Rimanere o andare via: L'equilibrio tra sostenibilità e conservazione
Lettera #7
CHIACCHIERE AFRODISCENDENTI
Venerdì 12 dicembre 2025
Diyarbakır
Cara Ariam,
Ti rispondo con un po’ di ritardo proprio dalla Turchia, precisamente da Diyarbakır, dove sto partecipando ad un progetto di una settimana dedicato alla sostenibilità e alla crisi climatica. Siamo in tutto 36 persone provenienti dall'Italia, Turchia, Grecia e Croazia, un piccolo mix di culture e provenienze. Siamo quasi alla fine, ma per la quantità di attività, incontri e laboratori mi sembra di essere qui da un mese. Forse è perché viviamo tutto con grande intensità, per non chiamarlo stress, abbiamo tempi serratissimi e una programmazione pienissima o forse perché sono immersa per la prima volta in un contesto completamente nuovo. Credo che il fattore principale sia il fatto che non ho il controllo su quando avrò la connessione internet o meno, perché siamo in una struttura immersa nella campagna e il telefono prende solo in alcune zone. Devo ammettere che da un lato è quasi liberatorio, mi costringe a rallentare e essere più presente, dall’altro quando si avvicina una consegna o l’ennesima e-mail che mi ricorda che non sto rispondendo a quelle precedenti, diventa una piccola, ma grande fonte di ansia quotidiana. Infatti in questi giorni non sto riuscendo a godermi a pieno le attività perché ho la testa nelle scadenze, nelle fatture che non mi sono state saldate e in questa continua corsa in cui i soldi o non entrano o se entrano escono subito per saldare debiti, spese e la sostituzione della maledetta caldaia che ha condizionato tutti questi ultimi mesi.
In questo periodo sto riflettendo su diversi aspetti della mia vita, soprattutto su quello lavorativo. Mi sono laureata nel 2023 e ricordo con chiarezza il pensiero che mi ha accompagnata in quei giorni: prendermi un anno di tempo per capire cosa volessi fare davvero. Non come attesa passiva, ma come una pausa necessaria dopo un percorso intenso, che mi aveva stremata. In un battito di ciglia di anni ne sono trascorsi due, e quel tempo che credevo provvisorio si è trasformato in un terreno di confronto continuo con le mie aspettative e con la cruda realtà.
In questi due anni ho scelto di lavorare nell’ambito culturale, attraverso la scrittura, la formazione e la divulgazione. È stato proprio attraversando questo ambiente o settore, non so nemmeno come definirlo, che ho iniziato a riconoscerne le contraddizioni: un sistema che richiede competenze, tempo, cura e professionalità, ma che troppo spesso fatica a riconoscerne il valore materiale, economico e umano.
Un sistema che si regge sulla retorica della passione e dell’urgenza di chi vive sulla pelle determinate discriminazioni, una retorica che, invece di tutelare chi lavora, finisce per esporlo alla precarietà, giustificando compensi assenti o inadeguati in nome dell’importanza dei temi trattati. Come se il significato politico, sociale e culturale di un progetto potesse sostituire il riconoscimento del lavoro necessario a renderlo possibile. In questo senso, il Blackn[è]ss fest e anche averti conosciuta mi ha insegnato qualcosa di molto semplice e allo stesso tempo concreto: chiamare lavoro ciò che è lavoro. Retribuire le persone non come gesto accessorio, ma come scelta politica e strutturale.
Per uscire da questa instabilità avevo pensato di tornare a studiare, riprendendo il mio progetto di tesi sviluppandolo in un progetto di dottorato con un focus sui processi di decolonizzazione proprio all’interno dell’accademia. Nonostante l’importanza e l’attualità del tema mi è stato caldamente consigliato di andare all’estero, dove il voler studiare e formarsi viene incoraggiato e non reso una corsa agli ostacoli dove perdi sempre. Ascoltando anche le diverse testimonianze di persone a me care, ho scoperto che l’accademia è l’apoteosi della precarietà e dello sfruttamento. In questi giorni ho visto il video della ministra dell’Università Anna Maria Bernini che insulta gli studenti e le studentesse di medicina che sono andate a confrontarla definendoli “poveri comunisti” perché chiedevano tutele e diritti. Questa dinamica è un triste riassunto di come funziona il nostro Paese e spiega perché molte persone scelgono di andarsene. Si parla di “fuga di cervelli”, ma quando sono persone occidentali a spostarsi per cercare condizioni di vita migliori, raramente si usa la parola “migrazione”. E così si finisce per trascurare un aspetto fondamentale. Un articolo di colorY, una realtà che si occupa di diversità e inclusione, analizza come quando si parla di “fuga di cervelli”, si dimentica troppo spesso chi ha un background migratorio. Tramite un dossier della giornalista Eleonora Camilli viene descritto come le famose “seconde generazioni” scelgono di andare via, e questo avviene non esclusivamente per motivi lavorativi, ma anche come conseguenza dell’esposizione al razzismo sistemico e istituzionale che condiziona le nostre vite. Mi chiedo che futuro ha un paese che tratta le sue risorse qualsiasi esse siano in questo modo? Ma perché dobbiamo andare via se vogliamo costruire qualcosa qui?
Nonostante tutto, per ingenuità o forse per masochismo, continuo a cercare un equilibrio sostenibile. Lo scrivo senza avere vere risposte, ma con molte — forse troppe — domande. Siamo ormai agli sgoccioli di questo 2025 e, come ogni anno, le aspettative per un nuovo inizio sono alte. Eppure, il sentimento che prevale resta l’incertezza.
Un’incertezza che in alcuni giorni mi schiaccia completamente, mi annebbia la vista e mi getta nello sconforto più totale che si confronta però con la consapevolezza dei grandi privilegi che ho avuto e continuo ad avere. Tutto questo mi porta spesso al senso di colpa per l’arroganza di lamentarmi quando ho un tetto sopra la testa, cibo e acqua, uno pseudo lavoro, e il privilegio di essere viva, di potere scegliere e di avere soprattutto delle opzioni, mentre fuori c’è un mondo che brucia.
Quando si ragiona in questi termini una risposta comune è: “ci sarà sempre qualcuno che sta peggio o meglio” e lo trovo una banalizzazione miope, che permette una costante autoassoluzione e giustificazione. Credo sia necessario pensare a se stessi, ma anche riconoscere il proprio punto di partenza, senza sensi di colpa, ma con onestà e responsabilità. Come sempre, ho l’impressione di parlare a vanvera, in un lungo e continuo flusso di coscienza senza capo né coda. Non so cosa porterà il 2026: se troverò una risposta sul piano lavorativo, se riuscirò a costruire un equilibrio in qualche modo sostenibile. So però che, anche quando penso di andare via, mi ritrovo sempre a chiedermi: dove?
Un saluto pensieroso,
Nogaye
Martedì 30 dicembre 2025
Milano
Ciao Nogaye,
Che bello leggerti e sapere di queste esperienze che ti portano fuori dalle tue competenze abituali. Immagino quanto possano essere stimolanti e, allo stesso tempo, faticose. Non conosco nel dettaglio il programma né le ragioni per cui siete state messe insieme, ma sento di dirti una cosa: mettere insieme trentasei persone che non si conoscono è già, di per sé, un grande sforzo — soprattutto per chi partecipa. È normale sentirsi sopraffatte.
Questi percorsi sono spesso molto intensi, con ritmi serrati, e chiedono molto più di quanto sembrino. Allo stesso tempo, so che quando finiscono si torna a casa con un bagaglio più ricco: fatto di stimoli, domande e strumenti da rimettere in circolo nelle proprie reti.
Sapevo che, nel corso dei nostri scambi, prima o poi saremmo arrivate al tema del restare o dell’andare via. Non immaginavo quanto sarebbe stato faticoso, per me, ripercorrere riflessioni che accompagnano le mie scelte (o presunte tali) da oltre dieci anni.
Forse perché, a distanza di anni, ho sempre raccontato quei passaggi come tappe “naturali”, quasi lineari, mentre oggi mi rendo conto di quanto siano stati attraversati da fatica, rischio e solitudine. Nel 2014 ho investito praticamente tutti i miei risparmi in un corso di francese a Ginevra. Era un investimento vero e proprio, fatto con l’idea di poter continuare il mio percorso accademico in francese. Non c’era nessuna rete di sicurezza, solo la convinzione che studiare fosse l’unico modo che avevo per aprirmi delle possibilità.
L’anno successivo mi sono trasferita a Bruxelles per il master in Sociologia e Antropologia. Anche lì ho investito tutto: la liquidazione di anni di lavoro come commessa, i risparmi accumulati con pazienza con il babysitting, la speranza che quello spazio potesse diventare un punto di arrivo, o almeno un luogo in cui fermarmi un po’. Studiavo in francese, leggevo e scrivevo in inglese, e nel frattempo lavoravo come babysitter per potermi permettere la stanza più economica del campus universitario. È stato un anno durissimo, per il carico di lavoro e, soprattutto, per la costante sensazione di essere sempre sul filo: economicamente, mentalmente, emotivamente.
Avrei voluto restare a Bruxelles dopo il master. Purtroppo, una volta finito il ciclo di studi, non avevo più diritto alla stanza in cui vivevo. Il mercato privato era semplicemente fuori dalla mia portata. È stato lì che ho capito, in modo molto concreto, quanto la possibilità di “restare” non dipenda solo dal merito, dall’impegno o dalla bravura, ma da condizioni materiali precise. Così sono tornata a Milano come unica opzione praticabile. È forse in quel momento che per me prende forma il nodo del “restare o andare via”: non come una scelta libera tra due possibilità equivalenti, bensì come una serie di tentativi condizionati da limiti materiali, economici e simbolici, che rendevano entrambe le opzioni fragili. Guardandomi indietro, né il restare, né l’andare via sono mai stati davvero una scelta. Erano possibilità da inseguire fino al punto in cui diventavano insostenibili.
Tornata a Milano ho continuato a lavorare su Appuntamento ai Marinai, ho iniziato a immaginare e costruire progetti culturali, e mi sono presa del tempo per tentare la strada del dottorato. Tra il 2016 e l’inizio del 2017 ho preparato diverse application per PhD in Nord Europa, un lavoro enorme, spesso invisibile, che richiede risorse economiche, tempo e una stabilità emotiva che raramente viene nominata.
Ripensandoci oggi, e anche leggendo quello che racconti tu sul consiglio di fare un PhD all’estero, sento il bisogno di dirlo chiaramente:
il mondo accademico è profondamente classista ovunque, non solo in Italia. È spesso attraversato da un clima competitivo e tossico, che normalizza il sacrificio come misura del valore. Conosco persone che ce l’hanno fatta, sì… pagando un prezzo altissimo in termini di burnout, precarietà e isolamento. Il dottorato è un impegno totalizzante che, senza una borsa di studio o un sostegno economico — visibile o invisibile — diventa semplicemente insostenibile.
Col senno di poi, so che forse non avrei avuto le forze per attraversarlo fino in fondo, né il desiderio di restare in un ambiente così elitario.
In questi due anni, mentre facevo domanda per i PhD, ho fatto anche due esperienze all’estero. La prima a Londra, dove speravo di migliorare il mio livello di inglese in vista di un possibile proseguimento accademico e, allo stesso tempo, di chiudere le riprese di Appuntamento ai Marinai. Per permettermelo ho lavorato come au pair, così da non dover sostenere un affitto e avere una piccola entrata per le spese quotidiane.
Successivamente sono stata a New York, da mia sorella, per aiutarla con mio nipote mentre terminava gli ultimi esami universitari, oltre al lavoro in ufficio. Quello che ho capito in questa fase è che spesso guardiamo ad altri Paesi occidentali come a un’alternativa salvifica rispetto all’Italia, senza riconoscere quanto anche lì le opportunità siano profondamente filtrate dal capitale economico ed sociale. È stato in quel periodo che ho capito che, per me, restare non è mai stato il contrario dell’andare via. È stato piuttosto il riconoscimento, a un certo punto, che semplicemente non potevo permettermi alcune strade, e che continuare a inseguirle avrebbe significato consumarmi. Non per mancanza di desiderio, ma per mancanza di condizioni materiali.
Per molto tempo ho raccontato questo “restare” anche come una posizione politica. Oggi, però, riconosco che è stato anche un modo per non nominare fino in fondo il disagio della precarietà economica, in un momento storico in cui farlo era ancora un tabù e la responsabilità ricadeva quasi interamente sull’individuo. Dirlo ad alta voce mi ha dato una cornice, forse anche una forma di protezione. Allo stesso tempo, mi ha spinta a investire nel concreto in progetti culturali con un posizionamento politico reale, praticato, non solo dichiarato.
In un certo senso, ho capito che non stavo scegliendo dove stare; stavo cercando dove respirare. E che l’aria pesante che sentivo non era solo italiana. Era occidentale. Negli ultimi anni questa consapevolezza si è fatta sempre più chiara. Parlando con persone razzializzate che hanno lasciato l’Italia, so che c’è chi non tornerebbe indietro per non permettere che traumi razziali del passato tornino a bussare alla porta. Tuttavia mi sono resa anche conto di quanto spesso guardiamo ad altri Paesi occidentali come a una risposta automatica all’alternativa italiana. Come se il problema fosse solo qui, e non anche nel sistema più ampio in cui siamo immerse, che continuiamo a considerare l’unico orizzonte possibile.
È stato in questo contesto che ho iniziato a vedere con più lucidità anche altre contraddizioni. Incontrare persone che si definiscono decolonizzate, radicali, politicamente posizionate, mentre i loro progetti, le loro priorità e il loro rapporto con il lavoro restano profondamente capitalisti e classisti. Persone che, pur criticando il sistema, continuano a cercare legittimazione, sicurezza e successo proprio all’interno di quell’ordine occidentale che dicono di voler smantellare. È stato uno sguardo scomodo, anche verso me stessa. E più osservavo, più mi sembrava evidente che il disagio che sentivo non fosse una mia incapacità di “trovare il posto giusto”. Era piuttosto il riflesso di un sistema stanco, chiuso, incapace di immaginare davvero un futuro diverso. Perché forse ciò che andrebbe ripensato non è dove stare, ma il sistema stesso che continuiamo a prendere come unico punto di riferimento.
Forse è questo che volevo dirti nello scambio precedente: crescere, per me, non ha avuto a che fare con il moltiplicarsi delle responsabilità (quelle ci sono sempre state) ma con la capacità di guardare con onestà le condizioni materiali in cui ci muoviamo, senza trasformarle né in colpa individuale, né in eroismo.
Restare o andare via non sono mai state scelte, bensì tentativi di sopravvivenza, di dignità, di respiro. E forse continuare a scriverci serve anche a questo: a non semplificare ciò che è complesso, e a restare dentro le contraddizioni senza farci schiacciare.
Mentre mi avvio ai saluti mi rendo conto che, non sentendoci da un po’, non ci siamo nemmeno fatte gli auguri di buone feste. Spero che tu le stia passando bene, in serenità. Ho avuto la fortuna di poter riposare il 25, concedendomi una giornata lenta, in solitudine, tra il divano e il letto, in un silenzio di cui avevo davvero bisogno. Già dal giorno dopo, ahimè, sono tornata a rincorrere il tempo per chiudere tutte le cose rimaste in sospeso in questi mesi. L’obiettivo è iniziare il nuovo anno senza strascichi di quello che si sta concludendo — e posso dire, con un certo sollievo, che ci sono quasi.
Buona fine e buon inizio!
Ariam