Ecuador: cosa ci insegnano gli scioperi indigeni contro il neoliberismo

di Sophia Grew

È scesa la notte sull’Amazzonia ecuadoriana. Due schieramenti si fronteggiano. Sulla destra, un gruppo di persone indigene e manifestantə in sciopero. Alcunə portano in mano una lancia, hanno il volto dipinto, il collo adornato di piume e semi. Altrə sono in scarpe da ginnastica e t-shirt, gli adolescenti con il marsupio a tracolla e le braccia incrociate sul petto. Sulla sinistra, di fronte al gruppo di manifestanti  sono schierate le forze dell’ordine. Al posto delle lance stringono scudi di plastica e indossano l’uniforme militare. Unə di loro fa un passo avanti, verso lə manifestantə; lə guarda dall’alto in basso, minaccia di sgomberarlə. Anche un indigeno fa un passo avanti. Gli occhi sembrano lampi che riflettono i copertoni infuocati poco più in là. “Abbiamo fatto passare i vostri colleghi. Moto, auto, camionette. Ma se fate così, da domani di qui non passa più nessuno”. Poche ore dopo, le forze dell’ordine lanceranno una bomba carta, disperdendo completamente la protesta. 

Siamo al Km12 sulla strada che porta da Nueva Loja (Lago Agrio) a Puerto Francisco de Orellana (El Coca), due delle città più importanti dell’Amazzonia ecuadoriana. Il paro nacional (blocco o sciopero nazionale) è stato annunciato il 22 settembre 2025 dalla CONAIE, la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador con la collaborazione di organizzazioni sindacali e collettivi. Protestano contro il decreto governativo che ha rimosso il sussidio sul diesel, aumentando il prezzo del combustibile del 55%

CONAIE: la forza politica dei movimenti indigeni

L’ex presidente della CONAIE Leonidas Iza ha affermato che la misura è il risultato dell’allineamento del governo alle prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Per questo la CONAIE ha respinto con forza la misura. Dal momento che questo combustibile è usato per il trasporto pubblico e per le merci, il sussidio ha un impatto significativo sulla qualità della vita delle persone: tiene sotto controllo il costo del trasporto pubblico, usato dalla maggioranza della popolazione, e i costi per i beni di prima necessità.  “Con gli stessi soldi non compri più quello che acquistavi prima. Sucumbíos è una zona petrolifera: nutriamo tutto il Paese con quello che chiamano oro nero, ma poi non veniamo presi in considerazione e dal petrolio non guadagnamo nulla, solo contaminazione ambientale.

Non abbiamo una strada che ci porti a Quito, ma al governo non importa: il petrolio, e quindi il denaro, passa nei tubi, non per le strade”,

dice Melba Chamba, attivista che da decenni lotta per i diritti degli abitanti dell’Amazzonia del nord. 

Fin dall’inizio, il fuoco della protesta è nella sierra, sulle Ande, specificamente nei dintorni della città di Otavalo, a un centinaio di chilometri dalla capitale Quito. Qui il neoeletto presidente, l’imprenditore Daniel Noboa, erede del business paterno fondato sul commercio di banane, aveva spostato una parte del governo, probabilmente con l’idea di evitare che il conflitto si accentrasse a Quito. Sempre nella provincia di Imbabura, c’è stato il primo morto di questo paro nacional: Efraín Fuérez, membro di una comunità indigena del luogo, è assassinato dalle forze armate dello Stato nel corso di una protesta. Le immagini vengono diffuse per tutto il paese: è colpito da un’arma da fuoco ma ancora vivo, sdraiato a terra con un compagno che tenta di soccorrerlo, quando giunge una camionetta di militari che inizia a colpire con calci e pugni i due uomini. Fuérez morirà in ospedale il giorno dopo, il 28 settembre 2025.

Anche nel 2019 e nel 2022 l’improvviso innalzamento del prezzo del combustibile aveva fatto scoppiare le proteste nel paese e allora, come nel 2025, sono state principalmente le comunità indigene ad organizzare i blocchi stradali e partecipare alle proteste. 

Dalla Sierra all’Amazzonia: territorio, classe e identità

Il ruolo delle comunità indigene nell’organizzazione delle proteste e delle mobilitazioni affonda le sue radici negli anni ‘90 con la prima grande insurrezione, il “Grande Levantamiento Indígena”. Le proteste iniziarono con l’occupazione simbolica della Chiesa di Santo Domingo a Quito, il 28 maggio 1990, e finirono per coinvolgere numerose province andine; i blocchi stradali impedivano ai prodotti di entrare nelle città. Le comunità indigene reclamavano la legalizzazione dei propri territori, ovvero il diritto alle proprie terre ancestrali, la garanzia di acqua pulita e infrastrutture, il riconoscimento delle culture indigene. Il governo fu costretto a negoziare con la CONAIE, e da questo momento le nazionalità indigene iniziarono a consolidarsi come una forza politica importante del paese. Nel 1992, le pcomunità indigene dell’Amazzonia hanno marciato per 500 km da Puyo fino a Quito per richiedere, ancora una volta, la legalizzazione dei propri territori e il riconoscimento dell’Ecuador come Stato pluriculturale, plurietnico e plurinazionale. 

Da allora, i popoli originari hanno iniziato a occupare il posto lasciato dai movimenti operai, opponendosi ai governi e alle misure neoliberali da essi intraprese. “Il nucleo operaio aveva perso forza, di fatto lasciando un vuoto. Fu a questo punto che i sindacati del settore pubblico, insieme ai lavoratori dell’istruzione, del settore petrolifero, della salute e della sicurezza sociale, si allearono con la neonata CONAIE”, racconta a Voice Over Foundation Pablo Ospina Peralta, ricercatore in Movimenti sociali dell’America latina alla Universidad Andina Simón Bolívar di Quito.

Il processo di modernizzazione capitalista ha strappato molte popolazioni originarie dal loro confinamento: con la riforma agraria degli anni ’70 molti hanno avuto accesso alle scuole, hanno imparato lo spagnolo castigliano e iniziato a comunicare fra di loro”. 

La maggior parte delle popolazioni indigene dell’Ecuador vive nella sierra, ovvero la regione andina, ed è Kichwa, quindi fa parte del più ampio gruppo linguistico Quechua, che dimora sulle Ande, dalla Colombia al Cile. Nell’Amazzonia ecuadoriana oltre ai Kichwa sopravvivono sette nazionalità indigene: Achuar, Cofán, Huaorani, Secoya, Shuar, Siona e Zápara. Oggi, grazie all’uso comune del castigliano, possono comunicare fra di loro e dunque organizzarsi.

Un altro cambiamento importante è avvenuto quando le persone indigene hanno iniziato a migrare e lavorare in città: alcunə hanno smesso di essere contadini o raccoglitori nei boschi e sono diventate professionistə urbanə, pur restando legatə alla propria condizione indigena e alla discriminazione che ne conseguiva. “Sono stati influenzati anche dall’interazione con alcuni partiti di sinistra e con gli intellettuali catechisti”, dice ancora Peralta.

Sin dai tempi della nascita della CONAIE, i popoli originari dell’Amazzonia si sono preoccupati soprattutto dalle questioni ambientali, prima fra tutte l’estrazione petrolifera, mentre nella sierra i movimenti si sono concentrati nella lotta contro le politiche economiche neoliberali e per il possesso delle terre. La CONAIE è proprio il frutto di questa pluralità di voci; all’inizio degli anni ’80 i leader dall’Amazzonia, dalla sierra e dalla costa hanno iniziato a radunarsi. Definito il bisogno di agire in maniera unitaria per far sentire la propria presenza, hanno ritenuto indispensabile riconoscere la duplicità dei problemi, non solo in quanto membri di diverse nazionalità indigene, ma anche in quanto appartenenti a una certa classe sociale. 

Lo studioso di storia latinoamericana Marc Becker nel saggio Pachakutik, Indigenous Movements and Electoral Politics in Ecuador osserva che la CONACNIE (l’antenata della CONAIE) “sosteneva che fosse un errore abbracciare le identità basate sull’etnia senza considerare la coscienza di classe”. Inizialmente ci sono state tensioni dovute alle differenze ideologiche tra i popoli amazzonici, più orientati alla questione etnica, e i gruppi della sierra, radicati nelle politiche di classe. Col tempo, la CONAIE si è allineata sempre di più con politiche anti-capitaliste. “La lotta ha acquisito una ‘doppia dimensione’: da un lato l'organizzazione su base di classe insieme ad altri movimenti popolari per trasformare la società, dall'altro la creazione di organizzazioni etniche indipendenti a difesa della cultura indigena”, scrive ancora Becker. Tutto questo ha consentito alle mobilitazioni indigene dell’Ecuador di protestare con forza e di allearsi con numerose organizzazioni non indigene altrettanto coinvolte nella lotta contro politiche neoliberali ed estrattiviste. 

Fernando Guarusha, membro di due nazionalità indigene – Kichwa da parte di madre e Shuar da parte di padre – abita vicino al Km12, sede delle proteste. “Da bambino vivevo in un posto completamente selvaggio. Quando avevo dodici anni abbiamo lasciato la comunità perché non c’erano più opportunità, soprattutto economiche, e perché noi figli studiavamo in una scuola che si trova in periferia”. Fernando racconta le difficoltà incontrate nell’interagire con la popolazione di mestizos, persone appartenenti a culture differenti. “C’è un razzismo ben radicato, soprattutto qui a Lago Agrio. Vedono noi indigeni come persone ignoranti che dovrebbero stare solo in campagna. Non si rendono conto che abbiamo la capacità di fare molto di più, che stiamo studiando e che, comunque, anche lavorare nei campi o con gli animali è un lavoro degno”. E aggiunge:

Qui il razzismo ha permeato le persone fin dalla nascita di Lago Agrio. Quando è arrivata la compagnia petrolifera Texaco, non ha chiesto il permesso alle comunità che ci abitavano.  La città è stata costruita con la violenza”.

Non è semplice, dunque, far sì che i mestizos si uniscano alle proteste. “Qui fra le comunità del fiume Aguarico non c’è una vera identità dominante: è un luogo dove si concentrano sei popoli originari, e poi sono arrivate persone dalla costa, dalla Colombia, dalla sierra, afrodiscendenti dalla provincia di Esmeraldas. Tutti sembrano separati. Ma ciò che secondo me ci unisce davvero è il cibo, perché tutti noi lavoriamo la terra. È importante riconoscere questo punto in comune”.

Perché oggi scioperare costa di più: militarizzazione e accuse di terrorismo

Grazie agli scioperi nazionali del 2019 e del 2022, i governi sono stati costretti a fare marcia indietro; nel primo caso, il governo Moreno ha dovuto derogare il decreto che alzava il prezzo del diesel, mentre, tre anni dopo, il governo Lasso ha accettato di ridurre il prezzo dei combustibili e limitare le esplorazioni petrolifere. Nel 2025, invece, il governo di Noboa è riuscito a porre fine allo sciopero senza cedere alle richieste di chi protestava, ricorrendo a strategie autoritarie come il dispiegamento di migliaia di militari. Dopo 30 giorni di sciopero, in cui si sono registrati 2 morti, 473 feriti, 206 arrestati e 391 violazioni dei diritti umani, il presidente della CONAIE Marlon Vargas ha annunciato il 22 ottobre 2025 la fine dello sciopero nazionale: “Di fronte a questa realtà, abbiamo preso una decisione difficile, ma necessaria: cessare lo sciopero, liberare le strade e ritirarci nei nostri territori”. Se questa protesta è stata più limitata delle precedenti è perché i costi e i rischi della repressione sono alti; l’aumento del diesel quest’anno è stato del 55%, difficilmente paragonabile a quello avvenuto nel 2019, del 120% circa. “La gente sa che subirà delle conseguenze ma non vuole rischiare la morte o essere accusata di terrorismo. Il livello di indignazione dev’essere molto più alto perché un gran numero di persone decida di correre il rischio di scendere in strada a protestare”, spiega Peralta. La resistenza indigena, però, è comunque riuscita a mostrare la propria presenza. 

Dopo lo sciopero: il referendum e la difesa della Costituzione del 2008

Poche settimane dopo la fine dello sciopero nazionale, il 16 novembre 2025, il consenso al governo crolla. Il popolo ecuadoriano è chiamato alle urne per un referendum costituzionale: il governo propone di cambiare la Costituzione per cancellare il divieto di installare basi militari straniere in territorio ecuadoriano, per rimuovere il finanziamento pubblico ai partiti politici, e ridurre il numero di deputati. E, soprattutto, chiede di convocare una nuova Assemblea Costituente, per sostituire la Costituzione del 2008. Più del 60% degli elettori dice “no” a Noboa. 

La campagna di opposizione non è stata guidata da nessun partito, bensì da gruppi sociali che si sono organizzati dal basso. Sono riusciti a difendere la Costituzione del 2008, che tra l’altro è stata la prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto.

La campagna dell’opposizione portata avanti dai movimenti sociali – fra cui quelli indigeni – ha avuto successo: il popolo ecuadoriano ha deciso di porre un freno alle politiche neoliberali di Noboa e mantenere la Costituzione così com’è. Hanno scelto di difendere la pace, la rappresentazione parlamentare, la protezione dell’ambiente. È ancora da capire come e se questa sconfitta impatterà il governo. Al momento i movimenti ecuadoriani si sono rivelati un’opposizione forte, nelle strade e nei seggi elettorali. 


Leggi anche

Avanti
Avanti

Torino dopo lo sgombero di Askatasuna