Collettivo Tsɨuni: verità e giustizia per i popoli indigeni in Perù
di Cecilia Nardi
Il collettivo Tsɨuni; Nauta, 2025, foto del collettivo
“Tsɨuni”, nella lingua kukama, significa “ascoltare”. È una parola che richiama un gesto semplice, ma capace di diventare radicale e trasformativo. Nel Perù nord-orientale, tra le città di Nauta e Iquitos, un collettivo ha scelto di portare questo nome proprio per affermare una pratica: quella dell’ascolto come atto politico.
Per Tsɨuni, ascoltare significa oggi dare spazio a una verità rimossa: la brutalità dell’epoca del caucho, ancora largamente esclusa dalla narrazione ufficiale peruviana e ignorata a livello globale. Restituire voce a ciò che è stato taciuto è il primo passo per costruire giustizia nel presente.
A questo proposito, il 13 ottobre 2025, presso il Tribunale Misto di Nauta, Tsɨuni ha intrapreso un’azione legale nei confronti dello Stato peruviano, depositando un’istanza formale per l’istituzione di una Commissione della Verità che indaghi i crimini commessi durante l’epoca del caucho nell’Amazzonia peruviana. Si tratta di un’iniziativa senza precedenti nel Paese.
“Migliaia di vite indigene sono state spezzate da un’economia basata sul saccheggio e sulla violenza, spinta da interessi estrattivi e avallata dal silenzio dello Stato”, spiega Omar Navarro, uno dei componenti del collettivo.
Oggi, a più di un secolo di distanza, lɜ nipoti deɜ sopravvissutɜ, esigono il riconoscimento del proprio diritto alla verità:
“Se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno”
Tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, vaste aree dell’Amazzonia tra Perù, Colombia e Brasile furono sottoposte a uno sfruttamento intensivo per la produzione di gomma (caucho, in italiano caucciù), con conseguenze devastanti: la riduzione in schiavitù e lo sterminio di numerosi popoli indigeni, insieme alla distruzione di interi ecosistemi forestali.
Quanto accaduto è strettamente legato all’avanzamento del capitalismo in Occidente. Il caucho, sostanza ricavata dal lattice presente nei tronchi di alcune specie di alberi (Hevea e Castilla), iniziò a essere richiesto su larga scala in Europa e Stati Uniti prima con la popolarizzazione delle biciclette, poi nell'emergente industria automobilistica. Il suo utilizzo come pneumatico lo trasformò in una materia prima di importanza strategica a livello globale. Dal 1890, la città peruviana di Iquitos cominciò a distinguersi come centro per la commercializzazione della gomma proveniente dall'intera regione, monopolizzando rapidamente tale commercio.
“Si sono ascoltati molti storici e padroni caucheros raccontare dell’epoca del caucho come di un periodo glorioso, ma non si è dato spazio alla prospettiva dei popoli indigeni, né si sono ascoltate le vittime - operazione che verrebbe garantita se si costituisse una Commissione della Verità”, dichiara l’attivista Pedro Alca.
Marcia del 13 ottobre 2025 in occasione della presentazione dell’istanza; Nauta, 2025, foto del collettivo
Per sottoporre gli indigeni al lavoro, i padroni del caucho ricorsero ai metodi più atroci (torture, stupri, mutilazioni, metodi brutali di uccisione). Non esistono stime precise, ma si può affermare che in pochi decenni tra 30.000 e 100.000 indigenɜ vennero uccisɜ. Non solo si trattò di un sistema crudele giustificato da una visione del mondo razzista e coloniale, ma anche di una strategia consapevole per mantenere il controllo attraverso un meccanismo del terrore. Crimini e abusi cessarono solo quando a livello internazionale si perse interesse per la gomma amazzonica e il mercato collassò definitivamente nel 1914.
Tutti i reati perpetrati durante l’epoca del caucho vennero successivamente qualificati come eccessi attribuiti alle azioni di pochi o come dati manipolati e falsificati. I colpevoli non vennero mai puniti. Il dolore, il trauma e le continue minacce ai popoli li portarono a tacere quanto accaduto.
Oggi, le nuove generazioni non vogliono più rimanere in silenzio e lottano per recuperare questa memoria.
Per i giovanɜ del collettivo si tratta di una ferita aperta: “Tutt’oggi rimane una sensazione di impotenza. In Perù vige la più totale occultazione da parte dello Stato di quello che è successo. Si racconta di un apogeo economico per l’Amazzonia, ma la città di Iquitos è intrisa del sangue e della morte deɜ nostrɜ antenatɜ. Non si può parlare di sviluppo, se questo è basato su un genocidio con il quale scomparirono popoli interi, altri furono obbligati a fuggire e moltissimi assassinati”.
Il caucho ha influenzato profondamente le strutture sociali e lo stile di vita dei popoli indigeni che, al termine di questo periodo, si ritrovarono sulla soglia dell’estinzione culturale. I territori ancestrali furono frammentati secondo una strategia di massimizzazione dello sfruttamento. Questa prevedeva di coprire la più ampia area possibile di foresta indebolendo al contempo la struttura sociale interna dei popoli per prevenire ribellioni. La loro dispersione e conseguente configurazione in comunità lasciò parte del territorio amazzonico in mano al potere statale.
Le terre dei popoli indigeni sono però spazi che trascendono i confini che definiscono gli stati-nazione moderni. In diverse zone, i popoli oggi cercano di ristabilire la loro unità e la propria integrità territoriale tramite la costituzione di governi territoriali autonomi, nazioni indigene o autonomie indigene. Poter esercitare il proprio autogoverno permetterebbe di preservare il territorio dagli attacchi di uno Stato che tutela le industrie estrattive e le economie illegali.
I popoli indigeni in Perù continuano ad affrontare forme di estrattivismo
Il collettivo Tsɨuni nasce dall’osservazione critica della situazione politica attuale: “Da molti anni assistiamo a un estrattivismo brutale e aggressivo, promosso dallo Stato. La storia e la violenza si ripetono. Dall’epoca del caucho a oggi, lo Stato continua a sottrarci il territorio, a sfruttare le nostre risorse e a non garantire la tutela dei nostri diritti”.
Negli ultimi vent’anni, gli attacchi contro i popoli indigeni non solo sono continuati, ma si sono moltiplicati e intensificati. Si registra la continua violazione del diritto a essere consultati, in maniera preventiva e informata, su qualsiasi misura politica o legislativa che lo Stato desideri adottare nei loro territori (come stabilito dalla Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro e dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, entrambi ratificati dal Perù). Le concessioni del governo ad imprese estrattive hanno comportato un aumento della deforestazione, della degradazione del suolo e della contaminazione delle acque, mettendo a rischio la vita delle persone indigene.
La stipulazione di contratti di esplorazione o sfruttamento di idrocarburi in Amazzonia interessa lotti che si sovrappongono con i territori della maggior parte delle comunità e delle popolazioni indigene in isolamento volontario. L’impostazione coloniale e razzista dello Stato nega alle popolazioni di rispondere autonomamente agli attacchi perpetrati. Nel tutelare il loro diritto al territorio, difensorɜ ambientali corrono il rischio di violenze, criminalizzazione e morte. Secondo i dati dell'Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Pluviale Peruviana (AIDESEP), tra il 2010 e il 2024, 35 difensorɜ indigenɜ sono statɜ assassinatɜ e 226 sono statɜ a rischio di uccisione.
I modi in cui il potere statale e parte della società civile giustificano questo processo di aggressione presentano forti continuità con le narrazioni utilizzate storicamente per legittimare gli abusi contro i popoli indigeni. Gli immaginari costruiti nel passato non scompaiono, ma si trasformano e si adattano ai nuovi interessi politici ed economici, sotto forma di nuovi paradigmi. In questo quadro, lo Stato può presentarsi come “salvatore”, sostenendo di intervenire per ridurre la povertà delle popolazioni indigene.
Come si legge nel libro “Imaginario e imágenes de la época del caucho: Los sucesos del Putumayo” (Chirif, Cornejo Chaparro, 2009) : “La necessità di modernizzare le popolazioni indigene implica, in questo modo, la giustificazione per l’eliminazione dei loro diritti collettivi al territorio, alla propria identità, alla propria lingua e alla capacità di determinare il proprio destino come popolo”.
Narrazioni sui popoli indigeni e responsabilità coloniale
Nel passato, dominio e sfruttamento hanno trovato legittimazione nella rappresentazione stereotipata dei popoli indigeni come selvaggi, primitivi e inferiori, una costruzione ideologica affermatasi in Occidente. Parallelamente alla creazione di tale immagine, la società dominante ha creato quella del civilizzatore, il cui scopo è incorniciare le proprie azioni in una dimensione morale. L'obiettivo di questo esercizio di potere psicologico e mediatico è che il controllo esercitato su terre e vite indigene non sia visto come un atto di interesse personale, ma piuttosto come un’opera di salvezza.
Questo ci impone una riflessione. Confrontarsi con il nostro passato coloniale significa assumersi una responsabilità nel presente. Rimuovere o minimizzare ciò che è accaduto — e ciò che continua ad accadere — impedisce di riconoscere pienamente le ferite inflitte ai territori colonizzati. Le conseguenze si manifestano nelle politiche, nelle narrazioni, nei linguaggi e nei rapporti di potere. La mancata condanna e l’assenza di una decostruzione ed elaborazione critica del colonialismo continuano a riprodurre suprematismo, estrattivismo e appropriazione della cultura originaria.
A livello di immaginario, oggi rappresentiamo i popoli indigeni come “guardiani dell’Amazzonia”. Questi si ritrovano così ad essere investiti dalle grandi questioni ecologiche del presente per aiutare l’Occidente a risolvere problemi che esso stesso ha creato. Per farlo, però, pretendiamo che rispettino una sorta di “integrità”, rimanendo ancorati a tradizioni ancestrali. La matrice coloniale di questi immaginari è la stessa e si traduce in una nuova forma di sottomissione. Le comunità vengono così romanticizzate ed esoticizzate, creando un unicum che appiattisce le loro diversità e specificità di cosmovisione e legame con il territorio.
Attivismo e memoria dei popoli indigeni
L’attivismo indigeno rappresenta una risposta collettiva dal basso a queste dinamiche. Lɜ attivistɜ indigenɜ rappresentano il contro-potere, esprimendo la loro legittimità e potenzialità di azione tramite molteplici pratiche di lotta.
Attraverso reti di solidarietà e strumenti come i social media, l’arte, il cinema, la fotografia e la musica, le nuove generazioni rivendicano il diritto di raccontare la propria visione, per non essere più solo oggetti di narrazione.
Promuovere spazi di contro-narrazione risulta cruciale anche per il mantenimento di una viva, multiforme e duratura memoria collettiva. In questo, Tsɨuni si configura come movimento che si contrappone alla naturalizzazione delle rappresentazioni dominanti.
Presentazione dell’istanza al Tribunale Misto di Nauta; Nauta, 2025, foto del collettivo
Lɜ attivistɜ del collettivo, di età compresa tra i 18 e i 30 anni, appartengono a 11 popoli originari (Kukama, Murui, Maijuna, Secoya, Wampis, Awajún, Bora, Ticuna, Achuar, Arabela e Shiwilu). Attraverso attività di divulgazione sui social network, la partecipazione a eventi nazionali e internazionali e la raccolta di testimonianze sul periodo del caucho, si impegnano a far emergere e ascoltare la propria storia.
Le rivendicazioni deɜ attivistɜ si intersecano con processi di riscoperta identitaria e costruzione della propria soggettività, elaborazione del trauma ereditato e riappropriazione dei propri spazi - configurandosi come un ponte tra passato e futuro. Le loro sono esistenze resistenti a un sistema che le respinge, le esclude e non le contempla.
Chi detiene il potere, infatti, delinea, tramite processi di visibilizzazione e invisibilizzazione, chi può definire la memoria legittima all’interno di una società. In questa compressione di memoria e soggettività si riproducono continuamente forme di violenza.
Riparare al passato coloniale vuol dire dunque ridefinire anche la memoria pubblica e restituire spazio alle narrazioni silenziate. Ricordare e riconoscere sono pratiche necessarie per non continuare a perpetuare, sotto nuove forme, le stesse logiche coloniali.
La lotta di Tsɨuni nasce dal territorio e dal dolore, dalla necessità di restituire giustizia ai propri avi e a tutte le forme di esistenza spezzate dalle pratiche colonialiste, che hanno trasformato la vita in mera sopravvivenza:
“La memoria non è una questione del passato. Vogliamo incontrare la verità e darle voce, dando voce così ai popoli indigeni e ai nostrɜ antenatɜ”.
Momento della marcia del 13 ottobre 2025; Nauta, 2025, foto del collettivo
Grazie al collettivo Tsɨuni e in particolare a Omar Navarro, Katy Ordoñez, Pedro Alca, Francia Diaz e Maruja Gormaz per il tempo dedicato a parlare con me.