Nel Mediterraneo Centrale, dove l’Europa calpesta i diritti di chi migra
di Francesco Torri
Immagine AFP
Sopravvissuti al mare, con la frontiera cucita nello sguardo e al tempo stesso la gioia di chi è riuscito a salvarsi. Questo è ciò che si osserva dal ponte della nave SAR Humanity 1, la nave di ricerca e salvataggio dell’ONG tedesca SOS Humanity che da oltre nove anni porta avanti il gesto più umano e anche più criminalizzato dai governi europei: il salvataggio di persone in mare. È da qui, forse, che bisognerebbe ripartire per parlare di migrazione.
Per comprendere come la distinzione tra migranti economici e migranti forzati sia in larga parte una costruzione politica e mediatica, che troppo spesso omette di raccontare la complessità delle ragioni che spingono decine di migliaia di persone a lasciare la propria terra, è necessario ricordare che ogni persona che attraversa il Mediterraneo centrale su imbarcazioni inadatte alla navigazione è prima di tutto un soggetto, una persona, con una storia, degli affetti, sogni e desideri, diritti e responsabilità.
Narrazione, disumanizzazione e politiche della paura
Per questo bisogna riflettere sulla narrazione uniforme e stereotipata delle persone in movimento, spesso descritte come individui che avrebbero “scelto” di attraversare il Mediterraneo e che, per questo, possono essere lasciati morire in mare.
Si tratta di una narrazione asettica, priva di attenzione per l’identità e la storia dei soggetti, che finisce per disumanizzare chi migra. Una rappresentazione distorta della realtà, il cui effetto principale è alimentare la paura anziché l’empatia.
Gli esseri umani diventano così numeri: dispersə, sbarcatə, mortə. Numeri senza contesto, che contribuiscono a legittimare politiche capaci di trasformare un fenomeno strutturale della storia umana, come la migrazione, in un crimine.
Da qui nasce lo “stato di emergenza”, la retorica dell’invasione e il conseguente dispiegamento di misure eccezionali per garantire la sicurezza dei cittadinə europeə. Nello spazio pubblico prendono forma movimenti estremisti come il comitato Remigrazione e Riconquista, che invocano la deportazione di massa di chiunque non sia cittadinə italianə. Fanno leva sulle crescenti disuguaglianze, lo smantellamento del welfare e la marginalizzazione delle periferie per fomentare sentimenti anti-immigrazione. Nei contesti segnati da alta disoccupazione, servizi fragili e degrado urbano, l’immigrazione diventa quindi fattore di competizione per risorse scarse – alloggi popolari, assistenza, lavoro – e causa simbolica dell’insicurezza.
Così la percezione di essere “lasciatə indietro” trasforma il disagio economico in risentimento identitario, preparando il terreno per narrazioni che offrono soluzioni semplici a problemi complessi e per politiche che costruiscono un nemico da cui difendersi in cambio di consenso.
La legge Piantedosi e la criminalizzazione delle ONG
È all’interno di questo contesto che prende forma la legge Piantedosi, che colpisce direttamente l’operato delle navi SAR (Search and Rescue, quindi navi di soccorso marittimo) delle organizzazione umanitarie impegnate nel Mediterraneo centrale, da sempre accusate di favorire l’immigrazione illegale. La norma stabilisce, tra le altre cose, che le navi che operano nella zona SAR libica senza collaborare con la guardia costiera libica o senza coordinarsi con il centro di coordinamento dei salvataggi marittimi (MRCC) libico violano la legge italiana e sono quindi soggette a fermo amministrativo.
In questo contesto, gli attorə umanitarə si trovano di fatto costretti a interagire con un’autorità che non considerano legittima, a causa del suo coinvolgimento documentato in respingimenti violenti e attacchi armati.
La cosiddetta guardia costiera libica, sebbene ufficialmente riconosciuta dal Ministero della Difesa italiano, è in realtà composta da una pluralità di gruppi armati — tra cui la Nasr Brigade di Zawiya — che operano in coordinamento con ufficiali della Marina. In molti casi, si tratta degli stessi gruppi che controllano i centri di detenzione, dove migliaia di persone vengono recluse in condizioni disumane e sottoposte a violenze, torture e abusi sessuali.
In mare, questi attori pattugliano la zona SAR libica e attuano respingimenti forzati verso la Libia, spesso accompagnati da violenza fisica, minacce e trattamenti degradanti. Pratiche che configurano gravi violazioni dei diritti fondamentali sanciti dal diritto internazionale e dal diritto dell’Unione Europea.
Nonostante ciò, l’Unione Europea continua a fornire supporto attraverso diversi strumenti finanziari e operativi. Tra questi, il programma Support to Integrated Border and Migration Management in Libya (SIBMMIL), che da solo mobilita centinaia di milioni di euro per il controllo delle frontiere e della migrazione. Ulteriori risorse provengono dal Neighbourhood, Development and International Cooperation Instrument – Global Europe (NDICI), dall’operazione EUNAVFOR MED Irini (2020–2027), dalla missione EUBAM Libya e dall’Internal Security Fund, per un ammontare complessivo superiore a 130 milioni di euro.
Esternalizzazione delle frontiere europee
Anche l’istituzione stessa della zona SAR libica è il risultato di investimenti italiani: imbarcazioni, equipaggiamenti, formazione degli equipaggi e la creazione di un centro di coordinamento delle operazioni di soccorso hanno conferito una parvenza di legalità a milizie armate, consentendo loro di operare come attori istituzionali.
Ma come è possibile che sulle sponde nord del Mediterraneo la violazione dei diritti umani sia considerata intollerabile, mentre su quelle sud venga tollerata, finanziata e delegata? Secondo quale logica chi salva vite viene criminalizzatə, mentre chi esercita violenza viene riconosciutə come interlocutore legittimə?
Questa è la logica dell’esternalizzazione delle frontiere: una strategia che criminalizza le persone in movimento, polarizza l’opinione pubblica e legittima la costruzione di una fortezza Europa. Una logica che trasforma la difesa dei confini nell’unica risposta possibile a “un'invasione" costruita mediaticamente.
È una politica che risponde a una questione razziale mai risolta, inscritta nelle fondamenta stesse dell’Unione Europea. Una politica che traccia confini morali prima ancora che geografici, dividendo il mondo tra cittadinə e stranierə, trasformando questi ultimi in soggetti illegali per il solo fatto di arrivare da un altro paese e aver attraversato una frontiera.
Così l’opinione pubblica scivola nella narrazione del “migrante illegale”, senza documenti, o “clandestino” Termini usati troppo spesso per la creazione di un nemico, che se però si guarda bene è soltanto la vittima di un sistema costruito per ostacolare l’accesso al diritto di asilo alle persone migranti.
Disobbedienza civile e battaglie legali delle ONG
In opposizione a questa logica, alcune ONG attive nel Mediterraneo hanno scelto la strada della disobbedienza civile, riunendosi sotto il nome diJustice Fleet. Una scelta che prevede la violazione della legge Piantedosi in nome della dignità umana, interrompendo ogni forma di collaborazione con la guardia costiera libica durante le operazioni di ricerca e soccorso.
L’obiettivo è portare questa battaglia nelle aule di giustizia, dove già in sette casi, il giudice si è pronunciato a favore delle ONG, non riconoscendo la guardia costiera libica come autorità competente, alla luce delle aggressioni armate e delle sistematiche violazioni dei diritti umani documentate.
La portata storica di questa presa di posizione è evidente: mette a nudo il paradosso di una legge che ostacola la solidarietà e legittima la violenza. Il prezzo da pagare per le ONG è alto se si considerano le spese legali, sanzioni amministrative, fermi delle navi per settimane, ma il costo dell’obbedienza sarebbe ancora più alto.
Quando la legge entra in conflitto con la dignità umana
Disobbedire alla legge Piantedosi è una risposta politica e morale a un sistema che ha normalizzato la violenza rendendola amministrativa, lontana dallo sguardo pubblico. È il rifiuto di accettare che la tutela dei confini giustifichi la sospensione dei diritti, e che la sicurezza di alcuni venga garantita attraverso l’abbandono di altri.
In un contesto in cui le leggi vengono piegate per legittimare respingimenti, detenzioni arbitrarie e cooperazioni con attori responsabili di gravi violazioni, scegliere di non obbedire diventa un atto di responsabilità.
È un tentativo di riportare l’Unione Europea ai principi su cui afferma di fondarsi. Forse, quando la legalità entra in conflitto con la dignità umana, non è la solidarietà a dover arretrare, ma la legge a dover essere messa in discussione.