Ponte sullo Stretto: il mare sacrificato al capitale
di Angela Falconieri e Federica Scannavacca
Percorrendo la litoranea verso Torre Faro, Messina è una sequenza di quartieri che si assottigliano verso il mare. Dopo il quartiere Paradiso, tra palazzine anni Sessanta, autolavaggi e negozi chiusi a metà, si attraversano Contemplazione, Pace e Sant’Agata, dove la strada si dipana tra la costa e i bassi fabbricati. Il mar Tirreno riluce sulla sinistra, oltre il guardrail, mentre a destra si affastellano ristoranti di pesce, chioschi e stabilimenti balneari. Le bandiere ‘No Ponte’, che svettano sui tetti, danzano nel vento. «La mia attività ristorativa è aperta da cinquant’anni e da venti ci minacciano di doverla chiudere. Ci sono molte migliorie da apportare: infissi usurati, bagni da riparare. Io, però, non me la sento di investire denaro in un’attività che potrebbe sgretolarsi sotto le ruspe. Ma poi, ho diciassette dipendenti, che ci faccio?», dice Giovanna, titolare del ristorante Gitano.
Il Ponte sullo Stretto e la trasformazione del litorale messinese
Superato l’ultimo semaforo di Sant’Agata, si arriva ai laghi di Ganzirri. Un lembo di terra separa lo Ionio dal lago, costeggiato da barche ormeggiate, volatili, reti da pesca stese al sole. Più avanti, la strada curva tra il Lago di Faro e il mare aperto. All’orizzonte si staglia il pilone rosso e bianco, alto oltre duecento metri. Tra il Lago di Faro e il Pilone dovrebbe sorgere uno dei due colossi del ponte sullo Stretto. I cantieri occuperebbero questa lingua di terra, cancellando porzioni di costa, attività storiche, abitazioni e distruggendo habitat marini protetti.
Tra le zone d’ombra che il progetto del Ponte getta sul futuro dello Stretto, la più consistente riguarda i fondali marini, un ecosistema di valore unico nel Mediterraneo.
Qui convivono organismi che altrove sono ormai rari, come le praterie di Posidonia oceanica, piante marine fondamentali per ossigenare l’acqua, stabilizzare i fondali e ospitare una biodiversità vastissima; le foreste di Laminaria ochroleuca, una grande alga bruna tipica delle acque fredde e limpide presente in pochi tratti del Mediterraneo; i reef fossili, le cosiddette formazioni di beach-rock, antichi lastroni rocciosi formatisi migliaia di anni fa e impossibili da ricreare artificialmente; la Pinna nobilis, il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo, oggi in grave pericolo di estinzione.
Fondali marini e biodiversità a rischio nello Stretto di Messina
È in questo contesto che il professor Salvatore Giacobbe, ecologo dell’Università di Messina che studia da anni le comunità bentoniche, mette in guardia sul disastroso impatto dell’opera. «Si ammette l’esistenza di habitat vulnerabili premurandosi non di evitare il danno, ma di ripararlo successivamente, senza sapere come. Le foreste di Laminarie sono in fase di recupero naturale dopo decenni di declino causato dall’urbanizzazione barbara degli anni Settanta: un cantiere di questa portata rischierebbe di azzerare un processo di rigenerazione in atto. In ogni caso, la loro biologia è troppo poco conosciuta per pensare a interventi artificiali». Anche le praterie di Posidonia, già in forte regressione nel Mediterraneo, non potrebbero sopportare ulteriori pressioni.
«La normativa europea sul restauro ambientale viene invocata impropriamente: quelle leggi servono a recuperare habitat già degradati, non a giustificare nuove distruzioni con la promessa di un ripristino futuro», continua Giacobbe.
«Nel caso della Pinna nobilis, gli stessi documenti ammettono che non esiste alcuna tecnica di recupero. Basterebbe questo a bloccare tutto». Tra le ipotesi progettuali compaiono anche trapianti di organismi marini e ricostituzione di habitat in aree adiacenti, soluzioni che i ricercatori definiscono infondate perché non garantiscono sopravvivenza né ricostruzione delle comunità originarie.
Cantieri, grandi opere e distruzione degli ecosistemi
Su questa lunga serie di criticità si è innestata la recente bocciatura del progetto da parte del CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) che non ha concesso il via libera definitivo all’opera. Il Comitato ha evidenziato gravi lacune nelle valutazioni ambientali, l’assenza di garanzie reali sulla sicurezza sismica e la mancanza di coperture finanziarie certe, giudicando inoltre le misure di compensazione non dimostrabili, né verificabili. Un parere istituzionale che ribadisce ciò che studiosi come Giacobbe e comunità locali denunciano da anni.
Proprio questa distanza tra la fragilità reale del progetto e l’insistenza politica nel riproporlo ciclicamente apre una domanda inevitabile: a chi giova il Ponte sullo Stretto?
Paola Imperatore, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa su temi di giustizia ambientale, spiega a Voice Over: «quando parliamo di grandi opere oggi abbiamo a che fare con un modello di governo del territorio totalmente subordinato alle necessità del capitale». Non si tratta, sottolinea, di effetti collaterali o deviazioni patologiche di un sistema sano: «lo sfruttamento, la devastazione ambientale, il governo eccezionale dei territori, le infiltrazioni mafiose non sono elementi accessori, ma le condizioni su cui oggi regge la grande opera come paradigma».
Il rifiuto di una grande opera da parte della comunità locale nasce quando questa diventa «uno strumento di governo del territorio», funzionale a interessi esterni, sempre più lontani dai bisogni delle stesse comunità. In questo schema, la socializzazione dei costi e la privatizzazione dei profitti non è un’anomalia, ma «un elemento fondativo»:
il rischio viene scaricato sulla collettività, mentre il capitale può muoversi senza esporsi davvero.
Economia del mare sotto pressione: pesca e mitilicoltura
Mentre il progetto continua a drenare risorse, a pagare il prezzo più alto non sarebbe solo l’ambiente, ma la sua intera economia. «Nel Lago di Faro gli equilibri sono precari e delicati», spiega Giuseppe Donato, mitilicoltore. A essere colpito non sarebbe solo l’ambiente, ma l’intera economia del mare. «Il Lago di Faro è un lago meromittico, stratificato in maniera permanente: negli strati superficiali l’acqua è ossigenata, mentre in profondità ne è priva e carica di idrogeno solforato, un gas tossico per la vita marina». In queste acque vive anche un raro batterio che contribuisce alla formazione della cosiddetta acqua rossa, un denso strato inferiore che, se risale, può uccidere in poche ore intere produzioni di mitili. «Se l’acqua rossa sale, qui muore tutto. È già successo che un semplice rialzo di temperatura portasse danni enormi. Cosa succederebbe con l’avvio dei lavori del Ponte?», si domanda Donato. Il timore è legato soprattutto al viadotto “Pantano”, previsto proprio tra i due laghi e destinato a modificare il canale che ne regola scambi, salinità e ossigenazione. Le variazioni idriche potrebbero far risalire lo strato tossico, contaminando le zone di mitilicoltura, mentre il Lago Grande, meno profondo, rischierebbe il prosciugamento. «Prima di minacciare un equilibrio che regge da secoli, devono pensarci bene e ascoltarci: se muore il lago, qui moriamo anche noi».
Non solo le cozze, ma anche il pesce spada e chi da generazioni vive della sua pesca, ne sarebbero danneggiati. Nino Mostaccio, presidente della Condotta Slow Food di Messina, spiega che le gigantesche ombre proiettate dalle torri del ponte sul mare diventerebbero barriere invisibili per capodogli e stenelle, già disturbati dai rumori dei cantieri. «Questi animali eviterebbero l’area, interrompendo anche la migrazione del pesce spada». Con il pesce spada scomparirebbe una delle pratiche più antiche dello Stretto: la pesca con le feluche, imbarcazioni lunghe e leggere dotate di un’alta torre d’avvistamento e di una passerella anteriore da cui si arpiona il pesce. Una tradizione che risale ai Greci e ai Fenici e che, senza il passaggio dei pesci e con i divieti durante i lavori, rischia di scomparire per sempre.
Il mare, qui, non è solo una presenza fisica: è un archivio vivente di cultura, identità e biodiversità. Ed è proprio questo mare a essere oggi il più minacciato.
A chi giova il Ponte sullo Stretto?
Attorno al Ponte si muovono interessi speculativi attraverso una politica di distruzione degli ecosistemi travestita da investimento progressista, in un territorio già fortemente deprivato.
La realizzazione del Ponte sullo Stretto è affidata a una concessionaria pubblica, la Stretto di Messina S.p.A., partecipata per il 55 per cento dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e per il 36,6 per cento da Anas S.p.A., con quote minoritarie delle Regioni Calabria e Sicilia. La società ha assegnato la costruzione del Ponte e delle opere connesse al consorzio Eurolink, guidato dalla multinazionale Webuild, ex Salini Impregilo, gruppo quotato in Borsa e partecipato indirettamente dallo Stato attraverso un fondo di Cassa Depositi e Prestiti, CDP. Webuild è oggi uno dei principali costruttori di grandi opere al mondo, accusato da numerose ONG e movimenti internazionali di aver causato gravi danni sociali e ambientali in decine di grandi progetti idroelettrici nel Sud globale, mentre in Italia il suo nome compare nel processo di primo grado sul Terzo Valico ferroviario per una gestione poco trasparente degli appalti pubblici, concluso tuttavia nel 2022 con l’assoluzione di molti degli imputati, tra cui Pietro Salini, amministratore delegato della società.
Quando un’opera piena di falle tecniche continua a riemergere nonostante fallimenti, bocciature e costi vertiginosi, significa una cosa soltanto: non è l’infrastruttura a contare, ma ciò che orbita attorno ad essa.
Lo Stretto diventa così l’ennesimo caso in cui il Sud viene trattato come territorio da violentare e il Ponte è promessa eterna, continuamente evocata, che intanto assorbe energie e fondi, sottraendoli alle vere urgenze: i trasporti che non funzionano, le scuole fatiscenti, gli ospedali insufficienti, le migrazioni forzate che svuotano i paesi.
Secondo Federico Alagna, ricercatore indipendente e membro del comitato No Ponte, il Ponte sullo Stretto rappresenta una sintesi estrema di queste dinamiche e la storia stessa del progetto lo dimostra. Se nelle versioni precedenti,
il Ponte era immaginato come un’operazione di finanza di progetto con una quota privata, oggi l’investimento è diventato interamente pubblico.
«È uno dei rilievi avanzati dalla Corte dei Conti – spiega Alagna – perché questo passaggio ha fatto esplodere i costi, portandoli oltre i 13 miliardi di euro».
Il paradosso dell’entità del progetto è che «per generare profitto, non ha nemmeno bisogno di essere avviato».
Il Ponte, in questo senso, «va avanti da vent’anni, ha già prodotto centinaia di milioni di profitti privati a spese del pubblico, senza che sia stata posata una pietra». La ricercatrice Imperatore inserisce questo processo in una geografia più ampia della devastazione e dell’estrattivismo. «Le grandi opere corrodono le economie e le relazioni sociali preesistenti, creando una dipendenza del territorio da un indotto spesso soltanto promesso». Una promessa che divide le comunità, alimentando tensioni e fratture interne, soprattutto nei territori storicamente marginalizzati in cui risulta più semplice creare una dipendenza socio-economica del territorio all’infrastruttura critica.
Grandi opere, capitale e crisi democratica nel Sud
In Sicilia, osserva Alagna, Webuild ha costruito negli ultimi anni una presenza capillare, soprattutto nei cantieri ferroviari. «Questa presenza viene usata mediaticamente come attestato di progresso». Il caso emblematico è il raddoppio della linea Messina-Catania, spesso citato retoricamente nel dibattito pubblico come complementare al Ponte, pur avendo una storia progettuale e finanziaria distinta. «Le comunità vogliono investimenti ferroviari -chiarisce- ma un conto è chiederli, un conto è subirli dall’alto, con tracciati che devastano i territori coinvolti, ne escludono altri e sono realizzati con tecniche altamente impattanti».
Alagna evidenzia come questo processo sia funzionale a un lavoro sistematico di costruzione del consenso. «Webuild fa formazione nelle scuole professionali della Regione, promuove un’idea di sviluppo che, seguita fino in fondo, rende il Ponte inevitabile, se non auspicabile». Un meccanismo che Imperatore riconduce a una più ampia crisi democratica.
«Il punto è il diritto di decidere sulla propria vita e sui propri territori».
Il Ponte continua a orientare risorse, legittimare cantieri, mentre la vita di chi abita il territorio si destreggia tra disservizi. Una società frammentata e indebolita non è in grado di esercitare un vero potere democratico, per questo il ruolo dei movimenti diventa centrale non solo nel contestare un’opera, ma nel ricostruire una capacità collettiva di scegliere quale infrastruttura, quale lavoro e quale futuro siano davvero necessari.