusa dissociazione collettiva, sembra dunque prevalere — tra i filoni individuati da Wallis — quello del rifiuto del mondo.
La sua centralità emerge con chiarezza se si osserva quante persone hanno smesso di leggere la stampa per perdita di fiducia nell’informazione, quante non scendono più in piazza perché convinte che la rivolta — e la repressione che ne consegue — non le riguardi, e quante, infine, scelgono di non votare. Non sono forse tutte espressioni di un rifiuto del mondo, o quantomeno di ciò che eccede i confini della propria, microscopica realtà?
È in questo contesto che entra in gioco il fenomeno della mindfulness:
un insieme di pratiche laiche di allenamento della consapevolezza, ispirate a tradizioni contemplative. Oggi queste pratiche suscitano un interesse crescente, sia nella comunità scientifica sia nel pubblico più ampio, che le considera strumenti utili per il benessere mentale.
Un esempio di meditazione semplice e praticabile da tutti è quella Zazen, pratica fondamentale del buddhismo Zen, che consiste nel “pensare senza pensare”, restando seduti con gli occhi socchiusi fissando un punto poco distante da sé, con la schiena dritta, e semplicemente respirare.
La meditazione Zazen è basata di fatto su 3 principi: non fare nulla, non aspettarsi nulla, e lasciar cadere corpo e mente.
Politicizzare la meditazione può diventare uno strumento prezioso per attraversare il tempo presente,
in cui siamo costantemente bombardati da notizie negative e le ingiustizie si accumulano e si stratificano, producendo un impatto profondo sulla salute mentale. Un impatto che, non a caso, spinge molte persone — comprensibilmente — al ritiro, al rifiuto del mondo, alla concentrazione esclusiva su sé stesse.
Uno degli aspetti più rilevanti da osservare riguarda il modo in cui la sofferenza e la ricerca di benessere siano state progressivamente capitalizzate, trasformate in nuovi bisogni e in un mercato di soluzioni pronte all’uso.
Da qui l’aumento esponenziale dei download delle app di meditazione — come Calm, Petit BamBou e Headspace, quest’ultima arrivata addirittura a collaborare, dal 2021, con la piattaforma di streaming Netflix.
Ma non abbiamo forse normalizzato eccessivamente l’idea di affidare a queste applicazioni l’orientamento spirituale della nostra vita, lasciandoci sedurre da una promessa di benessere in cambio di cinque minuti al giorno, dei nostri dati personali e, spesso, di una quota di denaro? Se il benessere è davvero ciò che cerchiamo, ha senso relegarlo a un ritaglio di tempo, viverlo in solitudine e permettere che qualcun altro si arricchisca sulla nostra vulnerabilità?
Politicizzare la meditazione non significa smettere di meditare, tutt’altro:
è ormai ampiamente documentato come la meditazione comporti dei benefici non solo sulla salute mentale, ma anche sulla struttura cerebrale. Fare un passo avanti significa approcciarsi alla meditazione, ma poi estrapolarne ciò che può essere utile alla collettività e all’opposizione a dinamiche sistemiche di oppressione.
Ad esempio, quasi tutte le pratiche di mindfulness si concentrano sul tempo presente e sull’osservazione dei pensieri mentre scorrono, fino a creare spazio nella mente. Già qui emergono alcuni spunti fondamentali per ripensare la meditazione. Il primo riguarda la natura di quei pensieri: che cosa vediamo davvero scorrere, mentre ci immaginiamo seduti sulla riva di un fiume a osservarli?
Se si tratta di questioni strettamente individuali, ha senso affrontarle sul piano personale. Ma se quei pensieri rimandano a problemi che nascono da ingiustizie sociali, più o meno visibili, allora forse non basta restare chiusi nella propria stanza a meditare in solitudine, assumendosi come unici responsabili di ciò che attraversa la mente.
Diventa invece necessario immaginare spazi di condivisione, in cui riconoscere ciò che è comune, nominare le cause strutturali e costruire insieme possibili risposte.
Fa notare Chandra Livia Candiani, poetessa e traduttrice dall’inglese di testi buddhisti: “Meditare ha la stessa radice di medicina, è cura e prendersi cura”. Per esempio, siamo stanchi perché non riusciamo ad avere cura di tutto, o siamo stanchi perché ci è impedito di avere cura? “E l’etica, come la meditazione, è un deciso gesto politico, è cura verso la comunità umana”.
Un altro elemento centrale è l’idea che la meditazione insegni a restare seduti — anche — accanto ai pensieri e alle emozioni negative, a guardarli senza distogliere lo sguardo e ad accoglierli come parte della propria esperienza. Il rifiuto del mondo nasce spesso anche da qui: dal disagio di fronte a ciò che accade, o dal senso di colpa per non occuparsi di ciò che scegliamo di considerare distante. In questo senso, la meditazione può diventare uno strumento per riconoscere anche i vuoti — le assenze di voci di denuncia — e per interrogare il proprio posizionamento, soprattutto quando si ha il privilegio di poterlo fare. Come scrive Chandra Livia Candiani,
“Meditare non è cercare vie d’uscita, ma piuttosto vie d’entrata”.
Se è vero che non possiamo liberare gli altri dalle loro prigioni, è altrettanto vero che possiamo bussare, entrarci, e usare il nostro posizionamento per allargarne il racconto.
Resta poi un altro nodo cruciale. La meditazione richiede tempo e costanza. Scrive sempre Candiani: “Una volta, ho conosciuto una Maestra giapponese della cerimonia del tè. Aveva lasciato il Giappone molto giovane per sposare uno straniero. Dopo alcuni anni, era tornata a Tokyo per un incarico di lavoro del marito che sarebbe durato due anni. Telefonò quindi a un Maestro della cerimonia del tè per poter diventare sua allieva. Il Maestro la ascoltò e poi le chiese: «Quanto tempo hai detto che ti fermi? Due anni? Beh, per un tempo così breve, sì, posso insegnarti a camminare sui tatami verso la teiera e le tazze»”.
Sempre Candiani scrive: “Il gesto di inchinarsi, di poggiare la fronte a terra. Di scendere. È bello avere un gesto che si ripete ogni giorno, è come avere una cornice che resta ferma e al suo interno possiamo notare come tutto cambi, dentro e fuori di noi. Tenendo fermo il gesto, notiamo che un giorno lo facciamo con commozione, un giorno con rabbia, un giorno di fretta, un giorno siamo innamorati e un’altra volta non lo siamo piú, la vita ci ha toccato a fondo, la vita sembra trascurarci, e con tutto questo scorrere di eventi e di stati d’animo, insieme a tutto questo, noi c’inchiniamo”.
Ci è richiesto - e ci siamo abituati - all’iperstimolazione e alla corsa costante, in una società che ci richiede di essere performanti, e in cui essere riposati diventa quasi un difetto per il fatto di non essere abbastanza produttivi.
Darsi invece il tempo di fare spazio, di scegliere consapevolmente cosa mettere nella tabula rasa della nostra vita una volta meditato, di restare sulle cose, di sbagliare e non dover rimediare immediatamente, ma darsi il tempo di stare con l’errore per poterlo valorizzare (ce lo insegna sempre la pratica giapponese del Kintsugi, per cui un oggetto rotto si ricostruisce con l’oro, ma ce lo insegna anche l’artista e poeta Leonard Cohen, quando nella canzone Anthem dice che c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce) richiama l’urgenza di una lentezza radicale da cui dovremmo ripartire.
Il coronavirus pareva avercelo insegnato: come spiegano gli antropologi Adriano Favole e Marco Aime nel testo “Il mondo che avrete”, la pandemia poteva essere l’occasione per lasciarsi insegnare la sospensione del tempo e delle attività da popoli come i BaNande del Nord Kivu, in Repubblica Democratica del Congo. La loro cultura, infatti, prevede diversi tipi di sospensione: quella qua e là dal lavoro di abbattimento della foresta, dove si pensa abitino gli spiriti della foresta, quella per cui quando muore il capo, il mwami, il sua cadavere è portato sulla collina dove era stato incoronato e viene posto su un lettino a forma di graticola circondato da ficus selvatici con radici aeree, su cui nel tempo sarà proibito intervenire, e poi sempre in occasione della morte del mwami, quando si arresta ogni attività economica in una sospensione che viene chiamata ekyusi. Quest’ultima comporta l’essere disposti a subire le conseguenze di questa sospensione - fino all’estremo della carestia - pur di non restare intrappolati in un progresso infinito e incontrollato.
E invece noi, una volta riaperto tutto, abbiamo ricominciato a correre, ancora più veloci di prima, senza avere chiara una direzione se non quella dell'iper produttività. Senza renderci conto che questa corsa è così veloce da non lasciarci il tempo, quando il dirupo si avvicina, né di frenare né di cambiare direzione.
Per fortuna, per opporsi a questa corsa non serve saper fare molto. Anzi, a ben vedere, non serve saper fare nulla
— almeno nel caso della meditazione Zazen. Serve esporsi, mettersi in bella vista e rivendicare la propria rivoluzione; mostrare un’alternativa talmente semplice da risultare dirompente. Così banale da fare paura. Così disobbediente e, allo stesso tempo, così innocente da non lasciare spazio alla contestazione.
E allora, se non è servita una cosa macroscopica come una pandemia globale, forse troppo complessa da capire per le nostre menti abituate alla polarizzazione, all’ipernormalizzazione e all’ipersemplificazione, ha ragione ancora Candiani, quando scrive che “basta stare nel piccolo e col piccolo, perché il grande si rivela da sé quando siamo attenti”. Non si tratta di fare lunghe sessioni o di diventare dei monaci, ma di capire che in potenza, come scrive Candiani, “tutto è meditazione.” Che allora ci si concentri sul proprio piccolo nulla e sul proprio respiro, che si faccia spazio a nuove priorità e ci si conceda una rivoluzione culturale e politica. Collettiva, condivisa, radicalmente lenta, ma anche determinata e determinante.