Proteste al Pilastro di Bologna

Sgombero, repressione e sicurezza per cementificare il dissenso.

di Dario Morgante

È l’alba del 2 marzo e nel Parco Mitilini-Moneta-Stefanini, al Pilastro, periferia nord-orientale di Bologna, una decina di tende colorate ospita residenti e attivistə del comitato MuBasta, ancora dormienti. L’accampata occupa una porzione dell’area verde che, nella settimana precedente, si è trasformata nel cuore di una mobilitazione di quartiere. Le proteste hanno l’obiettivo di impedire l’avvio dei lavori per il nuovo Museo delle bambine e dei bambini (Muba), progetto da circa sei milioni di euro promosso dall’amministrazione comunale di centrosinistra, guidata dal sindaco Matteo Lepore. Assemblee, cene a base di panzerotti e iniziative per famiglie si sono susseguite nel giardino che porta il nome dei tre carabinieri uccisi nel 1991, durante una sparatoria della Banda della Uno Bianca.

Sul prato affaccia la casa di Laura Pasotti, 53 anni. «Questo è sempre stato il posto dove si incontrano le famiglie della zona e lɜ bambinɜ giocano» racconta. La mattina del 23 febbraio viene dato avvio all’opera di rimozione degli alberi, come previsto dal piano edificatorio, e il comitato convoca un presidio fin dalle prime ore del mattino. «Un vicino mi ha chiamato alle sei per dirmi che stavano arrivando i camion dell’azienda e la polizia». La notizia si diffonde rapidamente tra i palazzi e moltə scendono in strada: «Per tante persone è stato traumatico vedere tagliare gli alberi del parco sotto casa», commenta l’attivista.

È da quel momento che nasce una mobilitazione destinata a segnare, per settimane, la vita del quartiere Pilastro di Bologna.

Durante la giornata, un membro del movimento di disobbedienza civile Extinction Rebellion riesce a entrare nell’area del cantiere, arrampicandosi e permanendo su uno degli alberi destinati all’espianto. Quando nel pomeriggio arrivano i vigili del fuoco per farlo scendere, la tensione cresce: gli agenti in antisommossa procedono a spintoni per aprirsi un varco e alcunɜ ragazzɜ del quartiere rifiutano di allontanarsi. «Dicevano: «Io sono qui, questa è casa mia», ricorda Laura. Nei momenti in cui il giovane torna a terra, alcunə residentə abbattono le transenne e occupano il parco, animandolo con iniziative popolari per qualche giorno.

Poi, alle prime luci del 2 marzo, arriva lo sgombero definitivo: duecento agenti, sedici camionette e un idrante circondano il presidio. «Moltɜ sono statɜ tiratɜ fuori dalle tende che ancora dormivano», riferisce Pasotti. Durante l’operazione un membro del comitato di oltre sessant'anni cade, lussandosi una spalla, mentre gli agenti continuano a spingere la folla. Nel giro di poche ore le tende scompaiono, sostituite da transenne metalliche sempre più alte. Il prato si riempie di ruspe e motoseghe e quello che per qualche giorno è stato luogo di assemblee e cene di quartiere si trasforma in un grigio recinto militarizzato e sorvegliato.

È questo il volto oscuro e tenebroso dell’era della sicurezza, dove lo spazio del dissenso è sempre più sacrificato sull’altare dell’ordine pubblico.

«Fino ad alcuni anni fa esisteva una distinzione abbastanza netta tra diversi ambiti della sicurezza», spiega Mauro Palma, matematico e giurista, già Garante dei diritti delle persone private della libertà personale e fondatore dell’associazione Antigone. «C’era la gestione delle manifestazioni, la sicurezza urbana nelle città, quella negli stadi e quella interna ai luoghi detentivi». Oggi, secondo Palma, questi settori si sono progressivamente sovrapposti. «Già prima del G8 di Genova del 2001 il modello prevalente è diventato quello della contrapposizione rigida, molto simile a quello utilizzato negli stadi nei confronti dei gruppi violenti». La trasformazione riguarda anche gli operatori di polizia: «Non esiste più una formazione centrata sulla de-escalation dei conflitti in caso di proteste. La preparazione è sempre più orientata al confronto diretto».

Questo mutamento della gestione dell’ordine pubblico, bene giuridico sempre più prevalente sugli altri, trova un’applicazione concreta nella vicenda delle proteste al Pilastro. Qui, dellə settemila residentə, unə su cinque ha cittadinanza straniera e oltre un terzo abita in alloggi pubblici costruiti negli anni Sessanta, per assecondare l’espansione urbana di Bologna.

Un’espansione che, in realtà, non si è mai fermata e che per il comitato MuBasta rende ogni albero sacrificato sull’altare del cemento una minaccia esistenziale.

«Quando a dicembre l’assessore è venuto a presentare il progetto del museo, abbiamo iniziato a volantinare per invitare lə residenti all’incontro e far sentire la nostra contrarietà», ricostruisce Laura. «In quell’occasione abbiamo abbiamo creato una chat e da lì è nato il comitato». All’epoca, la donna non immaginava che una campagna di quartiere per un parchetto avrebbe portato a un dispiegamento così massiccio di forze di polizia. 

Alla fine dell’operazione del 2 marzo il bilancio è di sei persone fermate, tra cui tre giovani - nati nel 1999, 1997 e 2002 - arrestatə e portatə in carcere alla Dozza. L’accusa principale contestata loro è quella di resistenza a pubblico ufficiale, prevista dall’articolo 337 del codice penale, che in astratto prevede, nella sua ipotesi aggravata, una pena massima di 15 anni di reclusione. Più di quanto comminabile a chi commette una violenza sessuale o un omicidio stradale. Lɜ tre stavano occupando, insieme ad altrɜ, l’unico albero di cui nei giorni precedenti era stata impedita la rimozione. Dopo aver trascorso due notti in carcere per le proteste del Pilastro, lɜ manifestanti vengono portatɜ davanti al Giudice per le indagini preliminari di Bologna Claudio Paris, il quale, pur convalidando l’arresto, ne dispone la liberazione e rigetta la richiesta di applicazione di misure cautelari avanzata dal Pubblico Ministero. Tra le pagine della sua ordinanza osserva che le indagatə sono «giovani, incensurati e privi di carichi pendenti» e che lo stesso comitato MuBasta è «un sodalizio di residenti e altri soggetti nato per contestare» il progetto del museo «per ragioni asseritamente ecologiste».

È nel campo della gestione penale del dissenso che, secondo Palma, si coglie uno dei cambiamenti più profondi nel modo in cui oggi viene interpretata e narrata la sicurezza. «Quando mi si chiede cosa significhi sicurezza, dipende sempre da chi è il soggetto», sottolinea.

«Per un giovane può voler dire poter immaginare una vita dignitosa, un lavoro, una possibilità di espressione. Per un palestinese significa avere una terra e un riconoscimento di soggettività. Per me la sicurezza è sempre legata al diritto al futuro».

Palma distingue tra «sicurezza di» e «sicurezza da». «La sicurezza di è la sicurezza di avere diritti, di poter vivere una vita dignitosa, di muoversi sapendo di essere riconosciuti come soggetti. La sicurezza da, invece, è la sicurezza da un nemico, da aggressori, da gruppi percepiti come pericolosi, da categorie sociali individuate come minaccia». Negli ultimi decenni, la seconda ha progressivamente sostituito la prima. Il problema, però, non è solo giuridico: è anche politico e culturale. «Viviamo in democrazie multilivello in cui il confronto elettorale è continuo: comuni, regioni, Stato, Europa. Il tema «sicurezza» diventa quindi uno strumento fondamentale di consenso politico». 

Nei giorni successivi lo sgombero, il presidio del MuBasta viene ricostruito più volte e il comitato organizza nuove assemblee e iniziative pubbliche, mentre il quartiere resta militarizzato. «C’erano sempre camionette sotto casa», riporta la donna. «Molte persone del quartiere volevano partecipare ma avevano paura. Quando vedi tutta quella polizia sotto casa ti chiedi cosa può succedere». La sera del 7 marzo 2026 centinaia di persone si riuniscono per un corteo, che, però, viene brutalmente disperso nei pressi del Militini-Moneta-Stefanini. «A un certo punto, hanno iniziato a tirare lacrimogeni ad altezza volto. La gente scappava per le strade del Pilastro, nei portici, nei cortili». 

Oltre agli arresti e all’uso brutale della forza, la repressione del dissenso passa anche da un altro canale: quello delle sanzioni amministrative, come la stessa Laura ha potuto sperimentare. «I vigili urbani mi hanno fatto una multa di 400 euro per bivacco, perché nel parco c’erano tende e materiali da campeggio», racconta. «Poi mi è stata contestata, insieme ad altre due persone, la partecipazione alla manifestazione non autorizzata». L’addebito si fonda sull’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, un impianto normativo di origine fascista tuttora in vigore e recentemente modificato dal decreto-legge «sicurezza», approvato dal governo Meloni il 24 febbraio 2026. Il provvedimento è intervenuto soprattutto sull’entità della pena: la partecipazione o promozione di una manifestazione non autorizzata - prima punita con arresto fino a sei mesi e un’ammenda tra 103 e 413 euro - è stata trasformata in sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra i mille e i diecimila euro. Una modifica normativa che elimina il passaggio davanti a un giudice e affida l’intervento direttamente all’iniziativa di Questura e Prefettura, rafforzando un modello di sicurezza sempre più amministrativo e meno garantito sul piano giurisdizionale, come emerso anche nel caso delle proteste del Pilastro di Bologna.

La misura si inserisce in una sequenza ormai fitta di interventi con cui l’esecutivo ha occupato il campo della retorica securitaria, ricorrendo quasi sempre allo strumento emergenziale del decreto-legge. Dalle norme anti-rave al decreto Cutro, dalle misure su Caivano al primo decreto sicurezza del 2025, fino all’ultimo intervento varato sull’onda della polemica politica seguita ai fatti di Torino del 31 gennaio.

Una traiettoria legislativa che, provvedimento dopo provvedimento, emergenza dopo emergenza, segna un preoccupante irrigidimento degli strumenti penali utilizzati per gestire il conflitto sociale. 

Questo impianto ha elevato a beni giuridici da tutelare categorie come l’ordine pubblico e il decoro urbano, trasformandole in parametri difficilmente contestabili attraverso cui narrare e governare il reale. «Sono concetti molto elastici, spesso difficili da definire con precisione», osserva Palma. «Il rischio è che finiscano per diventare criteri generali per limitare diritti fondamentali come la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di riunione o, persino, l’integrità fisica di chi manifesta». Una dinamica che emerge con particolare evidenza nelle proteste del Pilastro di Bologna, dove la millantata gestione dell’ordine pubblico ha finito per prevalere sulle istanze espresse dai residenti.

Il paradosso, secondo Mauro Palma, è che questo processo rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato. «Quando la sicurezza viene ridotta alla difesa da un presunto nemico - e questo nemico diventa di volta in volta il migrante, il giovane, il manifestante - si crea una società più impaurita, non più sicura», conclude.

«Sempre più persone si sentono insicure non perché minacciate, ma perché temono le conseguenze del partecipare alla vita pubblica».

Le proteste del Pilastro mettono in luce un ulteriore tratto della dottrina securitaria, erede dei crimini di Stato, rimasti in larga parte impuniti, del G8 di Genova: lo strumento repressivo non è di dominio esclusivo delle destre post fasciste, ma è ampiamente utilizzato da forze politiche che si autodefiniscono «progressiste». In tal senso, Bologna è un caso studio. La città, infatti, è guidata dalla giunta di Matteo Lepore (Partito Democratico), sostenuta, tra gli altri, da Coalizione Civica, formazione non partitica che ha accompagnato la sua elezione del 2021, promuovendo istanze ambientaliste, transfemministe ed egualitarie. Nella notte della sua nomina plebiscitaria (oltre il 60% di voti al primo turno), Lepore qualificava Bologna come «la città più progressista d’Italia», invitando «tutti i sindaci progressisti ad unirsi». 

Eppure, nel corso del suo mandato, il primo cittadino non ha mai messo in discussione l’intervento di forze di polizia nella gestione dei conflitti sociali, soprattutto ambientali. I fatti del Muba, del resto, seguono quelli della primavera 2024 che hanno riguardato il vicino parco Don Bosco (quartiere San Donato). In quel caso, la mobilitazione ha preso forma contro la ricostruzione delle scuole medie “Besta”, finanziata con oltre 18 milioni di euro anche attraverso fondi PNRR, prevedendo l’abbattimento di decine di alberi. Il conflitto ha raggiunto il suo apice tra gennaio e giugno 2024, con l’apertura del cantiere, l’occupazione degli alberi con casette di legno e la presenza crescente di forze di polizia. Nell’aprile 2024 un membro del comitato “Don Bosco”, allora diciottenne, è  stato brutalmente arrestato durante un presidio notturno, mediante l’uso di taser e spray urticante. Il ragazzo, ex studente delle Besta e residente lì vicino, si sarebbe trovato all’interno del cantiere, di notte, al fine di sottrarre delle assi di legno (come sostenuto dall’accusa e confermato in giudizio). Nel novembre 2024, il piano di cementificazione del Don Bosco è stato abbandonato dall’amministrazione comunale, che ha riconosciuto all’azienda appaltatrice quasi un milione di euro a titolo di penale. Lo stesso Lepore ha motivato la sospensione del progetto con la necessità di evitare «uno sgombero modello G8», riferendosi al 2001 genovese.

Le vicende dei comitati Don Bosco e Mubasta - e le conseguenti narrazioni istituzionali - sono unite da un sottile filo rosso.  L’8 marzo, riferendosi al Pilastro, il sindaco parla di «violenza politica» da isolare, attribuendo le responsabilità a «gruppi estranei al quartiere» impegnati a «strumentalizzare» la mobilitazione. Pochi giorni dopo, durante la commemorazione di Francesco Lorusso,  studente universitario ucciso da un carabiniere durante le proteste bolognesi del 1977, la vicesindaca Emily Clancy, esponente di punta di Coalizione Civica, viene contestata in via Mascarella. «Avete gassato un intero quartiere», le urla unə dissidente. «La vostra politica è il manganello», aggiunge. Clancy respinge le contestazioni: «Nessuno può impedirmi di portare il mio omaggio. Lo faccio da sempre». Sul Pilastro, da un lato, esprime «preoccupazione» per «i lacrimogeni lanciati ad altezza uomo» e per gli arresti; dall’altro, difende il progetto del museo come «una risorsa per il quartiere», parlando di «operazione elettorale» attorno alla protesta. Il Comune di Bologna, interrogato da Voice Over Foundation sulla militarizzazione del Pilastro, non ha risposto alla richiesta di commento.

Il 31 marzo, al Mitilini-Moneta-Stefanini arrivano le betoniere e il prato viene soffocato dall’asfalto per consegnare alla città l’ennesimo intervento di «rigenerazione urbana». Mentre la superficie si fa liscia, ordinata, governabile, sotto il nuovo strato di grigio non scompare soltanto il manto erboso, ma restano sepolte le assemblee, i cortei e le cene sociali a firma MuBasta, che per giorni hanno animato quello spazio. Non è stato cementificato solo il verde del Mitilini-Moneta-Stefanini, insomma. È stato cementificato il dissenso di un intero quartiere.

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