Carracci Casa Comune e Prosfygika
Geografie dell’abitare possibile.
di Camilla Donzelli
Ci sono due parole che ricorrono spesso nel dibattito pubblico sulla casa: crisi ed emergenza. Se ne parla come se fosse un imprevisto, una congiuntura passeggera risolvibile con interventi mirati. Ma cosa succederebbe se ci abituassimo a interpretare la crisi dell’abitare non più come un’anomalia, ma come uno dei prodotti più coerenti del sistema economico e sociale in cui viviamo?
È questa la domanda da cui parte il geografo Michele Lancione nel libro “For a liberatory politics of home”. La casa, argomenta Lancione, non è solo un “contenitore”: è il modo in cui una società sceglie di stare al mondo. E il modello che ci siamo datə – fondato sulla proprietà privata, sul tetto come bene di consumo soggetto alle logiche di mercato, sul nucleo familiare patriarcale – non solo non contrasta la precarietà abitativa, ma finisce per alimentarla.
Non c’è una frattura netta tra chi è al sicuro e chi non lo è. C’è una continuità, un terreno comune di fragilità che il sistema genera e riproduce continuamente, per tuttə: dalla difficoltà crescente a pagare un affitto o un mutuo, all’esclusione di persone razzializzate e a basso reddito, fino alla violenza di genere che rende le quattro mura un posto pericoloso.
Prendere coscienza delle radici strutturali del problema significa capire che non possiamo continuare a trattare la questione abitativa come un problema tecnico, da risolvere caso per caso. Non basta costruire nuovi “contenitori”, né tantomeno implementare politiche pubbliche palliative. Serve immaginare un modo radicalmente diverso di abitare, e quindi di vivere insieme.
C’è chi ci sta già provando. Non si tratta di casi eccezionali, né di utopie inaccessibili. Carracci Casa Comune a Bologna e Prosfygika ad Atene sono due esperienze diverse per storia e contesto,
ma entrambe rispondono alla stessa domanda: come si costruisce un modello abitativo che non riproduca l’esclusione, le gerarchie e le violenze di quello dominante?
Carracci e il sogno comune di una ‘vita bella’
Al civico numero 63 di via Carracci, vicino ai binari della stazione di Bologna, sorge un condominio di 24 appartamenti. Costruito all’inizio del ‘900, è passato di mano in mano fino all’acquisizione, all’inizio degli anni Duemila, da parte dell’Agenzia Casa Emilia Romagna (Acer), ente che si occupa della gestione delle case popolari. Nel 2019, Acer interrompe i contratti di affitto e libera lo stabile dagli inquilini, in attesa di alienarlo a investitori privati. Da quel momento, il condominio rimane chiuso e abbandonato.
A ottobre 2023, nell’ambito della più ampia mobilitazioneRadical Housing Project, il collettivoPLAT – Piattaforma di intervento sociale occupa gli appartamenti di via Carracci.
“Come collettivo abbiamo un’esperienza ventennale di occupazione abitativa, ma quella di Carracci ha segnato un cambio di passo” spiega Luca, residente dello stabile. “All’inizio le persone del quartiere ci portavano i vestiti, non capendo che non abbiamo più a che fare con povertà e marginalità estreme. Abbiamo famiglie che lavorano, molte con due stipendi che combinati superano i 3000 euro al mese, cacciate perché il padrone voleva affittare la loro casa al triplo del prezzo. È la nuova realtà del mercato immobiliare: troppo ricchi per una casa popolare e troppo poveri per permettersi un affitto”.
Secondo lerilevazioni effettuate dal portale HousingAnywhere, a inizio 2024 Bologna risultava essere la quinta città più costosa d’Europa, con un aumento dei prezzi dei monolocali in affitto superiore in percentuale persino a città come Parigi e Berlino. E nel corso del 2025, secondo quanto riportato dalreport di Immobiliare.it, l’incremento dei prezzi non si è fermato, attestandosi su un +5% per le vendite e un +1,4% per gli affitti.
Carracci Casa Comune nasce come risposta a questa inaccessibilità strutturale. Le 110 persone che occupano gli appartamenti adottano come slogan la frase “vogliamo una vita bella” che, come precisa Luca, è una rivendicazione:
“Non siamo un movimento per il diritto alla casa, ma per il diritto all’abitare. Perché la casa è soltanto un tetto con quattro mura, mentre l’abitare porta con sé tanti aspetti: un lavoro significativo e ben pagato, l’accesso al cibo, l’accesso alla sanità e ai servizi, l’accesso alla scuola per i propri figli”.
In quest’ottica, Carracci ha sviluppato una progettualità che si articola su più livelli complementari, e che va ben oltre una semplice occupazione.
Nel corso di circa due anni, sono stati creati dei doposcuola pensati non come semplici servizi, ma come spazi di mappatura collettiva dei bisogni del territorio, animati dai genitori del quartiere. È nato il cortile comune con un parco giochi, costruito insieme ad abitanti e associazioni di vicinato. È stato aperto uno sportello multilingue per supportare le donne nella navigazione di un sistema di servizi spesso inaccessibile, dall’iscrizione dei figli all’asilo nido alle pratiche burocratiche. È nata “Una stanza tutta per noi”, uno spazio laboratoriale transfemminista rivolto a donne e femminilità di Carracci e del quartiere. E si è formatoFornelli Ribelli, progetto legato alla rete di mutualismo alimentare.
Quando gli appartamenti sono pieni e non c'è più spazio fisico per nuove persone, Carracci sviluppa nuovi strumenti: il Comitato Mai Più Senza Casa e il Comitato Antisfratti. In sei mesi, questa rete ha bloccato più di 100 sfratti. È la dimostrazione pratica di ciò che Luca chiama “diritto all'abitare”: non gestione individuale di un’emergenza, ma costruzione collettiva di un contropotere territoriale.
Per un sindacalismo metropolitano
“Per noi l’occupazione non è il fine, ma un mezzo” spiega Luca. “Tutti i servizi e gli spazi che abbiamo creato sono strumenti di inchiesta, cioè un modo per capire cosa non funziona e come, di conseguenza, possiamo organizzarci per poi andare a pretendere il cambiamento.”
Ciò che tiene insieme le diverse linee d’azione adottate da Carracci Casa Comune è il concetto di “sindacalismo metropolitano”. Come spiega Luca, si tratta di una formula che invita ad andare oltre il sindacato classico legato alla fabbrica o al settore produttivo, per misurarsi con qualcosa di più pervasivo: i mutamenti urbani che la privatizzazione e la turistificazione stanno imprimendo su Bologna, e il modo in cui questi ricadono concretamente sulla vita di chi ci abita e ci lavora.
“In questo senso l’occupazione è uno strumento di lotta” continua Luca. “Non la utilizziamo soltanto per stare all’interno di uno stabile, ma per aprire trattativa sociale, per fare vertenza, per strappare ricchezza verso il basso.”
Ed è una strategia che ha effettivamente portato dei frutti. Nella seconda metà del 2024,lo sgombero è stato evitato grazie ad una convenzione approvata dal Comune che consente ai residenti di Carracci di rimanere nelle proprie case con dei contratti transitori rinnovati ogni sei mesi. A Bologna, un accordo del genere non si verificava da oltre 40 anni.
Non si tratta, tuttavia, di un punto di arrivo.
La battaglia è ancora in corso, e il suo fulcro è il riconoscimento della pratica di autorecupero: un meccanismo attraverso cui le famiglie investono risorse proprie per rimettere a norma appartamenti pubblici abbandonati, recuperando così patrimonio edilizio altrimenti destinato alla svendita a privati o alla dismissione. Quei costi vengono poi scomputati dall'affitto.
È una logica che crea conflitto diretto con il modello dominante che sta trasformando le città in terreni di rendita: invece di cedere gli immobili pubblici degradati a fondi immobiliari privati, si restituisce valore al patrimonio collettivo attraverso chi ci abita.
Il passo successivo si chiamaCarracci Sogno Comune: la campagna con cui la cooperativa di abitanti nata in questi anni rivendica l’assegnazione formale dello stabile. L’obiettivo è che Carracci venga affidato alla cooperativa tramite bando e si trasformi stabilmente in uno spazio laboratoriale sull’abitare.
“Se al riconoscimento dell’autorecupero si aggiungesse anche la legge regionale che sembra essere in discussione in questo momento, sarebbe un bel passo avanti”, conclude Luca. “Si creerebbe un precedente: non solo per Carracci, ma soprattutto in termini di replicabilità in altri contesti”.
Prosfygika e un nuovo modello autogestito di coesistenza
Atene è una delle città europee in cui il mercato immobiliare, e in particolare quello degli affitti, sta diventando sempre più inaccessibile. Secondo gliultimi dati disponibili, in Grecia un nucleo familiare spende mediamente fra il 36% e il 40% del proprio reddito disponibile in spese legate alla casa, contro una media europea del 19%. A ciò si aggiunge il dato che la Grecia è uno dei Paesi UE con il salario medio più basso, che negli ultimi anni ha persino subito una riduzione del 5%.
Questa dinamica è direttamente proporzionale all’espansione incontrollata della turistificazione del Paese: più la Grecia diventa una meta turistica ambita, più il costo della vita diventa insostenibile per la comunità locale.
È in questo contesto che un complesso di otto palazzine che sorgono lungo viale Alexandras, nel centro di Atene, offre da quasi un secolo una risposta concreta a sfide economiche e sociali sempre più pressanti.
In greco, prosfygikà significa “casa dei rifugiati”. I 228 appartamenti vennero costruiti all’inizio degli anni ‘30 per ospitare i rifugiati greci originari dell’Asia Minore,in fuga dalle violenze e dalle espulsioni di massa che seguirono la guerra greco-turca del 1919-1922. Due decenni dopo, neldicembre del 1944, Prosfygika divenne un punto di appoggio strategico per le milizie di sinistra durante la guerra civile greca.
È su questa stratificazione di fughe e resistenze che, all’inizio degli anni Duemila, si è costituito un progetto di vita comunitaria nuovo e radicale.
Nel 2010, in risposta alla crisi economica in corso in Grecia, un gruppo di occupanti avvia un processo di riorganizzazione interna. “Ci piace ricordare quel momento con un’immagine,” racconta Suzon, che fa parte della comunità da circa cinque anni. “Ciascuno mise le chiavi del proprio alloggio sul tavolo nel mezzo, ad indicare la rinuncia alla gestione individuale e il riconoscimento del sistema comunitario che stava per nascere”.
Due anni dopo viene ufficialmente istituita laComunità di Prosfygika Occupata, SY.KA.PRO. Un modello che, nel tempo, si sarebbe rivelato capace di adattarsi a sfide sociali sempre più complesse.
Nel 2015, durante la cosiddetta crisi migratoria che porta migliaia di persone ad attraversare il confine fra Turchia e Grecia, Prosfygika diventa un importante punto di snodo per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiatǝ. Chi è di passaggio ad Atene, con l’obiettivo di raggiungere altri Paesi europei, non viene tuttavia semplicemente ospitatǝ: diventa parte attiva della comunità, contribuendo con le proprie competenze, energie e prospettive.
“Non si è trattato di un processo in cui un gruppo di persone costruiva qualcosa per il resto,” spiega Suzon. “Ogni persona che passava, con i propri bisogni e le proprie capacità, diventava parte di quel processo organico”. È per questo, aggiunge, che molte delle persone che negli anni hanno lasciato Prosfygika mantengono un legame vivo con la comunità: “Non lo ricordano come uno spazio di accoglienza, ma come qualcosa a cui appartengono”.
Il risultato è una comunità oggi composta da circa 400 persone provenienti da 27 Paesi diversi, con storie, lingue, religioni e appartenenze politiche profondamente eterogenee.
Una coesistenza che non ha nulla di spontaneo o magico, come tiene a precisare Suzon: “È stata una decisione consapevole fin dall’inizio, qualcosa che si è costruito nel tempo. Abbiamo scelto di essere una comunità”.
La chiave, spiega Suzon, non è l’omologazione delle differenze, ma un lavoro costante per identificare una base comune che permetta di costruire prospettive condivise. È su questo terreno che, nel corso degli anni, SY.KA.PRO ha elaborato una pratica di coesistenza che è al tempo stesso una proposta politica: un modello di società possibile nel qui e ora, fondato sull’autogestione collettiva delle differenze e sul mutuo aiuto.
Politicizzare il quotidiano
Ispirandosi a modelli rivoluzionari che vanno dal Rojava agli zapatisti, nell’arco di sedici anni SY.KA.PRO ha sviluppato benventidue strutture auto-organizzate, pensate per rispondere ai bisogni della comunità interna e dei quartieri circostanti: dal cibo al vestiario, dall’educazione alla salute, dalla manutenzione ad attività ricreative e culturali. L’idea è riappropriarsi della gestione dei servizi, sottraendoli a istituzioni e mercato per adattarli ai bisogni reali delle persone. Ciascuna struttura opera con la propria assemblea, i propri ordini del giorno e il proprio bilancio, rimanendo però ancorata alle linee guida generali che regolano la vita dell’intera comunità.
Il cuore pulsante di questo meccanismo è l'assemblea generale, che si riunisce ogni lunedì per discutere le questioni della vita comunitaria. Ogni venerdì un gruppo di lavoro si incontra per tradurre in pratica le decisioni prese. Gruppi tematici aggiuntivi vengono costituiti all’occorrenza: per organizzare un evento, coordinare un progetto, rispondere a un bisogno emergente. Ogni due anni si tiene inoltre un’assemblea di revisione, che implica un bilancio degli anni passati e orienta la direzione futura della comunità.
Ma la dimensione politica di Prosfygika non si esaurisce nelle assemblee. “La vita quotidiana è ciò che costruisce la comunità,” racconta Suzon.
“Dal caffè che beviamo insieme alle interazioni per strada, passando per tutto ciò che condividiamo: sono questi gli elementi fondamentali”. È proprio in questa politicizzazione del quotidiano che prendono forma alcune delle strutture più significative: spazi che non si limitano a rispondere a bisogni immediati, ma provano a trasformare il modo stesso in cui le persone vivono insieme.
LaBakery Structure, o forno comunitario, nasce parallelamente alla costituzione della comunità, a partire da un bisogno immediato: il cibo. In piena crisi economica, molte persone non hanno infatti un reddito stabile e faticano ad accedere ai beni essenziali.
Grazie al sostegno di un gruppo di internazionalitǝ francesi, Prosfygika riceve alcuni piccoli forni domestici e inizia a produrre pane collettivamente. Ma il punto non è soltanto garantire cibo a basso costo. Fin dall’inizio, la comunità si trova davanti a una domanda che apre un conflitto più ampio: cosa succede se una persona non può permettersi nemmeno il pane?
“Abbiamo discusso a lungo sul prezzo,” racconta Ali, che fa parte della struttura. “La comunità ha deciso che se qualcuno ha bisogno di pane ma non ha soldi, può averlo gratuitamente”. Il forno diventa così qualcosa di più di un servizio mutualistico: uno spazio in cui i bisogni quotidiani vengono politicizzati.
Non si tratta semplicemente di distribuire pane, ma di interrogarsi collettivamente su cosa significhi accesso, cura e redistribuzione in un contesto segnato dalla precarietà.
Per Elo, internazionalista coinvolta nella struttura, il forno rappresenta anche un laboratorio di convivenza. Lavorare insieme diventa un esercizio quotidiano di comunicazione, gestione del conflitto e apprendimento reciproco in una comunità dove si parlano lingue diverse. E il pane stesso racconta la composizione multiculturale di Prosfygika: alle preparazioni più tradizionali si affiancano specialità siriane e ricette provenienti da diversi contesti, trasformando il cibo in uno spazio di contaminazione.
La struttura è inoltre aperta al pubblico, fungendo così da punto di contatto con l’intera città. Le conversazioni quotidiane e le relazioni costruite con chiunque varchi la soglia del forno sono strumenti importanti di radicamento. “Cerchiamo di parlare con chiunque entri”, aggiunge Elo, “per capire chi sono le persone, cosa fanno, quali sono i loro bisogni e come possiamo aiutarci a vicenda”.
Un’altra struttura che negli anni ha assunto un ruolo centrale è laWomen Structure, nata formalmente nel 2019 dall’esigenza di creare uno spazio di incontro fra donne e femminilità della comunità. “Molte erano isolate, e poco visibili nei momenti di aggregazione collettiva”, racconta Suzon. Tutto inizia da incontri informali attorno a un caffè, visite casa per casa e un lento lavoro di costruzione della fiducia. Con il tempo, quello spazio diventa anche un luogo in cui condividere esperienze comuni e rendere visibili problemi spesso confinati alla sfera privata, fra cui la violenza domestica.
È a partire da queste esperienze che la struttura sviluppa pratiche collettive di supporto e intervento, dalla mediazione ai percorsi di giustizia trasformativa, fino alla creazione di una casa sicura per situazioni d’emergenza, aperta anche a persone esterne alla comunità. Nel 2021, durante l’assemblea di revisione, il lavoro della struttura viene riconosciuto come una vera e propria “rivoluzione interna”. Un passaggio che rende esplicito qualcosa di fondamentale: se l’obiettivo è costruire un’alternativa al modello dominante dell’abitare, questo significa anche scardinare le relazioni di potere che attraversano lo spazio domestico.
Riappropriarsi dell’abitare
Oggi Prosfygika si trova sotto minaccia. Per almeno tre decenni, i tentativi di sgombero si sono susseguiti senza tregua, indipendentemente dal posizionamento politico dei vari governi. Nel 2025, lo sgombero è diventato tuttavia uno scenario concreto. Un piano regionale di “riqualificazione e sviluppo” da 15 milioni di euro è in fase di implementazione, e comporterà la dispersione degli abitanti, incluse molte persone con fragilità sociali ed economiche.
La mobilitazione della comunità va avanti da mesi, con due membri impegnati in uno sciopero della fame fino alla morte. A seguito di un silenzio prolungato, le autorità greche si sono espresse attraverso il portavoce di governo Pavlos Marinakis, che ha confermato l’intenzione di procedere con lo sgombero.
È una dinamica ormai familiare: quando uno spazio produce relazioni sociali, mutualismo e organizzazione dal basso, istituzioni e mercato tendono a leggerlo come una pericolosa devianza, un’anomalia slegata dalle logiche del profitto che deve essere neutralizzata.
La vicenda di Prosfygika racconta qualcosa che va ben oltre Atene. In tutta Europa, mentre la casa diventa sempre più inaccessibile, la risposta dominante continua a muoversi nella stessa direzione: privatizzazione del patrimonio pubblico, turistificazione, incentivi alla rendita immobiliare, misure tampone incapaci di intervenire sulle cause strutturali del problema. È un segnale rivelatore: una soluzione reale alla crisi dell’abitare non può emergere dallo stesso sistema economico, politico e sociale che quella crisi contribuisce a produrre.
Ed è per questo che esperienze come Prosfygika e Carracci Casa Comune sono importanti. Pur muovendosi in modi e in contesti differenti, e senza pretendere di offrire modelli perfetti o immediatamente replicabili, provano ad aprire spazi di possibilità. Ci ricordano che abitare può significare qualcosa di diverso dalla semplice sopravvivenza dentro un mercato ostile: può diventare una pratica collettiva, conflittuale e radicale di riappropriazione della vita quotidiana.