Abolire i CPR

La libertà di movimento è l’unica alternativa.

di Marco Biondi

Spesso, quando il discorso pubblico si occupa dei Centri di Permanenza e Rimpatrio (CPR) costruiti dall’Italia in Albania — che si aggiungono agli 11 già presenti sul territorio nazionale — l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sugli enormi costi per le finanze pubbliche e sull’inefficacia dell’iniziativa voluta da Giorgia Meloni. Così però si dimentica la questione principale:

i CPR sono gabbie in cui persone innocenti vengono rinchiuse e private della loro libertà di movimento.

A partire dal 1995, quando la detenzione amministrativa è stata introdotta attraverso un decreto-legge, la migrazione è stata trattata secondo una logica emergenziale, con provvedimenti che hanno accostato  il tema delle migrazioni a quello della sicurezza, evidenziando così il razzismo istituzionale alla base.

I CPR sono strutture finalizzate al rimpatrio, nate come stato di eccezione con la legge Turco-Napolitano nel 1998. La detenzione amministrativa è una forma di privazione della libertà personale di movimento che coinvolge solo le persone migranti. Non colpisce chi ha commesso un reato, bensì l’irregolarità amministrativa riguardante l’ingresso e il soggiorno nel territorio di uno Stato.

Chi si trova in prigione nei CPR?

“Ragazzini appena maggiorenni e appena arrivati in Italia, che invece di essere accolti si trovano detenuti, persone che vivono nel nostro Paese da decine di anni.

Persone che perdono il lavoro, spesso lavori usuranti o sfruttati, o la residenza, e si ritrovano senza permesso di soggiorno, o che vengono portate lì mentre attendono documenti che hanno richiesto”.

A parlare è Marco Grimaldi, deputato di AVS, che ha visitato il CPR di Torino più volte nel corso degli anni. “La detenzione amministrativa è qualcosa di insensato e illogico. Ma c’è di peggio, perché quella detenzione si traduce quasi sempre in sofferenza e incertezza, mancanza di attività, di supporto sanitario e psicologico, atti di autolesionismo, tentati suicidi”. E non solo: “isolamento, sedazione forzata e prolungata, pestaggi e lesioni a opera delle forze dell’ordine sono stati denunciati dai detenuti dei CPR di Milo (Trapani) e di Macomer (Nuoro)”, aggiunge.

Il business dei CPR: privatizzazione e responsabilità politica

Nel 2023 la Coalizione Italiana Libertà e Diritti (CILD) – una rete di organizzazioni che tutela e promuove le libertà civili garantite dalla Costituzione italiana e dal diritto internazionale, lottando contro abusi e violazioni –  ha pubblicato il rapporto “L’affare CPR. Il profitto sulla pelle delle persone migranti”, all’interno del quale grande attenzione è stata dedicata alle multinazionali Gepsa e ORS, alla società Engel s.r.l. e alle Cooperative Edeco-Ekene e Badia Grande, i soggetti privati a cui è stata affidata la gestione dei centri nel triennio 2021-2023, per un valore complessivo di 56 milioni di euro.

Il rapporto mostra in dettaglio come la negazione di diritti fondamentali, a partire dalla libertà di movimento, sia strutturale al sistema della detenzione amministrativa e si realizzi anche attraverso la sua progressiva privatizzazione.

Affidare tutti i servizi alla persona a soggetti privati introduce infatti logiche di massimizzazione del profitto da parte di multinazionali e cooperative, e allo stesso tempo favorisce la deresponsabilizzazione delle autorità pubbliche.

La sentenza del Consiglio di Stato che boccia il capitolato di appalto dei CPR per l’inadeguata tutela della salute delle persone migranti trattenute, riportata da Melting Pot, certifica, secondo Grimaldi, le violazioni dei diritti denunciate da tantissime voci. “La vicenda terribile di Moussa Balde ne è un esempio: una persona fragile, vittima di violenza, rinchiusa dentro un CPR anziché in strutture di cura e assistenza, lasciata in una cella di isolamento dove ha posto fine alla sua vita È evidente che il Governo non abbia adottato alcun provvedimento per affrontare questi problemi, anzi gli interventi finora fatti li hanno aggravati, proprio come sta accadendo anche nel sistema carcerario italiano”. 

​​Salute, vulnerabilità e violazioni strutturali dei diritti umani

Valentina Muglia, giurista ed esperta di detenzione amministrativa per CILD, ha documentato le gravissime condizioni del diritto alla salute all'interno dei CPR citando il caso di "C", una persona con vulnerabilità psichiatriche gravi, detenuta per oltre 9 mesi in isolamento nel CPR di Ponte Galeria a Roma, nonostante le evidenti incompatibilità alla vita in comunità ristretta. La Questura ha continuato a richiedere proroghe del suo trattenimento convalidate dal giudice di pace.

La liberazione di “C” è avvenuta nel luglio 2024 grazie a un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che CILD ha promosso insieme ad altri 8 studi legali internazionali parte della Rule 39 Pro Bono Initiative, un’iniziativa pensata per aiutare in misura urgente le persone migranti vulnerabili soggetti, fra le tante violazioni, a respingimenti ed espulsioni nei paesi in cui i loro diritti umani sono a rischio o in campi profughi mal equipaggiati. In virtù dell’art.39 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, infatti, la Corte può applicare misure provvisorie verso gli Stati membri della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali nei casi di “rischio imminente di un danno irreparabile”, ossia di minacce alla vita (art.2) o di maltrattamenti proibiti dall’articolo 3 della Convenzione (divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti).

“A seguito della liberazione e del ricovero in una struttura pubblica dove si sono presi cura della sua salute mentale, si è scoperto che “C” aveva la cittadinanza rumena”, spiega Muglia, esprimendo dubbi sulle modalità in cui personale medico sanitario che effettua frettolosamente i colloqui volti ad approvare l’idoneità al trattenimento nei CPR. “C’è una scarsa formazione del personale medico sanitario, oltre che una forte pressione a firmare i documenti, poiché sono le forze di polizia a portare gli individui nelle strutture”, aggiunge.

Durante uno dei monitoraggi al CPR di Ponte Galeria, Muglia ha inoltre incontrato un cittadino nordafricano con gravi difficoltà motorie: era stato sistemato su una semplice sedia da ufficio e i compagni di cella lo aiutavano persino ad andare in bagno. “Al momento del fermo aveva le stampelle, ma nel centro sono vietate per motivi di sicurezza. Un divieto che avrebbe dovuto impedirne l’ingresso, data la sua evidente inidoneità”, spiega Muglia.

“Durante i monitoraggi nei CPR abbiamo incontrato persone che compiono gravi atti di autolesionismo, spesso per denunciare le condizioni di detenzione, ma che vengono ignorati o ridotti a semplici atti dimostrativi”, spiega Muglia. Cita anche la massiccia somministrazione di psicofarmaci per sedare le persone recluse: “i medici raccontano che spesso sono gli stessi detenuti a chiedere ansiolitici pur di riuscire a dormire in condizioni disumane”. Anche un’inchiesta di Altreconomia ha documentato l’uso arbitrario ed eccessivo di medicinali all’interno dei CPR. 

Nel novembre 2024, a seguito della morte di Ousmane Sylla, morto a soli 20 anni nel CPR di Roma, CILD ha pubblicato il Report “Chiusi in gabbia: viaggio nell’inferno del CPR di Ponte Galeria”, chiedendo al Comune di farsi carico delle persone dopo la loro fuoriuscita, come le donne che rischiano di tornare vittime di tratta. “Abbiamo chiesto a tutti gli organismi che lavorano all'interno del CPR (questure, prefetture, ASL), e che devono rispondere delle condizioni detentive aberranti in cui versano le persone detenute, di portare avanti un lavoro di commissione d’inchiesta”, dice Muglia. Nel luglio 2025 è stata avviata un’azione popolare per la chiusura del Centro di permanenza per il rimpatrio a Roma.

Baobab Experience, l’associazione di volontariə e attivistə che a Roma offre supporto alle persone in movimento, si batte per la chiusura dei CPR. “Non per le pessime condizioni igienico-sanitarie, non per il sovraffollamento, non per le pratiche di tortura, non per la somministrazione forzata di psicofarmaci, non per la pessima qualità del cibo, non perché sono trattenute persone con condizioni psicofisiche incompatibili con la detenzione, non perché rappresentano un business per gestori privati, ma perché sono gabbie dove vengono rinchiusi donne e uomini che non hanno commesso alcun reato. Gabbie dove vengono private della libertà di movimento persone innocenti.

Anche se i CPR fossero hotel a 5 stelle dovrebbero essere smantellati: essi rappresentano un abominio umano e giuridico, ideati per punire chi ha osato migrare”.

Muglia ha inoltre sottolineato la gravissima situazione dei minori non accompagnati: una volta diventati maggiorenni, molti di loro vengono fermati e trasferiti nei CPR, soprattutto se privi di documenti validi. “Questi ragazzi non dovrebbero trovarsi lì dentro. In realtà, nessuno dovrebbe essere rinchiuso nei CPR, perché nessuno è illegale. Ma ancor meno un ragazzo di 18 anni e sei mesi, che ha attraversato il mare da solo quando era ancora minorenne e che non ha nessuno a cui rivolgersi”.

Perché i CPR devono essere aboliti: le alternative

I CPR devono essere chiusi perché le persone dovrebbero essere libere di circolare, di muoversi e di avere una dignitosa assistenza legale che manca”,

sostiene Muglia, ribadendo la posizione abolizionista di CILD, e sostenendo che le alternative esistono e si chiamano "regolarizzazione per tutti" e "canali di ingresso legali".

Anche Grimaldi sostiene che i CPR dovrebbero essere aboliti: “dovrebbe cambiare radicalmente l’impostazione dell’Europa verso le politiche migratorie, ma oggi assistiamo invece, addirittura, a un ritorno dei controlli delle frontiere interne all’Unione. Invece bisogna abbattere la fortezza Europa, rompere gli accordi con Paesi terzi per il controllo delle frontiere e i respingimenti. Va facilitato l’accesso alla protezione internazionale per chi fugge da violenze o persecuzioni, e servono investimenti per le politiche di inclusione e integrazione e un sistema di visti UE per i difensori di diritti umani e dell’ambiente. Per far fronte ai flussi migratori causati dai conflitti, bisogna applicare la direttiva sulla protezione temporanea, e introdurre il riconoscimento dello status di rifugiato climatico. E dovremmo rivedere il mandato di Frontex per dare invece vita a una missione UE per i salvataggi in mare. Insomma, deve cambiare tutto in base al principio che ogni persona ha diritto a cercare di migliorare la propria vita anche spostandosi”.


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