L'Adolescenza rubata: la scelta forzata di crescere
Lettera #6
CHIACCHERE AFRODISCENDENTI
Illustrazioni di Valeria Weerasinghe
Abbiategrasso,
Venerdì 21 novembre 2025
Cara Ariam,
Come dicono gli inglesi, “long time, no see”. O forse, nel nostro caso, “long time, no write and read”. Come stai? Sono passate diverse settimane dal nostro ultimo scambio, che alla fine è stato uno dei più intensi che abbiamo avuto. Sembrava un argomento leggero, quasi innocuo, invece ha aperto una serie di cassetti pieni di ricordi e anche di piccoli traumi. In queste settimane di silenzio ho sentito quanto sia strano tornare a scrivere dopo conversazioni così cariche. A volte il tempo serve proprio per far decantare la profondità di questi nostri flussi di coscienza, per darci modo di comprendere che certe parole hanno bisogno di restare ferme un attimo, come se richiedessero spazio per far emergere altro. Rileggendo la tua lettera mi sono tornate in mente molte cose. Pensare all’adolescenza mi ha fatto capire quanto, in realtà, non siamo mai state davvero bambine o ragazze. Ci è sempre stato chiesto di essere giovani adulte anche a 8, 10, 12 o 14 anni. Riflettendo su tutto quello che abbiamo vissuto, ho la sensazione di aver perso una parte dell’infanzia. Non perché ci sia stata tolta in modo improvviso, ma perché si è consumata senza che ce ne accorgessimo. Eravamo troppo impegnate a fare, sostenere, capire cose più grandi di noi… mentre gli altri bambini e bambine scoprivano il mondo con leggerezza, noi imparavamo a reggerlo con le mani ancora troppo piccole. Questa consapevolezza a volte pesa, ma allo stesso tempo spiega tante parti di noi che prima non sapevamo nominare.
Ricordo, senza alcuno sforzo, come io e mia sorella, oltre a fare da assistenti, segretarie e piccole burocrate per i nostri genitori, siamo state anche le mamme delle nostre sorelle minori e di nostro fratello. Li abbiamo cresciuti come se fossero figli nostri prima ancora che fratelli, mentre noi stesse stavamo ancora imparando a essere bambine. I nostri genitori ci ripetevano spesso che in Senegal, ad otto anni, le bambine sanno già fare tutto ciò che fa una donna adulta, e che noi eravamo fin troppo viziate. Dicevano che non saremmo mai state come i nostri amici bianchi, incapaci perfino di rifarsi il letto da soli. Per molto tempo i miei genitori sono stati i grandi antagonisti della mia vita. Io non capivo loro e loro non capivano me. Volevo che fossero diversi, più affettuosi e più presenti, ma non avevo idea del peso che stavano portando. E alla fine, in cambio, non ci hanno mai chiesto nulla di davvero exajerato, come direbbe mia madre. Ripensando alla storia dei miei genitori, mi colpisce quanto poco conoscessi davvero il loro percorso. Da bambine, io e mia sorella vedevamo solo la superficie, i divieti, le regole, il poco tempo. Non capivamo che dietro c’era una vita intera di due persone che hanno dovuto adattarsi, stringere i denti, trovare soluzioni dove non c’erano. Solo crescendo ho capito che ogni loro scelta era il risultato di un mondo che li aveva messi alla prova molto prima che arrivassimo noi. Grazie a questa nuova lente, che ovviamente non giustifica tutto, ho avuto finalmente la possibilità di vedere la fatica che hanno sempre nascosto.
Ho iniziato a capire cosa avessero sulle spalle solo dopo il mio primissimo viaggio in Senegal. Nel 2021 ho incontrato una parte di loro che non avevo mai visto. Li ho visti senza il peso della fatica continua, senza quel razzismo strutturale che ha segnato le loro vite dal momento in cui hanno lasciato la loro casa. Li ho visti sorridere, ridere a crepapelle, ballare, mangiare, riposare. Li ho visti nella loro forma più semplice e vera, in cui potevano essere persone prima di essere genitori, lavoratori o migranti. Mi sono sentita egoista per tutte le volte in cui ho pensato solo a ciò che mi mancava, a quell’educazione “occidentale” che pretendevo da persone che erano cresciute in un contesto completamente diverso.
Da piccola dicevo sempre che avrei voluto dei figli per diventare un genitore migliore dei miei. Oggi non desidero avere figli, ma se un giorno dovessi cambiare idea, so che porterei con me molti dei loro insegnamenti. Sono la persona che sono proprio grazie a loro. Certo, rimodellerei alcune cose per non continuare il famoso trauma generazionale, ma la base che mi hanno dato resta preziosa.
Tra i tanti episodi della mia infanzia e adolescenza, quello che non dimenticherò mai è la prima volta in cui ho sentito di aver davvero deluso mia madre. È uno di quei momenti che appartengono a ciò che, da un lato, potremmo chiamare infanzia rubata e, dall’altro, crescita forzata. È anche uno dei primi ricordi in cui ho capito che i nostri genitori ci avevano sempre trattato in modo diverso, perché noi eravamo diverse e il mondo ce lo avrebbe ricordato senza risparmiare nessuno. Ero alle medie, nell’età delle piccole ribellioni. Le mie amiche saltavano la scuola, provavano a fumare, rubavano lucidalabbra e altre sciocchezze. A me quelle cose mettevano solo ansia. Chiedevo sempre “ma se vi beccano non avete paura dei vostri genitori?”. Loro mi rispondevano con una calma che mi spiazzava “ma no, poi gli passa, basta piangere un po’ e si inteneriscono”. Io invece pensavo a mia madre, che se mi vedeva con gli occhi lucidi raddoppiava la punizione dicendo “te lo do io un motivo per piangere”. Era come vivere in due universi opposti. Un giorno decisi di andare con loro e provare anche io una delle loro ragazzate. Ma la mia presenza cambiò tutto.
Le mie amiche erano convinte che non ci avrebbero detto nulla, perché non era mai successo. Io ancora non sapevo dare un nome a quella differenza, l’ho imparato molto dopo. Si chiama privilegio bianco. La guardia mi ha seguita dal primo istante e, una volta beccate, ha chiamato i nostri genitori. Io ero così agitata che sembrava stessi per svenire, mentre le mie amiche continuavano a ripetere che non sarebbe successo niente, che ci avrebbero solo sgridate. Ma loro non conoscevano i miei genitori. Ricordo ancora l’attesa infinita e poi l’arrivo di mia madre. Non disse una parola. Era la prima volta che non urlava, aveva un tono che non le avevo mai sentito, quasi remissivo. Pagò la mia parte, meno di dieci euro, e si voltò per tornare a casa. Non mi parlò per mesi. Mi disse soltanto che non meritavamo la vita che avevamo, che la mia sciocchezza poteva rovinare tutti i loro sforzi, che con cose del genere si rischiano i documenti.
Parlava al plurale perché la mia colpa non ricadde solo su di me, ma su tutta la famiglia, soprattutto su mia sorella maggiore “che avrebbe dovuto insegnarmi meglio”. Per la prima volta avrei voluto che mia madre fosse arrabbiata. Non ero pronta a quel tipo di silenzio. Fu uno schiaffo di realtà. Io non ero come le mie amiche. Non avevo la leggerezza di sbagliare, di fare una sciocchezza e ridere dopo. Non ero mai stata davvero una ragazzina e non ero responsabile solo della mia vita.
Non so perché, tra tanti ricordi, ho scelto di raccontarti proprio questo. Forse perché è stato uno dei primi risvegli. Forse perché il silenzio, in quel momento, mi ha insegnato più di qualsiasi parola. Forse perché è stata la prima volta in cui ho sentito di aver spezzato il cuore di mia madre. Da allora ho iniziato a guardarla con più gentilezza. Ho smesso di misurarmi con modelli che non avevano niente a che vedere con la mia storia, la mi vita e la mia famiglia. Ho capito che tutto ciò che ho vissuto, con le sue ombre, le sue luci e le sue ferite, ha un valore. La verità è che continuiamo a crescere anche quando pensiamo di essere arrivate. Ogni ricordo che torna, ogni nuova comprensione dei nostri genitori e di noi stesse ci spinge un passo più avanti…forse questo è il senso dell’essere state eterne adulte: non cancellare ciò che è stato, ma comprenderlo.
Un abbraccio,
Nogaye
Malmö,
Giovedì 27 Novembre 2025
Ciao Nogaye,
io faticosamente bene, grazie per chiederlo! In questi giorni sono in Svezia per un convegno all’Università di Malmö, il “Cross-Sectoral Symposium on Structural Racism, Diversity and Inclusion”. Sicuramente ci sarà occasione per parlarne, per ora mi prendo un momento per elaborare questa due giorni molto intensa.
Approfitto di questo momento di pace in albergo per risponderti e ringraziarti per aver ripreso il nostro scambio. Da quando sono tornata dalla Turchia tutto è stato frenetico! Il lancio della nostra newsletter, l’organizzazione del Blackn[è]ss Fest, le manifestazioni a Milano e poi quella nazionale a Roma, e tutta la parte invisibile del post-festival che sembra non finire mai. A tutto questo si aggiunge il lavoro fisso.
Ma ciò che più di tutto mi sta togliendo energie è l’impatto emotivo degli episodi di profilazione razziale e violenza che continuano a colpire persone intorno a noi. Sapere di abusi, di uso sproporzionato della forza che viene normalizzato, assorbito, dimenticato nel giro di un ciclo di notizie. Episodi che colpiscono per la maggior parte persone che non hanno accesso agli strumenti per denunciare, o che sanno già che denunciare non serve. Sono dinamiche che ormai riconosciamo bene, che ci fanno sentire impotenti e solə. E quello che ci rimane, spesso, è mettere a disposizione ciò che abbiamo imparato negli anni, cercando di mantenere lucidità e sangue freddo, nascondendo i tagli al cuore che ci procurano questi episodi. Tagli che affrontiamo ogni giorno, facendo finta di non sanguinare dentro.
Grazie per la tua lettera. Ora capisco molto meglio perché sentivi il bisogno di affrontare proprio questo tema. La mia esperienza familiare è diversa dalla tua, anche se riconosco molte cose. Il ruolo che hai avuto con le tue sorelle e fratelli assomiglia molto a quello che mia sorella ha avuto con me. Da figlia minore, ho osservato tutto da una posizione diversa. Ho visto cosa significa “fare da genitore” a un’altra bambina mentre si è ancora adolescenti, e oggi mi rendo conto di quanto lavoro silenzioso abbia fatto.
Chi è cresciuto nella comunità eritrea, soprattutto nelle prime ondate migratorie, sa che i figli più grandi si prendevano cura dei più piccoli. Era naturale e parte di un’idea di famiglia che andava oltre il sangue, includendo amici d’infanzia, vicini di Asmara, persone ritrovate nella stessa città in diaspora. Anche io sono cresciuta dentro questa rete. Quando mia sorella non poteva occuparsi di me, lo facevano i figli degli amici di famiglia. Non era babysitting, era un dovere collettivo, una responsabilità indiscutibile. Un po' come lo era stato per i nostri genitori con i loro fratelli e sorelle. Io oggi posso solo romanticizzarlo, ma chissà cosa direbbe mia sorella del tempo che le ho portato via.
Ciò che ho vissuto, però, da figlia minore, è la richiesta costante di “stare al proprio posto”, rispettare i più grandi, non discutere. Una struttura gerarchica che si scontrava spesso con il mio carattere, perché mentre da un lato mi si chiedeva obbedienza, dall’altro venivano riconosciuti la mia empatia, la capacità di osservare e di capire dinamiche familiari complesse. Ho vissuto questo dualismo in modo molto forte. Per il resto, la mia infanzia non l’ho vissuta come qualcosa di doloroso. Ero circondata da persone nelle stesse condizioni economiche e sociali.
Alle medie, invece, ho iniziato a capire la questione di classe. I vestiti firmati, gli zaini nuovi, e soprattutto, la cosa più sconvolgente, i genitori che aiutavano nei compiti. Io ero tra quelle che già alle elementari scriveva le comunicazioni sul diario al posto dei genitori, che poi si limitavano a firmare. E non mi è mai pesato, perché era la nostra normalità. Quello che mi metteva davvero a disagio era il loro sorriso forzato, quella risatina un po’ isterica al mio “devi solo firmare qui”. Intuivo che forse non si sentivano all’altezza, o che provavano imbarazzo. E la cosa che mi faceva più male era non sapere come rassicurarli. Non avevo gli strumenti.
Non posso dire di essere cresciuta sentendomi “derubata” dell’infanzia, ma so che non ho vissuto la leggerezza che la cultura occidentale immagina per quell’età.
Fin da bambina ho imparato che, se volevo qualcosa, non potevo ottenerla facendo i capricci. I miei usavano l’espressione “non ti serve” evitando di esplicitare le nostre difficoltà economiche. Quella frase bastava per farmi capire che avrei dovuto arrangiarmi. Così in un paio di occasioni mi sono costruita il gioco che volevo da sola, e più avanti, in adolescenza, mettevo da parte ogni euro per comprarmi da sola le cose che desideravo davvero.
Le Silver della Nike che ho sognato per mesi, per esempio! Mi sono costate più di un compleanno e più di un Natale messi insieme. Allo stesso modo, alle superiori passavo i pomeriggi ad aiutare mia madre in negozio. Oggi so che non era un “lavoro” in senso stretto, ma allora lo vivevo come un impegno vero, un pezzo della nostra quotidianità. È anche da lì che arriva la mia idea di responsabilità, non tanto come peso, ma come qualcosa che non ho mai pensato potesse spettare ad altri al posto mio.
Di tutto questo ho preso davvero coscienza solo più tardi, quando ho iniziato a confrontarmi con realtà lontanissime dalla mia. Persone che mi raccontavano di aver avuto vite difficili senza rendersi conto dei privilegi in cui erano immerse, nel babysitting, all’università, e persino tra persone razzializzate, dove ho incontrato i classismi peggiori. Quindi per me, il “diventare adulti", è stato un processo lento, che posso far risalire a quello scontro iniziale alle medie. Da lì ho iniziato a guardare con sguardo critico chi ha più privilegi e non sa riconoscerli, mentre imparavo, e imparo tuttora, a riconoscere i miei — pienamente consapevole che la lettura che darebbero i miei genitori, o che darebbe chi ha un background più complesso del mio, sarebbe molto lontana dalle mie parole!
Lo scrivo con molta consapevolezza perché altri momenti fondamentali che mi vengono in mente sono stati l’elaborazione della tesi e la scrittura e produzione del documentario Appuntamento ai Marinai. Occasioni preziose dove ho potuto allenare l’ascolto e il confronto con generazioni diverse, imparando modi diversi di immaginare e costruire spazi sicuri. Questo mi ha obbligata a ridimensionare la mia posizione e iniziare a prendere atto dei miei privilegi.
Un’altra parte della crescita, secondo me, prevede il fare i conti con i propri limiti, accettando di non poter, e non dover, pretendere perfezione da noi stessə. Imparare a guardare le parti che non ci piacciono. Imparare a scusarsi quando si sbaglia, anche quando significa ammettere aspetti di sé che si fanno fatica a cambiare. Sai, proprio di recente, durante una conversazione con un’amica, ho condiviso una mia fragilità per assumermi la responsabilità di una tensione che si era creata tra di noi. Quella trasparenza però è stata poi usata contro di me in un dialogo successivo. Un colpo inaspettato e doloroso, soprattutto perché serviva a “smascherare” qualcosa che non cerco più di essere da oltredieci anni, ovvero il voler passare per persona senza difetti. È stata una posizione piuttosto immatura, e mi ha ferita. Questa volta però, pur riconoscendo il colpo basso e i miei limiti, ho scelto di non reagire e di lasciare che l’amicizia si chiudesse nel silenzio. Non so se sia stato il modo migliore, ma mi sento serena: è un passo in più in un percorso di maturità e autocoscienza ancora lungo e tutt’altro che semplice.
In sintesi, per me crescere non significa solo assumersi responsabilità — quelle le abbiamo sempre avute. È proprio questo che mi ha insegnato a non dare nulla per scontato, e a non vivere “la realtà adulta” come uno shock. Spesso, invece, vedo persone che si sentono adulte solo perché hanno una casa — simbolo culturale di maturità — senza interrogarsi su come ci sono arrivate, tra eredità, aiuti familiari e sostegni invisibili. Nel mio lavoro incontro spesso vite che si definiscono adulte ma che, in realtà, restano immature, ancora convinte che le cose debbano arrivare semplicemente perché se le meritano.
Scusa se mi sono allargata. Forse ho decentrato il tema, ma è anche questo il bello degli scambi sinceri, no? Prendere strade inattese mantenendo l’autenticità del momento.
Un saluto freddoloso dalla Svezia,
Ariam