I limiti della crescita: perché il capitalismo verde ha fallito
di Paola Imperatore
Era il 1972 quando veniva pubblicato il famoso rapporto del MIT (Massachusetts Institute of Technology) commissionato dal Club di Roma dal titolo “The Limits to Growth” (I Limiti della Crescita) dove, per la prima volta, si evidenziava l’impossibilità di perseguire una crescita infinita in un pianeta le cui risorse sono limitate. Dinanzi all’emergere di una coscienza ecologica di massa che sempre più puntava il dito contro le natura intrinsecamente anti ecologica del capitalismo, le èlite economiche e politiche provarono a presentarsi come soluzione al problema che avevano creato, sostenendo – come scriveva l’ambientalista e chimico Giorgio Nebbia – che se era vero che “sfortunatamemente si erano verificati inquinamenti e incidenti dannosi per l’ambiente, nessuno, come le imprese, possedeva conoscenze e capitali per realizzare tecnologie e merci pulite”.
L’idea di fondo era che – rimodulando alcuni meccanismi – la crescita economica non solo potesse essere compatibile con l’ambiente ma poteva diventare strumento chiave per la protezione dell’ambiente. Adottando meccanismi di mercato, ovvero internalizzando le esternalità negative ambientali (come rifiuti, inquinamento, ecc.) all’interno dei costi di produzione (per esempio considerando nel costo di una bottiglia di plastica anche il costo dell’inquinamento legato al suo smaltimento come rifiuto), le aziende sarebbero state incoraggiate a migliorare le loro performance ambientali.
Questi meccanismi avrebbero reso possibile continuare a far crescere l’economia ma in modo sostenibile. Da questa intuizione nasce lo sviluppo sostenibile, concetto coniato nel 1987 dalla Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo delle Nazioni Uniti, nota anche come Commissione Bruntland. Tuttavia, ciò che questi meccanismi di mercato hanno prodotto non è stato un miglioramento ambientale ma una trasformazione delle esternalità - ovvero degli scarti della produzione - in merce. I rifiuti da limite potevano diventare risorse da sfruttare per produrre nuova energia, ad esempio la marmettola prodotta dal taglio delle cave di marmo da fattore di rischio ambientale poteva diventare materiale da utilizzare nei cementi o dentifrici, persino la CO2 poteva diventare una merce. E infatti, proprio su queste basi è stato stipulato il Protocollo di Kyoto che ha individuato nel Carbon Trading, ovvero nella compravendita di pacchetti di emissioni di CO2, lo strumento per governare la crisi climatica e raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni.
In sostanza, nella prospettiva dello sviluppo sostenibile, ma potremmo anche dire della green economy o del capitalismo verde – l’ambiente smette di essere concepito come un limite per diventare invece un’opportunità di crescita. Il risultato fallimentare di questo approccio è dimostrato da report, studi scientifici, record superati di anno in anno. Ma per comprenderlo non è necessario sfogliare tra le pagine, perché questo fallimento oggi è sotto gli occhi di tutti.
Perché la crescita non può essere sostenibile
Il mercato capitalista ha fallito l'obiettivo di implementare una crescita sostenibile, disvelando la violenza socio-ambientale dietro la maschera della crescita verde.
Ma non ha fallito perché qualcosa è andato storto ma, al contrario, perché tutto ha funzionato secondo la sua logica che è intrinsecamente antiecologica e antisociale sin dalle sue origini.
Come evidenzia Saito Kohei ne “Il capitale nell’Antropocene”, il capitalismo non può risolvere le sue contraddizioni ecologiche senza perdere profitto. Nel documentario “The Cost of Growth”, l’antropologo economico Jason Hickel spiega questo paradosso: “Il capitalismo è un sistema unico a livello storico in un aspetto fondamentale ossia il fatto di dipendere da una crescita costante per restare stabile. Immaginate di essere su un aeroplano che può restare in volo solo a patto di accelerare costantemente. Appena inizia a decelerare, precipita”.
Per questo motivo, il capitale adotta delle strategie per traslare le sue contraddizioni e spostare i limiti naturali pur di assicurarsi continui margini di accumulazione e di espansione.
Parliamo di traslazione temporale, che ricade sulle future generazioni, come tante volte hanno denunciato i movimenti climatici, traslazione spaziale che consiste nell’esternalizzazione dei costi ambientali verso il Sud Globale e in generale le periferie attraverso una sorta di “imperialismo ecologico” che non rimuove il problema ma lo sposta dallo sguardo occidentale, e traslazione tecnologica che i fonda sull’illusione del “decoupling”, ovvero del disaccopiamento tra crescita economica e aumento del degrado ambientale attraverso l’innovazione tecnologica.
Estrattivismo, Green New Deal e nuove frontiere del capitale
Nella transizione ecologica dall’alto – di cui abbiamo parlato con Emanuele Leonardi nel libro “L’era della Giustizia Climatica. Prospettive politiche per una transizione ecologica dal basso” – queste contraddizioni sono venute immediatamente a galla. Laddove ci si immaginava processi di riconversione improntati alla giustizia sociale, il capitale stava disegnando nuove traiettorie di accumulazione, come confermato anche da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, quando ha definito “il Green New Deal la nostra nuova strategia di crescita”, rimarcando la centralità dello sviluppo capitalistico nella transizione verso la neutralità climatica. Lo stesso Consiglio Europeo ha definito la transizione come “opportunità di crescita economica e di nuovi modelli di business e mercati”.
Questa opportunità si è tradotta nell’apertura di miniere di materiali critici, in megaparchi di energia rinnovabili orientati non alla transizione ma all’addizione energetica, in delocalizzazioni e licenziamenti di massa, che sono solo alcune delle strategie con cui i mercati hanno provato ad affrontare la questione ecologica, cercando appunto di coniugare obiettivi climatici e crescita economica, spostando ed espandendo le frontiere dell’estrattivismo senza risolvere il problema in alcun modo.
Eppure questo ciclo di accumulazione si è rivelato insufficiente per l’Occidente, sfidato sul suo stesso campo da altri attori come la Cina, capace di inserirsi nelle dinamiche del mercato liberale e per la prima volta di determinarne regole e condizioni di questo fantomatico incontro tra domanda e offerta. È anche per questo che la transizione ecologica è uscita di scena con la stessa rapidità con cui è entrata, per lasciare posto ad un mercato molto più redditizio: la guerra.
Dalla transizione ecologica all’economia di guerra
Secondo il ricercatore William I. Robinson, autore dell’articolo scientifico “Accumulation Crisis and Global Police State”, pubblicato nel 2019 su Critical Sociology, esaurite le altre forme di accumulazione, resta l’accumulazione per militarizzazione (Militarized Accumulation).
La guerra ha riaperto per il capitale un ciclo di accumulazione nuovo,
drenando ingenti risorse pubbliche sul settore, spostando il dibattito della transizione ecologica nella semantica della sicurezza energetica che ha giustificato il ritorno in auge del fossile, arrivando persino a cogliere nel genocidio del popolo palestinese un’opportunità economica senza precedenti data dalla ricostruzione della Striscia di Gaza, i cui rendering sono già tristemente e drammaticamente apparsi sugli schermi.
Questo intreccio di processi è al centro del già citato documentario “The Cost of Growth”, che partendo da una domanda tanto semplice quanto capace di scardinare il mito della crescita come bisogno della società, ovvero per chi facciamo crescere questa economia?, mette in luce le contraddizioni della transizione ecologica dall’alto, accompagnandoci nel percorso di due attiviste, su ciò che loro pensavano delle “grandi strutture e gli organismi politici del nostro mondo [nate] per proteggere la pace e la democrazia” e “su ciò che sono davvero”.
Oltre la crescita: ripensare l’economia fuori dal capitalismo
Di fronte a questa consapevolezza, non bisogna arrendersi alla catastrofe ma tornare a credere nella società e nella forza delle comunità per costruire insieme un'alternativa giusta, ecologica e democratica. Per farlo servono idee, relazioni sociali, rapporti di forza, piccoli e grandi esempi. Serve speranza.
“Speranza e solidarietà sono parole attive. Sono cose che vanno messe in pratica, la speranza va creata. Altrimenti resteremo tutti seduti ad aspettare. Nessuno può agire al posto nostro, dobbiamo farlo noi in prima persona”.
Sono le parole di Greta Thunberg nel documentario. Fuori da ogni determinismo che traccia facili legami tra catastrofe in essere e sorgere di un nuovo mondo, ma fuori anche da forme di pessimismo che ci immobilizzano e annichiliscono, possiamo pensare che i limiti della crescita possano essere questa volta un’opportunità per la società – e non per i mercati – di prendersi il proprio posto e decidere una volta per tutte di che economia abbiamo bisogno. E agire di conseguenza.