Dall’estrattivismo all’energia in comune
Storia di una lotta meridionale.
di Sara Manisera
Questa è una minuscola storia. Una storia di resistenza e cittadinanza. Di questi tempi, la si chiama “cittadinanza attiva”, anche se, in realtà, dovrebbe essere la normalità. Quasi non importa dove questa storia sia accaduta. Lo scriviamo per i posteri per dire, nero su bianco, che questa è una storia meridionale, di un “Sud Globale”, considerato sempre come discarica, margine, luogo da conquistare, sfruttare e buttare, e che invece si è ribellato e ha scritto una pagina di Storia. Terroni, marocchini, tunisini, mediterranei, montanari. Gente che valeva meno, a sentire le parole della narrazione dominante o guardando a quei diritti di cittadinanza mai realmente riconosciuti. Ma è proprio in certi luoghi volutamente “marginalizzati” che sono nate lotte e ribellioni storiche, quelle che hanno sancito un prima e un dopo. Pezzi di resistenza, sedimentata nello spirito, nelle pietre, nella terra.
Questa è una minuscola storia meridionale. Una storia ambientata ad Auletta, paese circondato dai monti Alburni, ai confini con la Lucania. Una storia che ha inizio a giugno 2023, quando una giornalista brillante – Federica Pistone – e con pochi mezzi, controlla l’albo pretorio e pubblica la notizia di una delibera di giunta per modificare il piano urbanistico e installare un mega impianto a biometano. Da quell’articolo di cronaca locale, la sottoscritta inizia a indagare.
Questa è una storia che potrebbe essere ambientata nelle campagne della provincia di Mantova, nei parchi solari al confine tra Tunisia e Marocco o nel Salar de Atacama, in Cile. Perché riguarda la nostra epoca: la transizione energetica, le retoriche verdi, gli investimenti calati dall’alto spacciati per “sviluppo”.
E riguarda soprattutto i margini. Come ci ricorda bell hooks, il margine non è soltanto un luogo geografico ma uno spazio politico ed epistemico: un territorio di apertura radicale, dove si producono visioni che non appartengono ai centri di potere, e dove la crisi — o le policrisi climatiche, sociali, democratiche — può diventare generativa. In Italia, i margini coincidono spesso con le aree interne: territori narrati come vuoti, in declino, “da accompagnare verso uno spopolamento irreversibile”, come sostiene l’ultimo rapporto della Presidenza del Consiglio sulle aree interne. Luoghi trattati come zone di sacrificio per impianti impattanti, discariche, servitù energetiche. Eppure proprio questi territori custodiscono oggi una potenza rifondativa e immaginativa straordinaria.
Da un’inchiesta locale alla nascita di una comunità energetica
Dopo la scoperta della delibera, qualcosa si muove. Comincio a indagare insieme alle persone del posto.
Il giornalismo, quando è radicato nei territori, diventa uno strumento di autodifesa collettiva. Non è più solo racconto, ma un dispositivo che rende trasparenti processi opachi, che mette in circolo sapere e consapevolezza, che permette a una comunità di leggere ciò che accade con occhi propri.
Ben presto scopriamo che dietro il mega impianto c’è una holding con sede in Lussemburgo, una rete di società mai operative, bilanci inconsistenti, documenti contraddittori. Scopriamo contratti di conferimento delle biomasse mai firmati dagli allevatori, stime tecniche inventate, autorizzazioni lacunose. Scopriamo che i 14,5 milioni del PNRR destinati all’impianto avrebbero potuto essere usati per mettere in sicurezza gli Appennini, rinforzare la sanità territoriale, sistemare acquedotti e infrastrutture idriche. E invece no: sarebbero finiti a un’operazione costruita per attrarre fondi pubblici, non per produrre energia al servizio del territorio.
È così che nasce il comitato Auletta Casa Mia, un intreccio umano fatto di giornaliste, avvocati, tecnici, agricoltori, studenti, artigiani, baristi, insegnanti. Persone che hanno scelto di mettersi insieme e studiare. Le assemblee in piazza diventano momenti di analisi collettiva; le cene condivise momenti di confronto; i film proiettati all’aperto strumenti per immaginare alternative; i laboratori con i più giovani un modo per educare alla cittadinanza attraverso poster, bandiere, arte pubblica.
La revoca dei 14,5 milioni: quando un margine cambia la storia
Dopo mesi di lavoro meticoloso, trasparente, comunitario, la verità emerge: il progetto non ha basi tecniche, non ha basi legali, non ha basi etiche. La Procura europea (EPPO) apre un’indagine. La Direzione distrettuale antimafia ascolta la denuncia. Le irregolarità vengono riconosciute.
E succede l’impensabile: i 14,5 milioni di euro vengono revocati.
In un territorio abituato alla rassegnazione, questa è una vittoria che ribalta interi immaginari.
Dimostra che un margine può parlare, può difendersi, può cambiare la storia. Dimostra che quando l’informazione è un bene comune, quando il sapere è condiviso, una comunità acquista forza.
Dalla denuncia alla proposta: la nascita della comunità energetica FER-menti
Ma questa storia non è solo una resistenza. È soprattutto un atto di immaginazione. Durante le assemblee pubbliche, abbiamo iniziato a dire «Se dobbiamo fare la conversione ecologica, facciamola noi».
Da quella intuizione nasce FER-menti, la comunità energetica di Auletta. Energia prodotta sui tetti, non sui campi agricoli. Energia condivisa, locale, equa. Energia che abbassa le bollette e finanzia attività sociali e culturali. Energia che non appartiene a una holding, ma a chi la vive, la usa, la produce.
FER-menti è più di un progetto: è un modo diverso di intendere l’energia, non come merce ma come relazione. È un atto politico che afferma che la transizione – quella reale – non si subisce, si costruisce insieme. È un processo in cui a contare sono la responsabilità, la cooperazione, la cura.
I margini come spazi di immaginazione, rigenerazione e beni comuni
Auletta non è un’eccezione. Le aree interne italiane, abituate allo spopolamento e alla marginalizzazione, custodiscono ancora saperi ecologici profondi, economie leggere, relazioni di prossimità, un rapporto non mercificato con la natura. Come scrive Silvia Federici, sono luoghi in cui è ancora possibile “reincantare il mondo”.
Qui la decrescita non è una rinuncia, ma una liberazione dalla necessità di crescere all’infinito.
Qui la conversione ecologica può diventare un processo reale, perché è radicata nei luoghi, nelle pratiche quotidiane, nelle relazioni.
Perché questa storia riguarda tutti noi
Il caso di Auletta ci ricorda che il giornalismo è un bene comune, che l’informazione non è un servizio accessorio ma un’infrastruttura democratica, e che una comunità informata è una comunità capace di difendersi e immaginare. Ma ci ricorda anche molto di più.
La storia di Auletta mostra che è possibile trasformare il margine in un luogo di immaginazione e rigenerazione: passare dalla denuncia alla proposta, dalla resistenza alla costruzione di nuove pratiche economiche, sociali ed ecologiche. Dimostra che una conversione ecologica giusta non può essere imposta dall’alto, ma deve crescere da processi partecipati, da comunità consapevoli, da forme collettive di autogoverno energetico capaci di riscrivere le priorità di un territorio.
Il significato di questa esperienza va molto oltre la vittoria contro un impianto: offre un quadro interpretativo utile per ripensare la conversione ecologica come processo del fare, concreto, quotidiano, radicato nei luoghi. Da questo punto di vista, la comunità energetica FER-menti è molto più di un modello tecnico: è un dispositivo di pace socio-ecologica, capace di farci uscire da un’economia di guerra — fondata sulla crescita illimitata, sulla distruzione dei territori e sulla concentrazione dei profitti — per approdare a un’economia giusta, locale, basata sulla cura, sulla prossimità, sulla responsabilità condivisa.
In questo senso i margini non rappresentano ciò che resta fuori dalla modernità: sono ciò che può riorientarla.
Sono gli spazi dove ripensare i beni comuni, reinventare l’economia, immaginare società capaci di sostenere la vita anziché consumarla. Ed è per questo che questa minuscola storia meridionale parla di tuttə noi. Perché mostra che un altro modo di vivere, produrre e condividere energia esiste già — e nasce proprio dove nessuno lo aspettava: ai margini.