Neuronormatività e capitalismo
Appunti per una rivoluzione neurodivergente
di Camilla Donzelli
Negli ultimi anni, la parola ‘neurodivergenza’ è entrata a far parte del dibattito pubblico. La vediamo comparire sempre più spesso negli spazi digitali e nel linguaggio di collettivi e movimenti impegnati ad ampliare il proprio raggio di inclusività. Spunta con sempre maggiore frequenza anche in contesti clinici, dove viene trattata come un’etichetta diagnostica. Quest’ultimo tipo di utilizzo è però improprio e fuorviante, in quanto ‘neurodivergenza’ e ‘neurodivergente’ sono termini nati al di fuori del contesto medico, e con finalità ben diverse rispetto alla categorizzazione clinica.
Il termine ‘neurodivergenza’ è stato coniato all’inizio del secolo dall’attivista Kassiane Asasumasu, con l’intento di descrivere tutte le persone il cui funzionamento neurocognitivo – che determina il modo di percepire la realtà, pensare, comportarsi, comunicare, relazionarsi – si discosta in vari modi dalle norme sociali dominanti.
Nella definizione espansa dall’attivista e ricercatorǝ americanǝ Nick Walker, la neurodivergenza è un termine ombrello che include non solo differenze neurocognitive innate (come autismo, ADHD o sindrome di Down, presenti sin dalla nascita), ma anche acquisite nel corso della vita. Ciò significa che la neurodivergenza abbraccia potenzialmente una vastissima gamma di funzionamenti: dalla schizofrenia al disturbo post-traumatico da stress, da dislessia e discalculia a danni o cambiamenti cerebrali sopravvenuti, per esempio, a seguito di un incidente.
In opposizione alla neurodivergenza, abbiamo la neurotipicità. ‘Neurotipico’ è tutto ciò che ricade all’interno del funzionamento neurocognitivo considerato “normale”. Anche in questo caso, non si tratta di un termine scientifico. Essere neurotipicǝ non significa avere una configurazione cerebrale predefinita, ma piuttosto manifestare comportamenti, modi di pensare, di comunicare e di relazionarsi che rientrano in canoni socialmente accettabili. La neurotipicità non indica quindi una condizione oggettiva, ma una posizione all’interno della gerarchia sociale: essere in grado di conformarsi senza troppa difficoltà a determinate regole di funzionamento comporta l’appartenenza a un gruppo percepito come superiore, e quindi privilegiato.
“Io sono una persona autistica, ADHD e disprassica, e lo rivendico politicamente”, dichiara Pompeo Matta, insegnante e attivista neurodivergente, a Miccia Mag.
“Le mie caratteristiche di persona autistica si traducono in una certa emotività, sensibilità e sensorialità che non combaciano con ciò che ci si aspetterebbe da un uomo cisgender, bianco ed eterosessuale. Vengo percepito come un’anomalia”.
Proprio in questo senso, quindi, la neurodivergenza assume una connotazione politica: neurodivergente è chi rientra in una categoria sociale percepita come diversa, inferiore e quindi oppressa e marginalizzata.
Serve quindi chiedersi: come e perché si è costituito quello standard di normalità che funge da linea di discrimine fra neurotipicità e neurodivergenza?
Cos’è la neuronormatività e perché è una costruzione politica
“Anche il termine ‘normalità’ è politico: è stato creato ad hoc, ed implica determinate misure etiche e morali imposte dall’alto”, spiega ancora Matta.
“Il metro di giudizio principale è la produttività. È in base a quanto una persona produce che viene deciso se è conforme o non conforme, se può essere inclusa oppure no”.
Nel libro “L’impero della normalità. Neurodiversità e capitalismo”, Robert Chapman illustra molto bene come l’idea di normalità non sia un concetto neutro o meramente descrittivo, né faccia parte di un presunto ordine naturale delle cose. Piuttosto, è il risultato di contingenze storiche e materiali ben precise.
Prima della rivoluzione industriale e dell’affermarsi del modello economico capitalista, la produzione si basava su piccole unità familiari il cui ritmo lavorativo era scandito dal mutare delle stagioni. In questo contesto, in cui tutto ruotava attorno ad un ecosistema domestico, ognunǝ contribuiva secondo le proprie capacità. Nonostante esistessero ugualmente forme di discriminazione radicate in usi, costumi e credenze, le persone con differenze cognitive o impedimenti fisici trovavano comunque posto all’interno del sistema produttivo comunitario.
Con la nascita delle società industriali, sorge invece un modello di sorveglianza che viene attivamente costruito per disciplinare corpi e menti in funzione dei crescenti bisogni produttivi. Attraverso teorie e strumenti sviluppati dalle scienze umane moderne, quel modello definisce e consolida dei canoni di comportamento ed efficienza che vengono elevati a misura del valore sociale delle persone.
All’inizio dell’Ottocento, lo studioso belga Adolphe Quetelet introduce la figura dell’“uomo medio”, un modello statistico costruito aggregando dati sulla popolazione. Lungi dall’essere una descrizione innocua, questo prototipo viene rapidamente interpretato come un ideale normativo, un metro per identificare caratteristiche personali auspicabili e quindi “sane”.
A metà Ottocento, in piena espansione coloniale, il matematico britannico Francis Galton estremizza questa logica spingendola verso l’eugenetica: se esistono caratteristiche desiderabili, sostiene, allora esiste anche una gerarchia basata su chi le possiede e chi no. È quindi responsabilità delle autorità statali intervenire per “migliorare” la popolazione, mettendo da parte chi è percepitǝ come inferiore, indesiderabile, difettosǝ.
Questi concetti verranno assorbiti dalla psichiatria.
Con la sistematizzazione proposta dallo psichiatra tedesco Emil Kraepelin all’inizio del Novecento, la disciplina si organizza attorno a categorie fisse, pensate per classificare e separare in modo netto chi rientra nei parametri della normalità capitalista e chi, invece, vi si sottrae o vi resiste.
Le diagnosi diventano strumenti amministrativi, utili a gestire la forza lavoro e a stabilire chi è consideratə “idoneə” e chi no. La psichiatria si incardina così nel cuore del progetto industriale, catalogando, ordinando e rendendo prevedibili e “aggiustabili” i comportamenti umani in nome dell’efficienza.
Nei decenni successivi, questa logica viene ulteriormente consolidata attraverso la pubblicazione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), elaborato dall’American Psychiatric Association. Il volume, arrivato oggi alla sua quinta edizione, è tuttora utilizzato internazionalmente come punto di riferimento per le diagnosi psichiatriche. Qui, le categorizzazioni vengono presentate come descrizioni neutre, scientifiche, universali. In realtà, nel corso del tempo hanno riflettuto l’evolversi dei bisogni di produzione e dei valori sociali ad essi associati. Basti pensare all’omosessualità: in un momento di grande espansione economica come il secondo dopoguerra, veniva percepita come una minaccia al necessario equilibrio della riproduzione di forza lavoro garantita dal nucleo familiare eterosessuale, e rimase infatti catalogata come “disordine mentale” all’interno del DSM fino alla fine degli anni ‘80.
Nella fase attuale, che vede il neoliberismo come modello economico predominante, questa evoluzione raggiunge il suo apice. L’individuo ideale è flessibile, performante, costantemente autoregolato. Chi non regge questo ritmo viene spintǝ verso l’autocolpevolizzazione e verso il consumo compulsivo di soluzioni individuali, dai farmaci alla psicoterapia privatizzata.
E la psichiatria, lungi dall’essersi liberata delle sue radici disciplinari coloniali, continua spesso a funzionare come tecnologia sociale che distingue chi è pienamente integrabile nel mercato da chi rappresenta un presunto “costo” e necessita quindi di essere “aggiustatǝ”.
È su questa lunga genealogia che si costruisce la neuronormatività: un’ideologia che nasce nel contesto di espansione coloniale capitalista e che stabilisce l’esistenza di un modo “corretto” e gerarchicamente “superiore” di funzionare. La neuronormatività è una grammatica sociale sottesa a tutti i campi dell’esistenza, che opera un’onnipresente divisione di merito fra chi è in grado di conformarsi e chi no.
Dal modello medico al modello della neurodiversità
Per generazioni, ogni forma di differenza neurocognitiva è stata letta quasi esclusivamente attraverso la lente del modello medico. Tale approccio è al tempo stesso prodotto e strumento della logica neuronormativa capitalista, e considera l’individuo come il luogo del problema: se una persona fatica a comunicare, concentrarsi, lavorare o regolare le proprie emozioni, il punto non è il contesto in cui vive ma il suo cervello. La domanda diventa allora come correggerla, come ridurre il “deficit” affinché possa funzionare al passo richiesto dal sistema.
Questa lente univoca ha reso patologiche differenze che in molti casi non sono disfunzionali in sé: diventano tali solo quando vengono giudicate inadeguate rispetto a un modello unico di funzionamento, costruito secondo i bisogni del capitale.
Il primo grande scarto arriva con il modello sociale della disabilità, sviluppato per la prima volta negli anni ‘70 dalla Union of Physically Impaired Against Segregation, un gruppo di attivistǝ radicalǝ con base a Londra. Questo modello, articolato in un documento intitolato Fundamental Principles of Disability, afferma un principio semplice ma rivoluzionario: le persone non sono disabili per natura, ma lo diventano quando gli ambienti non sono costruiti per accoglierle, quando il lavoro, la scuola, la sanità e lo spazio pubblico sono pensati per una sola tipologia di corpo e di mente.
“È la società, così come è strutturata, che crea disabilità”, spiega Pompeo Matta. “È quindi più corretto parlare di disabilitazione, perché sono le condizioni esterne a determinare la nostra relazione con il mondo”.
È all’interno di questo orizzonte che, negli anni ‘90, cominciano a sorgere le prime riflessioni critiche. Le discussioni nate nelle comunità online di attivistǝ autisticǝ, sempre più consapevoli della propria condizione comune di svantaggio, vengono inizialmente cristallizzate dalla sociologa Judy Singer, a cui vengono attribuiti i natali del termine ‘neurodiversità’. Singer parte da un’intuizione semplice: così come esiste biodiversità negli ecosistemi, esiste neurodiversità nella specie umana.
Le differenze neurologiche non sono quindi anomalie da sistemare, ma variazioni naturali indispensabili alla specie per sopravvivere ed evolversi.
A questa intuizione si innestano negli anni successivi le elaborazioni di attivistə e teoricə neurodivergenti, tra cui spicca lǝ già citatǝ Nick Walker, che espande ulteriormente il concetto di neurodiversità fino ad arrivare all’elaborazione di un vero e proprio paradigma. Walker propone una nuova lente per interpretare la realtà, smontando il dualismo normale/anormale e restituendo piena validità a tutte le infinite possibilità di configurazione e funzionamento della mente umana.
Sebbene il paradigma della neurodiversità si opponga al modello medico, è importante notare che non nega affatto le sfide concrete che possono derivare dall’identificarsi come neurodivergente – sfide che possono essere intense, croniche e disabilitanti, al di là delle barriere socialmente imposte. Il paradigma della neurodiversità pone piuttosto l’accento sul fatto che tali sfide vengono spesso amplificate dal contesto, e non possono quindi essere interpretate come fallimenti individuali o deficit intrinseci.
Non si tratta di negare la disabilità, ma di smontare i meccanismi che la trasformano in oppressione, esclusione e precarietà, responsabilizzando così il sistema in cui viviamo.
Oltre l’inclusione: neurodivergenza contro il capitalismo
Attorno al paradigma della neurodiversità si è formato un movimento che rigetta le etichette patologiche, chiedendo il pieno riconoscimento dell’esistenza di modi di funzionare differenti e la costruzione di un sistema sociale capace di accoglierli e di valorizzare le loro specificità.
La sfida, tuttavia, rimane quella di mantenere posizioni che siano rivoluzionarie abbastanza da respingere con forza i colpi inflitti dal sistema capitalista, abilissimo nel cooptare anche le istanze più radicali. Lo vediamo nel modo in cui aziende e istituzioni fanno sempre più utilizzo di politiche di cosiddetta inclusione: programmi che promettono di “valorizzare il talento neurodivergente”, puntando spesso su una rappresentazione selettiva di autismo e altre differenze neurocognitive. Le caratteristiche considerate utili in ambito lavorativo sono ridotte a precisione, iperfocus e capacità analitica, estratte dal contesto e messe al servizio dell’aumento della produttività. Tutto ciò che eccede – la fatica, il bisogno di tempi diversi, le crisi, il burnout, la dipendenza da reti di supporto – viene silenziato o trattato come un problema individuale da gestire privatamente.
Queste strategie sono profondamente dannose perché snaturano il cuore politico del movimento per la neurodiversità. Anche quando producono miglioramenti immediati (in termini, per esempio, di maggiori diritti, tutele e accessibilità), questi tendono a beneficiare soprattutto persone neurodivergenti che già occupano posizioni relativamente privilegiate: bianche, non povere, con un alto livello di istruzione, meno esposte o non esposte affatto ad intrecci di disabilitazione pervasivi.
In questo modo, le rivendicazioni vengono ridotte a una concessione: qualche accomodamento individuale, qualche policy interna, qualche campagna di comunicazione. Si chiede più spazio dentro il sistema, senza metterne in discussione quelle fondamenta che sono la causa strutturale dell’esclusione.
“Fabrizio Acanfora [professore, scrittore e attivista neurodivergente, ndr] parla della convivenza delle differenze, dove nessuno include nessuno perché nessuno ha il potere di includere nessuno”, spiega ancora Matta. “Chi decide chi includere chi? Il concetto di inclusione implica rapporti di forza. Ma io non voglio essere incluso, perché sono già qua. Dobbiamo poter convivere in libertà, partecipando e dando il nostro contributo in base alle nostre caratteristiche e capacità. Non è questione di sedersi al tavolo per negoziare un po’ di spazio in più, ma di rovesciarlo quel tavolo. Distruggere per ricostruire”.
Ma come si può distruggere e ricostruire? Formando un fronte comune. In una parola: alleandosi.
Il movimento per la neurodiversità è un alleato fondamentale nei percorsi di liberazione collettiva, in quanto colpisce il cuore simbolico e materiale del potere: l’idea di normalità. Una normalità presentata come oggettiva, naturale, neutra, ma che in realtà è il risultato di rapporti di forza storici, economici e coloniali. Metterla in discussione significa smascherare i meccanismi che producono oppressione, disuguaglianza e discriminazione ben oltre il campo della disabilitazione.
In questo senso, la neurodivergenza non è una “questione di nicchia”, ma una lente capace di illuminare come funzionano il controllo, la selezione e l’esclusione all’interno delle nostre società. Quella logica che definisce alcuni corpi e alcune menti come difettose o inadeguate è la stessa che marginalizza le identità queer e trans, che sfrutta e uccide i corpi non bianchi, che considera sacrificabili territori e comunità in nome del profitto. È una logica che misura il valore della vita in termini di produttività, adattabilità e rendimento.
Per questo il movimento per la neurodiversità è un alleato naturale di tutti i movimenti che condividono una consapevolezza radicale: non esiste liberazione possibile entro i confini dello status quo. Non basta essere riconosciutə, visibilizzatə o inclusə in un sistema che continua a produrre esclusione. Serve mettere in discussione il sistema stesso.
In questo processo, il paradigma della neurodiversità offre strumenti preziosi. Nel tentativo di creare un ambiente in cui la diversità possa abitare e prosperare, ci costringe a ripensare tutto ciò che è stato costruito per soddisfare i bisogni della produttività capitalista: il tempo, scandito dalla tirannia della performance; lo spazio, compresso e progettato per accogliere soltanto corpi e menti “abili”; le relazioni, ormai sfilacciate dal mito neoliberale dell’autonomia individuale.
Immaginare un mondo diverso non è un esercizio astratto. Significa immaginare una società in cui le differenze non sono più trattate come deviazioni da correggere o eccezioni da tollerare, ma come parte costitutiva dell’esperienza umana e del tessuto sociale.
Un mondo in cui tuttə possano riconoscere senza vergogna la propria finitezza e il bisogno dell’altrə, rendendo così l’interdipendenza non più un fallimento individuale ma una pratica quotidiana condivisa. In un mondo così, i ritmi non sarebbero più dettati dalle logiche di accumulazione del capitale, ma dai bisogni concreti di corpi e menti che si muovono, pensano, apprendono e comunicano in modi diversi e a velocità diverse.
Sarebbe un mondo meno “efficiente”, forse, ma infinitamente più abitabile.
E la domanda non è se un mondo del genere sia possibile, ma quanto bene potrebbe fare – non solo alle persone neurodivergenti, ma a tuttə.