L’aggressione contro l’Iran e la grammatica del dominio imperiale
di Youssef Siher
Mohammad Yassine/Reuters
Il dibattito sulla “liberazione” dell’Iran continua a poggiare, oggi più che mai, su una falsità elementare: che l’oppressione possa essere smantellata dalla stessa struttura che la produce. È una menzogna che si ripete con una regolarità quasi meccanica, e che l’aggressione militare sionista-statunitense avviata il 28 febbraio scorso ha reso di nuovo evidente — con tutto il corollario di comunicati entusiasti da parte di chi ancora si definisce “antimperialista” mentre vede positivamente gli effetti politici (non importa di quale natura essi siano) dei bombardamenti.
Vale la pena fermarsi su questa figura: il finto antimperialista. Lo si riconosce da un semplice test diagnostico.
Quando gli USA dichiarano guerra, costui tende a trovare una ragione tecnica per sostenere che “questa volta è diverso”. Quando l’entità sionista bombarda, si preoccupa della “complessità della situazione”.
Quando le sanzioni strangolano una società, si rammarica in astratto ma poi conclude che forse “qualcosa di vero” nelle accuse c’è. L’antimperialismo da salotto sopravvive solo finché l’imperialismo non cambia abito. Basta che indossi la retorica della “democrazia”, dei “diritti umani” — o meglio ancora, dei “diritti delle donne”, argomento che produce un brivido pavloviano in certi ambienti “progressisti” bianchi — e il presunto antimperialista si scopre improvvisamente disponibile, comprensivo, persino entusiasta.
In pratica, costoro non si oppongono all’imperialismo: ne gestiscono l’immagine. Sono vassalli ideologici, e spesso consapevoli.
L’operazione contro l’Iran è stata presentata come “preventiva” — parola che serve a mascherare ciò che è, in sostanza, un atto di disciplina imperiale. La sequenza è sempre la stessa: si strangola economicamente un paese, lo si isola diplomaticamente, lo si dipinge come minaccia permanente, poi si interviene militarmente dichiarando di voler ristabilire ordine e libertà. Non è una contraddizione: è il metodo. E chi lo segue passo dopo passo dando ogni volta la propria benedizione intellettuale non è un analista critico: è un funzionario.
L’imperialismo come prima contraddizione
Julia Demaree Nikhinson/AP
L’imperialismo non è uno sfondo, è la prima contraddizione. Tutto il resto deriva da lì. Da quasi mezzo secolo gli Stati Uniti hanno imposto all’Iran un regime di pressione economica e finanziaria che non mira a cambiare politiche, ma a modellare una società.
Le sanzioni non colpiscono astrattamente uno Stato: penetrano nella vita quotidiana, ridefiniscono ciò che è possibile mangiare, curare, costruire, immaginare. Producono scarsità e insicurezza permanente, e una società che vive nell’emergenza continua non ha il tempo storico per trasformarsi politicamente.
L’assedio non è solo economico: è psicologico, sociale, culturale.
Riduce l’orizzonte del possibile alla sopravvivenza.
Quando quella compressione produce irrigidimento politico, gli stessi attori che l’hanno causata la indicano come prova della natura irriformabile del sistema iraniano. È la logica coloniale aggiornata: si crea la crisi per poi attribuirla alla vittima, e infine si invoca l’intervento per “risolverla”. In questa prospettiva, la guerra diventa l’ultima fase di una strategia che comincia molto prima dei bombardamenti. L’attacco recente non è un’eccezione: è la manifestazione esplicita di un processo lungo decenni.
La regione conosce bene questo copione. L’Iraq ne è stato uno degli esempi più brutali. Prima l’embargo che ha svuotato la società, poi l’invasione che ha distrutto lo Stato, infine la promessa di democrazia che si è tradotta in frammentazione, guerra interna e dipendenza cronica. L’imperialismo non esporta istituzioni libere; esporta squilibri che lo rendono indispensabile. Dove interviene, non costruisce autonomia: costruisce necessità di tutela, vassalli per la propria egemonia.
Il modello Gaza: l’imperialismo senza metafore
An Israeli helicopter fires while flying along the border between northern Israel and southern Lebanon on Wednesday.
Jalaa Marey/AFP/Getty Images
Dentro questa architettura, l’entità sionista funziona come baluardo regionale di un ordine fondato sulla superiorità militare e sulla subordinazione economica.
Non è solo un alleato dell’imperialismo occidentale: ne è un perno strategico, uno strumento di proiezione di potere e laboratorio di tecniche di controllo che poi vengono esportate — fisicamente, sotto forma di contratti con polizie e eserciti di mezzo mondo.
La gestione della Striscia di Gaza mostra in forma paradigmatica la logica imperiale: assedio prolungato, controllo delle risorse vitali, trasformazione della vita civile in strumento di pressione politica. Qui l’imperialismo non si nasconde dietro formule diplomatiche: governa attraverso la privazione. Non si tratta di un’anomalia ma di un modello — una dimostrazione di come la punizione collettiva possa essere integrata stabilmente nella gestione geopolitica, presentata al mondo come “risposta proporzionata” o “necessità di sicurezza”.
Ma è nella questione palestinese che emerge anche un altro insegnamento fondamentale, che i finti antimperialisti sistematicamente rimuovono: quello dell’unità nazionale come precondizione della liberazione, e della collaborazione come tradimento strutturale.
Il popolo palestinese — frammentato geograficamente, assediato militarmente, privato di ogni sovranità formale — ha affrontato per decenni il problema di come costruire resistenza al suo interno. Le divisioni tra fazioni, le dispute ideologiche, le rivalità organizzative: tutto ciò appartiene legittimamente alla vita politica di un popolo che combatte per la propria esistenza. Queste contraddizioni si risolvono internamente, nel confronto tra le forze che, pur con differenze anche profonde, condividono l’orizzonte della liberazione.
Questo è il principio: i conflitti interni si gestiscono dentro il campo della resistenza, perché l’unità non è un lusso, è la condizione materiale senza la quale la lotta è impossibile.
La soglia oltre la quale questo principio si spezza è precisa e riconoscibile: quando una fazione smette di essere una componente del campo nazionale — anche scomoda, anche rivale — e diventa strumento attivo degli interessi imperiali contro il proprio popolo. È esattamente ciò che l’Autorità Nazionale Palestinese rappresenta. Il coordinamento della sicurezza con le forze di occupazione sioniste è collaborazionismo. Non è una scelta tattica difficile: è un servizio reso all’occupante contro i propri connazionali. L’ANP non gestisce la resistenza in modo differente dalle altre fazioni: ne impedisce attivamente l’esercizio, consegna militanti, protegge l’occupazione da ciò che dovrebbe essere la sua principale minaccia interna.
Fatah e l’OLP hanno percorso un cammino lungo e documentato: dalla lotta armata alla “diplomazia”, dalla diplomazia alla gestione amministrativa, dalla gestione amministrativa alla subordinazione operativa agli interessi di USA e entità sionista. Ogni passo è stato presentato come “pragmatismo” o “realismo politico”. Il risultato è un’entità che occupa il territorio simbolico della rappresentanza palestinese mentre ne svuota il contenuto reale. Parlare di “divisione interna” tra ANP e Hamas come se fosse una disputa tra pari, tra due fazioni dello stesso campo, è intellettualmente disonesto: equivale a descrivere come “conflitto politico” il rapporto tra una forza di occupazione e chi le si oppone.
Chi teme le società indipendenti
Isolare il tema dell’“autoritarismo” iraniano dal sistema di pressione che lo circonda non è analisi: è ideologia. Non perché le contraddizioni interne non esistano, ma perché vengono presentate come fenomeni autosufficienti. Nessuna società sottoposta a embargo, minacce militari, terrorismo ideologico e destabilizzazione permanente può sviluppare processi politici sani e autonomi. L’assedio restringe lo spazio del dissenso, concentra il potere negli apparati di sicurezza, trasforma la politica in difesa continua. L’imperialismo produce esattamente le condizioni che poi denuncia come prova dell’arretratezza del paese bersaglio.
È un sistema autoreferenziale: crea la malattia e vende la cura, che è sempre la stessa — più imperialismo.
La realtà è più semplice e più dura: il sistema imperiale non teme i governi autoritari, teme le società indipendenti. Può convivere con qualsiasi regime purché subordinato — e la lista delle dittature che Washington ha sostenuto, armato, protetto, è lunga e ben documentata. Reagisce con ostilità solo a ogni Stato che tenti di sottrarsi alla sua gerarchia economica e militare. Arabia Saudita o Egitto non sono nella lista dei “cattivi” nonostante tutto ciò che è noto sul loro funzionamento interno. L’Iran sì — non perché sia più repressivo, ma perché non si è piegato. In questo quadro, la parola “liberazione” diventa un dispositivo ideologico: serve a trasformare l’intervento in missione, la coercizione in responsabilità, la guerra in pedagogia politica.
Rovesciare il problema
Per questo, se si vuole parlare seriamente di emancipazione — in Iran, in Palestina, ovunque nel Sud globale che subisce questo ordine — bisogna rovesciare il problema. Non chiedersi quale governo debba cadere, ma quale sistema di dominio debba finire. Non chiedersi quale fazione palestinese sia “più moderata”, ma quali forze lavorano per la liberazione e quali per l’occupazione. Non chiedersi se questo o quel leader sia abbastanza democratico per meritare il sostegno occidentale, ma capire che la valutazione “occidentale” è essa stessa parte del problema.
Finché sanzioni, basi militari, alleanze coercitive, collaborazionismi locali e aggressioni dirette continueranno a strutturare la regione, ogni discorso sulla libertà resterà privo di fondamento materiale. I popoli non possono trasformare le proprie istituzioni mentre difendono la propria sopravvivenza. Non possono costruire autonomia mentre qualcun altro decide se avranno accesso al pane, all’energia o alla medicina — e mentre una parte della loro stessa diaspora fa da cinghia di trasmissione di quell’altro.
La prima liberazione non è quella da un governo, ma quella dalla struttura imperiale che stabilisce chi può respirare e chi deve piegarsi. Solo quando questa struttura comincerà a incrinarsi, le contraddizioni interne potranno diventare terreno di trasformazione reale. Fino ad allora, la parola “liberazione” continuerà a circolare come slogan del potere — pronunciata con voce ferma da chi si dice antimperialista e firma ogni resa con la mano sul cuore.