Gentrificazione ad Atene

Uno sguardo politico sulle città colonizzate

di Camilla Donzelli

Vivo in Grecia da sei anni, abbastanza per aver visto con i miei occhi gli effetti che la gentrificazione ad Atene sta producendo in molti quartieri. La mia piccola casa in affitto si trova in una strada al margine nord del quartiere di Exarcheia, nel cuore della città. Ogni giorno, percorro pochi metri a piedi per raggiungere il parco pubblico Pedion tou Areos, una delle poche aree verdi in cui poter passeggiare tranquillamente con il mio cane.

Durante una delle mie camminate mattutine di fine novembre, varcando il cancello d’ingresso, ho notato furgoni, cavi, container e gruppetti di operai al lavoro in ogni angolo. Da due anni a questa parte, durante il periodo festivo a cavallo fra dicembre e gennaio, Pedion tou Areos viene trasformato in un gigante villaggio natalizio. Sentieri e prati vengono invasi da bancarelle e giostre, ovunque spuntano installazioni luminose e punti selfie che ammiccano alla condivisione sui social. Ma la cosa che più colpisce è la presenza pervasiva di elementi brandizzati: ovunque lo sguardo si posi, c’è un logo pronto a ricordare che l’intero evento è stato possibile grazie al generoso supporto di società private.

Camminando tra installazioni e bancarelle, non ho potuto fare a meno di pensare al concetto di colonizzazione.

Ne parliamo spesso, in varie forme, ma sempre con riferimento a lotte di liberazione che si consumano in un altrove geograficamente, temporalmente e culturalmente lontano. Secondo il vocabolario Treccani, colonizzare significa “ridurre a colonia un territorio […] o comunque stabilirvi insediamenti, a scopo di sfruttamento economico e per introdurvi un diverso tipo di civiltà”.

Pensando a questa definizione, fatico a vedere la trasformazione di Pedion tou Areos come un innocente evento festivo.

La percepisco, piuttosto, come l’ennesimo atto di appropriazione, in cui è possibile riconoscere i tratti di una colonizzazione urbana che agisce nel quotidiano.

Exarcheia e Pedion tou Areos: storia politica di spazi comuni

Per capire il reale significato dell’allestimento natalizio di Pedion tou Areos è necessario tornare a Exarcheia, analizzandone il ruolo storico e il lungo processo di attacco e neutralizzazione che la attraversa da diversi decenni.

Sin dagli anni ‘70 del secolo scorso, il quartiere è l’epicentro di attività politiche e culturali che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un punto di riferimento non solo per la città, ma per l’intera Grecia.

Fu infatti a Exarcheia che si consumò la prima grande insurrezione contro la dittatura dei colonnelli, instauratasi nel 1967. Il 14 novembre del 1973 lǝ studentǝ del Politecnico dichiararono sciopero generale e ne occuparono la sede, ottenendo subito il supporto incondizionato di una larga fascia trasversale della popolazione ateniese. L’occupazione durò tre giorni, e si concluse nelle prime ore del mattino del 17 novembre con l’irruzione dell’esercito. La rivolta venne repressa nel sangue, ma innescò ugualmente un effetto domino che portò, nel luglio del 1974, alla caduta del regime.

Il cancello d’ingresso accartocciato dai carri armati, simbolo del massacro, è ancora oggi conservato e ben visibile all’interno del cortile dell’edificio universitario. Il 17 novembre di ogni anno si ricopre di garofani rossi e biglietti: la rivolta continua a essere commemorata come simbolo di resistenza alla tirannia, con grande partecipazione da parte del quartiere e dell’intera città.

Nel corso del tempo, Exarcheia ha continuato a essere un vero e proprio laboratorio politico a cielo aperto.

Sede storica di collettivi anarchici e anti-autoritari, il quartiere è arrivato a definirsi – e a essere percepito – come una zona autonoma, attraversata da un sommovimento politico e culturale inarrestabile, fatto di conflitto, produzione simbolica e immaginazione radicale.

Un fermento restituito vividamente nel fumetto “Exarcheia Free Zone Calling di Nikos Koufopoulos e Nikolas Agathos, che racconta il quartiere come uno spazio vivo e irriducibile.

Ed è proprio questa irriducibilità – questa continuità tra memoria, conflitto e pratiche di solidarietà – ad aver reso Exarcheia un luogo costantemente sotto osservazione, sorveglianza e attacco.

Il punto di rottura arriva nel 2008. La sera del 6 dicembre, nel cuore di Exarcheia, il quindicenne anarchico Alexandros Grigoropoulos viene ucciso a colpi di pistola dall’agente di polizia Epaminondas Korkoneas. La reazione è immediata: il quartiere si trasforma nel centro pulsante di una guerriglia urbana che si espande velocemente in tutta la Grecia.

Negli anni successivi, con l’esplosione della crisi economica, Exarcheia continua a essere uno dei principali teatri delle proteste anti-austerity, confermandosi come spazio di convergenza per movimenti, collettivi e soggettività colpite dalla precarizzazione di massa.

Ed è sempre a Exarcheia che nel 2015, durante la cosiddetta “crisi migratoria” che interessa i paesi frontalieri dell’Europa, si crea subito una rete per offrire un’alternativa comunitaria a un sistema di accoglienza profondamente carente. Nel giro di pochi mesi, vengono aperte ben 12 occupazioni, pensate per accogliere rifugiatǝ e sans-papiers.

Nell’estate del 2015, anche Pedion tou Areos diventa un luogo di accoglienza informale: centinaia di famiglie appena sbarcate sulle coste europee e tagliate fuori dal circuito di accoglienza trovano qui un riparo di fortuna.

Pur non facendo tecnicamente parte di Exarcheia, il parco vi gravita attorno da sempre, sia per ragioni di prossimità fisica che per ragioni storiche. Pedion tou Areos nasce infatti negli anni ‘30 come il primo parco urbano progettato esplicitamente come spazio per la comunità ateniese. A differenza di altre aree verdi della città, concepite come giardini privati e solo successivamente aperte al pubblico, Pedion tou Areos viene sin da principio pensato come un luogo per l’uso collettivo, l’incontro e la socialità. È questa vocazione originaria a renderlo un’estensione del quartiere adiacente.

Proprio perché così politicamente densi, Exarcheia e Pedion tou Areos non sono mai stati spazi neutri:

sono diventati terreni strategici su cui il potere politico ed economico ha scelto di intervenire per ridefinire chi ha diritto alla città e a quali condizioni. 

Governare con e per il capitale

Nell’ultimo decennio, i colpi sferrati a Exarcheia si sono intensificati. Durante la campagna elettorale per le elezioni parlamentari del 2019, il candidato del partito di destra Nuova Democrazia Kyriakos Mitsotakis ha costruito gran parte della propria retorica attorno al concetto di “ordine e sicurezza”. In questo discorso, Exarcheia veniva presentata come un bersaglio esplicito, evocata come zona di illegalità e disordine, e ripetutamente indicata come uno spazio da “ripulire”. Una narrazione, questa, che anticipava con chiarezza le politiche che sarebbero state messe in atto una volta al governo.

Mitsotakis è oggi al suo secondo mandato, e gli effetti sul quartiere sono ormai più che visibili. La strategia adottata negli ultimi sette anni si è rivelata particolarmente efficace, perché ai classici attacchi frontali che la comunità ha ormai imparato a gestire (violente retate della polizia e sgomberi), si è affiancato uno strumento più subdolo: la gentrificazione.

I primi segnali dell’ingresso del capitale privato a Exarcheia erano già comparsi intorno al 2015, quando la crisi economica e l’esplosione del turismo di massa avevano cominciato a trasformare Atene in un terreno di investimento a basso costo. Un processo inizialmente frammentato, che si è consolidato a partire dal 2021, accelerando e assumendo i contorni di una strategia coerente e aggressiva.

Con l’esecutivo di Nuova Democrazia è infatti arrivato il via definitivo a un progetto controverso, già annunciato nel 2016 dal governo Tsipras: i lavori per la costruzione della linea 4 della metropolitana, che prevede una stazione proprio nella piazza principale di Exarcheia. L’obiettivo è chiaro, ed è squisitamente politico: forzare il quartiere nell’orbita di un centro città ormai interamente turistificato, ponendo così fine a un’esperienza autonoma percepita come una pericolosa anomalia.

Nell’agosto del 2022, in una città svuotata dalle vacanze estive, la polizia in tenuta antisommossa si è riversata lungo tutto il perimetro di Plateia Exarcheion per fare da scudo a squadre di operai incaricate di sigillare l’intera area con pannelli di metallo. A poco più di un anno di distanza, nel novembre del 2023, la distruzione della piazza si è conclusa con l’eradicazione degli alberi.

Plateia Exarcheion – un tempo fulcro della vita collettiva del quartiere, sede di assemblee e dibattiti pubblici, mercatini solidali e cucine sociali – è stata così sottratta alla comunità che l’ha abitata e plasmata per decenni.

La sua chiusura non ha rappresentato soltanto la perdita di uno spazio fisico, ma una vera e propria decapitazione simbolica del quartiere:

la rimozione violenta di un luogo in cui il conflitto, la socialità e l’organizzazione dal basso prendevano forma giorno dopo giorno.

Privata del suo centro, la vita collettiva di Exarcheia è stata spinta ai margini. Parte delle pratiche politiche del quartiere si è spostata sul vicino colle di Strefi, uno degli ultimi spazi pubblici di aggregazione informale rimasti. Ma anche qui la risposta non si è fatta attendere: l’area è stata presto inglobata in un progetto di “riqualificazione” che si è tradotto in una massiccia e costante presenza di poliziotti.

Quello che decenni di repressione statale non erano riusciti a ottenere, la gentrificazione lo sta realizzando con relativa facilità: Exarcheia sta oggi attraversando una fase di profondo mutamento del suo tessuto sociale. E utilizzare il lessico coloniale per descrivere ciò che sta accadendo non è una forzatura; al contrario, ne mette a fuoco i meccanismi.

Gli investitori privati si stanno lentamente e inesorabilmente insediando in ogni anfratto del quartiere.

La loro presenza è ormai nettamente percepibile in ogni strada: interi palazzi ristrutturati e convertiti in spazi co-living per nomadi digitali, portoni dotati di tastierini elettronici al posto dei campanelli, targhette anonime al posto dei cognomi.

Trovare un monolocale in affitto a meno di 500 euro è ormai impossibile – a fronte di un salario minimo che non arriva ai 900 euro mensili. E così la popolazione originaria di Exarcheia viene silenziosamente espulsa, rimpiazzata con quel diverso tipo di civiltà menzionato nella definizione del vocabolario Treccani. Studentǝ e lavoratorǝ precarizzatǝ, migranti, entità politiche “ostili” vengono artificialmente soppiantatǝ da soggetti più ricchi, transitori, compatibili con l’economia urbana del turismo e degli affitti a breve termine.

Pedion tou Areos: quando lo spazio pubblico diventa superficie commerciale

È in questo quadro che si innesta l’allestimento del villaggio natalizio a Pedion tou Areos. Un parco è, per definizione, uno spazio accessibile. Un luogo in cui lo svago si sgancia dal mercato, in cui ci si può sedere su una panchina o sull’erba, parlare, fermarsi senza dover consumare. La brandizzazione di Pedion tou Areos sovverte questa funzione originaria. Lo spazio pubblico viene riconfigurato come superficie commerciale, recintato simbolicamente prima ancora che materialmente, e reso fruibile solo a condizione di partecipare al consumo.

Al villaggio natalizio si accosta il recente annuncio da parte di Airbnb di sovvenzionare interventi di miglioramento al monte Licabetto, altra importante area verde della città a poca distanza di cammino da Exarcheia. Questo progetto e l’abbellimento festivo di Pedion tou Areos sono due declinazioni dello stesso processo: l’occupazione dello spazio pubblico da parte del capitale privato sotto una veste benevola. In entrambi i casi, l’intrusione viene giustificata in nome del “progresso” e della “riqualificazione”. Ma questa retorica nasconde una dinamica ben nota: lo spazio viene sottratto alla comunità che lo vive per essere piegato alle esigenze del profitto, secondo logiche estrattive e predatorie non dissimili da quelle dei processi coloniali classici.

Non si tratta soltanto di una trasformazione materiale, ma di un attacco ben più profondo. Sottrarre spazio significa sottrarre possibilità di incontro e di organizzazione. Significa inibire la capacità di una comunità di immaginare insieme, di decidere collettivamente sulla base delle reali esigenze, di produrre forme di vita non immediatamente compatibili con l’economia della rendita.

Significa, in altre parole, mutilare la possibilità di autodeterminazione. È così che il controllo del territorio diventa controllo dell’orizzonte politico. 

Ciò che accade ad Atene non è tuttavia un’eccezione, né una specificità greca. Si tratta di una grammatica repressiva comune che attraversa altri contesti europei, Italia compresa. Il recente, violento sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ne è un esempio lampante.

Come Exarcheia, anche Askatasuna  non è mai stato soltanto uno spazio fisico, ma un’infrastruttura politica radicata nel territorio, capace di intrecciare pratiche di solidarietà concreta, mobilitazione e produzione culturale autonoma.

La sua rimozione forzata risponde alla stessa esigenza che guida gli interventi “di pulizia” ad Atene: spezzare la continuità tra organizzazione dal basso e vita quotidiana, neutralizzando spazi che rendono visibile l’esistenza di alternative non compatibili con l’economia urbana del profitto.

Crepe nel cemento

Anche quando lo spazio viene recintato, sorvegliato, snaturato qualcosa continua a muoversi sotto la superficie. Il controllo non è mai totale, la colonizzazione mai completamente compiuta. Exarcheia lo dimostra da decenni: ogni volta che un luogo viene chiuso, un altro viene riaperto; ogni volta che una piazza viene cancellata, nuove forme di incontro e di organizzazione emergono altrove. Sono fratture in cui prende forma un’altra idea di città, ostinata e fragile, ma tutt’altro che residuale.

Nel 2009, un gruppo di residenti occupa un piccolo fazzoletto di terra originariamente destinato alla realizzazione di un parcheggio multipiano. Lo spazio viene preso in gestione da un’assemblea aperta di quartiere che, con il contributo e il lavoro di tuttǝ, lo trasforma in un’area verde pensata per la socialità. Il parco Navarinou (che prende il nome dalla via lungo cui si sviluppa) si è evoluto nel corso del tempo, adattandosi alle esigenze espresse da chi lo vive: orto sociale, spazio attrezzato per famiglie e bambini, luogo in cui vengono organizzati eventi culturali, dibattiti e proiezioni.

Navarinou è una presa di posizione politica sul modo in cui la città può essere abitata. Come si legge nella sua presentazione, il parco nasce dalla necessità di «riprendere controllo sulle nostre vite quotidiane, così come sul nostro spazio e sul nostro tempo», opponendo alla proprietà monopolizzata dello spazio urbano una gestione collettiva, anti-gerarchica e anti-commerciale. Navarinou rivendica il diritto ai beni comuni e all’esistenza di spazi pubblici realmente accessibili, sottratti tanto alla mercificazione quanto alla delega gestionale a “esperti” e “agenti” esterni alla comunità.

Un altro esempio è il Festival Strefi, nato nel 2024 su iniziativa di un collettivo locale come tentativo auto-organizzato di reimmaginare gli spazi verdi della collina che sovrasta Exarcheia. Contro i progetti di valorizzazione commerciale e la progressiva turistificazione dell’area, il festival si propone di utilizzare l’arte come pratica di riappropriazione, promuovendo l’idea che non servono società private e grandi investimenti per creare bellezza e socialità. Attraverso performance itineranti che invitano il pubblico ad un cammino condiviso da un punto all’altro della collina, l’immaginario collettivo si rimette in moto. Lo spazio si riapre e viene messo in discussione, il possibile si espande, e la città smette – anche solo per un momento – di essere riducibile a merce.

Esperienze di auto-organizzazione di questo tipo sono atti di resistenza quotidiana.

Definirli come tali non è una forzatura retorica, ma una presa di consapevolezza che riconosce le città non come spazi neutri o pacificati, ma come campi di battaglia in cui si decide chi ha diritto di restare, di muoversi, di immaginare. Dare un nome coloniale a questi processi serve a smascherarne la violenza invisibilizzata: l’appropriazione che si traveste da riqualificazione, l’espulsione che si presenta come progresso, il controllo che viene legittimato in nome dell’ordine. Difendere uno spazio, riaprirlo, reinventarlo significa rivendicare qualcosa di più radicale del diritto alla città: il diritto all’esistenza e all’autodeterminazione.  

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Dall’estrattivismo all’energia in comune