Platone nel ventre della bestia

Il mito della caverna e l’imperialismo che si autoassolve

di Youssef Siher

Nel mito della caverna, Platone immagina un gruppo di prigionieri incatenati in fondo a una grotta, condannati a fissare le ombre proiettate sul muro davanti a loro. Quelle ombre sono tutto ciò che conoscono, tutto ciò che chiamano realtà. Il fuoco che le genera è alle loro spalle — invisibile, mai interrogato. Chi riesce a liberarsi e risale verso la luce del sole capisce che ciò che chiamava realtà era illusione. Ma se torna dagli altri per liberarli, viene deriso. O peggio.

Si tratta di una delle allegorie più note della filosofia antica, eppure non ha invecchiato di un giorno — il che, a pensarci, non è esattamente un complimento per noi. Applicata all’ordine attuale, dominato dall’imperialismo occidentale, smette di essere un esercizio astratto e diventa uno strumento di analisi politica preciso e, per certi versi, fastidioso. Soprattutto per chi si crede già uscito dalla caverna.

Le ombre sul muro, ovvero le categorie con cui il sistema si autolegittima

Le ombre sul muro corrispondono alle categorie attraverso cui l’imperialismo si autolegittima: democrazia liberale, sviluppo, diritti umani, mercato libero, e quell’elegante eufemismo che risponde al nome di “ordine internazionale basato sul diritto”. Nessuno di questi concetti è neutro. Sono proiezioni di un fuoco collocato in un luogo ben preciso — i centri di potere dell’Occidente — e la loro funzione principale non è descrivere il mondo, ma rendere invisibile ciò che quel mondo produce.

Il “prigioniero” che vive in Europa o negli Stati Uniti non vede le miniere di cobalto in Congo, le guerre per procura nel Sahel, il meccanismo del debito che tiene il Sud globale inchiodato alla sua periferia. Vede le ombre:

ONG, missioni di pace, aiuti allo sviluppo, corridoi umanitari, e quella dottrina di una sottigliezza davvero ammirevole che è la responsabilità di proteggere (o il cosiddetto complesso del salvatore bianco) — quella dottrina sublime che consente di bombardare uno Stato sovrano nel nome di astratti valori “universali”.

Il fuoco, naturalmente, non si governa da solo.

Dietro di esso opera una classe dominante che ha ampiamente superato i confini della borghesia nazionale in senso classico: una rete di capitali finanziari, istituzioni multilaterali, complessi militari-industriali e università d’élite che producono il sapere legittimo

— ovvero decidono quali domande meritano di essere poste e quali, più silenziosamente, no. Questi attori non si coordinano necessariamente in modo cospirazionista — sarebbe quasi più rassicurante se lo facessero. Condividono interessi strutturali nella riproduzione del sistema, il che è molto più efficiente di qualsiasi complotto: non serve ordinarsi di fare le stesse cose se si è tutti nella stessa caverna.

La sinistra occidentale, ovvero chi crede di essere uscito dalla caverna

Ma la parte più interessante dell’allegoria, applicata al presente, non riguarda né i prigionieri inconsapevoli né i custodi del fuoco. Riguarda una terza figura, quella che Platone lascia implicita e che la politica contemporanea ha provveduto a rendere fin troppo visibile: chi si è girato verso il fuoco ma lo scambia per il sole — e nel frattempo ha anche aperto un profilo Instagram per documentare il percorso.

Prendiamo la sinistra parlamentare occidentale. Partiti che usano il linguaggio della giustizia sociale, citano Gramsci nelle prefazioni ai programmi elettorali, si indignano con puntualità e con la stessa cadenza con cui si rinnovano le tessere — e poi votano bilanci militari da record, sostengono interventi armati con qualche distinguo nella forma sufficiente a farli dormire la notte, appoggiano sanzioni che colpiscono le popolazioni civili con la medesima sistematicità con cui erodono i salari reali di quelle che dovrebbero rappresentare. Il loro orizzonte massimo è la redistribuzione interna al sistema: qualche punto di pressione fiscale sui redditi alti, qualche tutela lavorativa strappata a metà. La gerarchia globale non viene nominata — non per malafede, si badi, ma perché nominarla richiederebbe di interrogare anche la propria posizione all’interno di essa, e questo è un esercizio che nessun partito ha ancora inserito nel programma.

Poi c’è quello che molti di noi chiamano il non-profit industrial complex (NPIC) — le grandi organizzazioni umanitarie che operano in simbiosi strutturale con i governi donatori occidentali, e che svolgono una funzione precisa: depoliticizzare le conseguenze del sistema senza mai nominarne le cause.

Non si tratta di un’accusa alle persone che ci lavorano — molte delle quali sono animate da una dedizione genuina e, in certi contesti, da un coraggio reale. Si tratta di una osservazione sulla meccanica. Il campo profughi viene finanziato dallo stesso Stato che ha armato la guerra che ha prodotto i profughi; la clinica mobile opera nel territorio che le politiche di aggiustamento strutturale hanno sistematicamente impoverito; il progetto di empowerment femminile viene implementato nel paese in cui i droni hanno appena completato un ciclo di bombardamenti. La catena causale non viene mai percorsa fino in fondo — e non perché qualcuno lo impedisca esplicitamente, ma perché il sistema finanzia ciò che lo assolve e lascia senza fondi ciò che lo accusa. Chi ci lavora è spesso in perfetta buona fede, e questo è esattamente il punto: la buona fede è funzionale al sistema con la stessa efficienza del cinismo, con il vantaggio non trascurabile di non pesare sulla coscienza di nessuno.

Ma la critica più scomoda — quella che nessuno vuole ricevere e quasi nessuno vuole formulare — riguarda i movimenti che si autodefiniscono “antagonisti” all’interno dei centri imperiali stessi. Un movimento che lotta per diritti civili, riconoscimento identitario o uguaglianza di genere nel cuore dell’imperialismo può essere, oggettivamente e al di là di qualsiasi intenzione, funzionale alla riproduzione del sistema. Non perché le sue rivendicazioni siano false o irrilevanti — non lo sono — ma perché la domanda decisiva non è cosa si rivendica, ma dentro quale orizzonte lo si fa. Se l’orizzonte è l’inclusione nel sistema piuttosto che la trasformazione del sistema, se la lotta non viene mai articolata con quella dei popoli a cui quel sistema estrae ricchezza, se i budget, le piattaforme e la visibilità del movimento dipendono da fondazioni finanziate dai capitali che traggono profitto dall’ordine che si dichiara di contestare —

allora l’antagonismo ha già cambiato natura senza che nessuno abbia firmato nulla. È diventato un prodotto.

Confezionato, distribuito e consumato dalla stessa filiera che produce tutto il resto. Il mercato ha una capacità davvero notevole di assorbire la propria critica: la trasforma in estetica, le assegna un codice colore, la mette in vendita, ci organizza un festival con il biglietto a trenta euro e il drink incluso.

Gramsci direbbe che ogni sistema produce i propri intellettuali organici, e l’imperialismo occidentale non fa eccezione — anzi, li produce con una certa abbondanza e con ottimi stipendi. Sono accademici, giornalisti, voci pubbliche che conoscono perfettamente il lessico dell’anticapitalismo,

murale di Jorit

citano Frantz Fanon e Edward Said con disinvoltura, firmano appelli e rilasciano interviste — e la cui carriera, visibilità e riproduzione materiale dipendono interamente dalle istituzioni del sistema che analizzano. L’università angloamericana, i grandi media progressisti, i circuiti culturali finanziati da fondazioni private non censurano questa critica: la pubblicano, la premiano, la invitano ai convegni. Possono farlo perché è una critica che il sistema sa già dove mettere — nei supplementi culturali, negli scaffali delle librerie indipendenti, nei panel con moderatore. Una critica che non tocca nulla di strutturale ha il pregio ulteriore di dimostrare l’apertura del sistema, la sua capacità di contenere il dissenso senza doverlo reprimere. È la versione contemporanea del prigioniero che si gira verso il fuoco: ha già fatto un passo, si sente inequivocabilmente illuminato, scrive saggi sull’oscurità della caverna — e quella sensazione di lucidità è esattamente ciò che lo tiene fermo dove si trova.

Chi vede fuori dalla caverna, ovvero come il sistema gestisce il dissenso radicale

Platone descrive infine il filosofo che torna nella caverna e viene deriso o ucciso. È la parte dell’allegoria che suona meno metaforica di tutte. Chi nomina il sistema senza mediazioni — senza le opportune attenuazioni, senza il tono giusto, senza collocare la critica dentro un quadro che il sistema possa riconoscere come legittimo — riceve un trattamento che varia a seconda della distanza dai centri del potere. I movimenti di liberazione nazionale vengono criminalizzati come organizzazioni terroristiche. Gli stati che escono dalla sfera d’influenza occidentale vengono sottoposti a sanzioni, destabilizzazione, o più creative combinazioni delle due.

Gli intellettuali del Sud globale che producono analisi scomode restano sistematicamente ai margini dei circuiti accademici e mediatici che pure si vantano di essere plurali.

Nei centri imperiali stessi, la violenza fisica è raramente necessaria — sarebbe controproducente, oltre che esteticamente incompatibile con l’immagine che il sistema ha di sé. Basta la marginalizzazione epistemica: chi vede fuori dalla caverna viene dichiarato irrilevante, estremista, o filo-autoritario. Quest’ultima categoria è di una utilità particolare, perché permette di screditare qualsiasi critica all’ordine liberale senza doverla toccare nel merito — un risparmio di energie notevole, considerando la mole di critiche che circolano.

Ciò che l’allegoria platonica suggerisce, in ultima analisi, è che il problema dell’imperialismo non è soltanto economico o militare — è prima di tutto epistemologico. Il sistema si riproduce perché controlla qualcosa di più profondo delle risorse e degli eserciti: controlla i termini del discorso, le categorie attraverso cui il reale viene percepito, la definizione stessa di progresso, civiltà, libertà. Finché queste categorie restano intatte, qualsiasi critica formulata al loro interno rimane una critica che il sistema può gestire — e di solito finanziare.

L’uscita dalla caverna, allora, non è anzitutto una questione di organizzazione politica. È una questione di rottura cognitiva: la capacità di guardare il fuoco e riconoscere che non è il sole, anche quando quella luce è l’unica che si è conosciuta, anche quando riconoscerlo significa rimettere in discussione anni di militanza, di identità, di appartenenza. Significa chiedersi onestamente dentro quale caverna siano stati formati i propri orizzonti politici, chi abbia tenuto acceso il fuoco mentre ci si credeva in cammino verso la luce, e se la strada che si stava percorrendo portasse davvero fuori o girasse semplicemente intorno allo stesso punto.

È un esercizio che nessuno ama fare. Molto più semplice continuare a discutere di ombre — magari organizzando un’assemblea pubblica.

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Le origini del capitalismo. Una storia di espropriazione e crisi climatica.