Chi è Marco Cavallo?
Dalle origini nei manicomi alla resistenza oggi
di Camilla Ponti
Le origini della scultura di Marco Cavallo
La scultura di Marco Cavallo, raffigurante un cavallo di 4 metri in legno e cartapesta, caratterizzato da un colore azzurro intenso, fu realizzata nel 1973 all’interno del manicomio di San Giovanni a Trieste da artistз - tra cui Vittorio Basaglia, cugino del rivoluzionario Franco Basaglia - in collaborazione con alcunз pazienti della struttura. Il progetto è nato a seguito di una battaglia portata avanti dalle persone recluse nel manicomio per tutelare la vita di un cavallo vero, Marco, che dopo aver “prestato” servizio per anni come trainatore della biancheria sporca e dei rifiuti del manicomio, era destinato alla macellazione.
All’interno di un contesto tendente alla deumanizzazione delle persone che “ospita” e al silenziamento delle loro voci e istanze, questa lotta collettiva dellз pazienti per la vita, la dignità e la libertà del loro compagno animale fu una vera e propria rivoluzione,
al punto da raggiungere la Provincia di Trieste, che accordò loro la possibilità di tenere con sé il cavallo e prendersene cura.
Marco Cavallo e la chiusura dell’istituzione manicomiale
Dopo questa grande vittoria - che rappresentò un precedente fondamentale nel rompere l’isolamento totale dei manicomi dal mondo esterno - si rafforzò non solo il desiderio, ma anche l’urgenza di continuare ad aprire la strada alla liberazione delle persone recluse negli ospedali psichiatrici e alla chiusura di questi luoghi disumani. Da qui nacque il progetto della scultura di Marco Cavallo; nonostante lз pazienti della struttura non parteciparono alla creazione diretta dell’opera, diedero vita all’idea e la orientarono rispetto a contenuto, sembianze e colore. L’azzurro acceso venne scelto in quanto collegato alla voglia di vivere, in netta contrapposizione ad un ambiente circostante mortifero, torturante e soffocante. Il suo aspetto imponente e l'altezza elevata volevano trasmettere un messaggio preciso: Marco Cavallo non guardava solo attraverso, ma oltre un’idea di cura basata sul contenimento, sulla reclusione e sull’annullamento delle persone.
Per questo, quando il percorso verso l’abolizione dei manicomi raggiunse il suo momento più significativo con la legge Basaglia del 1978 - che ne sancì, almeno formalmente, la chiusura - Marco Cavallo divenne l’emblema di questo traguardo, tanto legislativo quanto umano.
Ma la storia di Marco Cavallo non si è fermata con la chiusura dei manicomi.
Marco Cavallo e il Cavallo di Battaglia di Jenin
Dopo lo smantellamento degli ospedali psichiatrici, la sua figura ha continuato a vivere come simbolo di resistenza, emancipazione e auto-organizzazione nelle lotte contro pratiche statali violente, oppressive e torturanti. Un simbolo capace di attraversare confini, fino ad arrivare nella Palestina occupata, all’interno del campo profughi di Jenin, dove ha incontrato Al-Hissan, il cavallo di battaglia di Jenin. Ispirato alla scultura del suo compagno triestino, il cavallo di Al-Hissan fu creato nel 2003 - a seguito di un massacro di civili palestinesi avvenuto nell’aprile del 2002 nel campo profughi di Jenin da parte delle forze militari sioniste - grazie alla collaborazione tra l’artista tedesco Thomas Klipper e lз bambinз di Jenin. Per costruire l’opera, vennero utilizzati rottami di ambulanze e materiali derivanti dai risultati della distruzione israeliana. La psichiatra e psicoterapeuta palestinese Samah Jabr, in un articol0 dal titolo “Scolpire la liberazione. Le storie di Marco Cavallo e del Cavallo di Battaglia di Jenin”, ragiona su come questi cavalli, lontani ma indissolubilmente legati, esprimano un universale bisogno di espressione creativa e simbolica come forma di resistenza alle atrocità. Le lotte rappresentate da queste due sculture, de-istituzionalizzazione e umanizzazione della sofferenza mentale a Trieste e decolonizzazione e liberazione a Jenin, sono anche testimoni del potere curativo e terapeutico dell’arte collettiva, in opposizione alla violenza verticale, statale e neo-coloniale.
Il fatto che, anche all’interno di un regime di apartheid o di un’istituzione totale e violenta, emerga un bisogno così forte di espressione artistica rivela qualcosa di profondamente umano: la necessità di restare in relazione con sé e con l’altrə, attraverso la creazione di simboli condivisi e la trasmissione di memorie collettive. Queste due statue mostrano come la salute mentale, individuale e collettiva, sia indissolubilmente legata alla nostra capacità di immaginare, sognare e creare insieme, dando spazio alla fantasia come forma di resistenza. Nel gennaio 2023, il cavallo di Jenin è stato distrutto dalla violenza coloniale israeliana,la stessa da cui era nato.
Le origini della detenzione amministrativa in Italia
Ripercorrendo l’asse Palestina–Italia, tracciata dal filo che lega indissolubilmente queste due sculture e le lotte che incarnano, emerge con forza la necessità — e l’urgenza — di proseguire la battaglia di Marco Cavallo anche nel nostro Paese. Se l’eredità abolizionista basagliana è entrata nel nostro ordinamento giuridico — più che nel tessuto socio-culturale — nel 1998 la legge Turco-Napolitano ha introdotto una nuova istituzione totale, fondata su una logica selettiva e razzializzante: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, allora denominati Centri di Permanenza Temporanea. Una realtà che oggi mostra, in modo sempre più evidente, una deriva di tipo manicomiale. Il tipo di detenzione applicata all’interno di questi non-luoghi viene definita amministrativa e si esercita a seguito di un mero illecito amministrativo: il non possedere i documenti in regola. Il carattere neo-coloniale e gerarchico di queste pratiche detentive emerge anche dal loro inquadramento storico.
Uno dei precedenti più significativi è rappresentato dall’uso della detenzione amministrativa da parte di Israele a partire dal 1967 nei Territori palestinesi occupati: uno strumento che consente di incarcerare persone palestinesi senza processo né capi d’accusa, sulla base di decisioni amministrative.
Questo modello, fondato sulla sospensione delle garanzie giuridiche per specifiche popolazioni, ha contribuito a normalizzare forme di detenzione che oggi ritroviamo, con caratteristiche diverse ma logiche simili, anche nei sistemi europei di gestione delle migrazioni. Secondo i dati di Defense for Children Palestine, un’organizzazione palestinese che lavora sui diritti umani dellз bambinз palestinesi, a dicembre 2025 erano reclusз in detenzione amministrativa 180 bambinз.
La detenzione amministrativa come forma di necropolitica
La detenzione amministrativa è a tutti gli effetti una delle massime espressioni di necropolitica odierna, ossia quell’insieme di politiche interne ed esterne neo-coloniali che espongono alla morte - diretta ma anche simbolica e sociale - alcune categorie di persone, per preservare la vita e il privilegio di altre. In Italia, lo scopo esplicito della detenzione amministrativa è quello di contrastare, tramite la detenzione e la successiva deportazione delle persone, l’immigrazione irregolare. Tuttavia, i dati reali sulle deportazioni raccontano un’altra storia. L’ultimo report di ActionAid, “Trattenuti. Una radiografia del sistema detentivo per stranieri”, mostra che nel 2023 solo circa il 10% delle persone con un ordine di espulsione è stato effettivamente rimpatriato. Allo stesso tempo, la normativa consente l’espulsione anche di persone che vivono in Italia da decenni e che, per diverse ragioni, non sono riuscite a rinnovare il permesso di soggiorno.
Questi elementi evidenziano come la funzione reale dei CPR non sia tanto quella di eseguire i rimpatri, quanto piuttosto di esercitare un potere di controllo e disciplinamento sui corpi e sulle vite delle persone razzializzate, arrivando a negare diritti fondamentali, a partire da quello alla vita.
Gli abusi e le pratiche deumanizzanti all’interno dei CPR non sono occasionali, ma sono la base strutturale di un sistema torturante che ha il preciso scopo di favorire l’annientamento delle persone che trattiene.
La violenza agita al loro interno non è una conseguenza, quanto più l’essenza stessa della detenzione amministrativa. Così come la morte è un suo ingrediente quotidiano. Moussa Balde, Simo Said, Wissem Ben Abdel Latif, Ousmane Sylla, Vakhtang Enukidze, Mohammed Ben Said sono solo alcuni dei nomi delle persone morte, direttamente o indirettamente, di CPR.
Psicopatogenicità dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio
Nel corso degli anni, militantз e professionistз che si occupano di contrasto alla detenzione amministrativa ne hanno dimostrato la patogenicità, ossia l’intrinseca capacità di far deteriorare la salute psicofisica, fino a condurre alla morte. Dal 2018, la rete Mai più Lager - No ai Cprdocumenta le agghiaccianti condizioni a cui sono sottoposte le persone rinchiuse all’interno di questi lager di Stato e l’estrema deriva manicomiale da essi assunta. A partire dall’abbandono totale da parte dello Stato, passando per l’isolamento e l’uso sistematico della violenza come strumenti quotidiani di gestione, fino all’assenza di qualsiasi forma di tutela e assistenza, i CPR si configurano come spazi profondamente segnati dalla negazione dei diritti. A questo si aggiungono pratiche estreme come la contenzione farmacologica, la psichiatrizzazione della resistenza e la medicalizzazione della sofferenza. Nel loro insieme, questi elementi mostrano come i CPR siano progettati e utilizzati come luoghi di segregazione razziale, che combinano caratteristiche proprie dei campi di concentramento, delle carceri e dei manicomi.
Secondo Sunjay Gookooluk, poeta, artista, militante e persona che ha avuto esperienza di detenzione in CPR - ai tempi chiamati con l’acronimo di CIE, ossia Centri di Identificazione ed Espulsione -: “Il CPR è un luogo che deprime, che stressa, che fa ammalare una persona sana. Lì ti trattengono come tu fossi chissà quale pericolo. Quando invece la tua unica colpa è quella di essere in un territorio, sprovvistǝ di un regolare visto o un documento o passaporto. È un luogo che ti spoglia di ogni tuo diritto di essere umano.
Già l’essere stranierǝ è considerato un qualcosa da identificare e rinchiudere: sei unǝ stranierǝ, spesso venutǝ tuttǝ solǝ per raggiungere l’Europa, dove sogni una vita normale e invece ti ritrovi nell’emarginazione, per strada.
Chi resiste percorre anni di marginalizzazione prima di essere regolarizzatǝ e c’è chi finisce nella microcriminalità - per sopravvivere -, finendo in carcere e perdendo ogni speranza di essere regolarizzatǝ. È un circolo che si alimenta da solo. È un mondo pazzesco ove lз sanз diventano davvero pazzз , dove lз malatз - lз detenutз - in realtà sono coloro che mantengono un’umanità e il mondo fuori, che è invece malato e violento, sembra stare bene. C’è chi lascia una situazione di guerra, di povertà, di fame, attraversando il Mediterraneo, cimitero di cadaveri, e rischiando la propria vita pur di raggiungere l’Europa; eppure, è proprio qui in Europa che si infrangono per davvero i loro sogni. Quando ci si ritrova chiuso in un CPR non si hanno i diritti e si viene trattati come rifiuti, rimanendo in gabbia per mesi.”
Il viaggio di Marco Cavallo per la chiusura di tutti i CPR
Dopo il primo viaggio di Marco Cavallo fuori dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, organizzato nel 2013 — strutture poi chiuse nel 2015 ma rapidamente sostituite dalle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza — nel 2025 il Forum Salute Mentale, insieme a numerose associazioni, collettivi e reti antirazziste e antipsichiatriche, ha promosso un nuovo percorso, questa volta davanti ad alcuni CPR italiani. L’obiettivo è stato denunciare le violenze strutturali della detenzione amministrativa, allargare e radicare nelle comunità la lotta abolizionista per la chiusura di tutti i CPR e rompere l’invisibilizzazione che avvolge le persone recluse in queste istituzioni totali.
Che si chiamino Centri di Permanenza per il Rimpatrio o manicomi, che la tortura statale neo-coloniale si consumi in Italia o in Palestina, Marco Cavallo e il Cavallo di Battaglia di Jenin ci ricordano ogni giorno che il significato di un simbolo — anche quando viene fisicamente distrutto — resta vivo finché ciò che rappresenta continua a essere trasmesso, custodito e difeso nella memoria collettiva delle generazioni.
Opere come quelle di Marco Cavallo e del Cavallo Al-Hissan non sono soltanto produzioni artistiche, ma forme di cura collettiva e di resistenza dal basso.
Le lotte di decolonizzazione e di liberazione dei due Cavalli si protrarranno fino a quando tutto il mondo non sarà scevro dalle varie forme assunte dalla violenza coloniale, razzista, imperialista e suprematista. Fino a quando la libertà di movimento e l’autodeterminazione di tutti i popoli non saranno i principi portanti delle nostre comunità.