Made in Italy per l’industria del genocidio
La complicità italiana con il sionismo e il lavoro dei Giovani Palestinesi per renderla visibile
di Youssef Siher
Fotografia di Mohammed Ibrahim
Dall’ottobre 2023, mentre le immagini del genocidio a Gaza circolavano sui telefoni di milioni di persone in tutto il mondo, il governo italiano ha scelto una postura precisa: quella del sostegno concreto e materiale al sionismo, nascosto dietro una retorica di facciata. Da un lato, le dichiarazioni pubbliche di Antonio Tajani e Giorgia Meloni: «abbiamo limitato le esportazioni di armamenti verso Israele», ripetuto come un mantra in ogni conferenza stampa. Dall’altro, una realtà documentata, fatta di spedizioni, rotte navali e voli cargo, che quella narrazione smonta pezzo per pezzo.
Quella che si è consumata negli ultimi tre anni non è una semplice contraddizione tra retorica e pratica di governo. È qualcosa di più preciso e più grave: è complicità. Una complicità attiva, materiale, misurabile in tonnellate di carburante e in componenti per caccia da combattimento.
Una complicità che ha un nome — genocidio — riconosciuto come “rischio plausibile” dalla stessa Corte Internazionale di Giustizia già nel gennaio 2024, e che ha prodotto mandati d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale. A confermare il quadro è anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, che presentando il suo rapporto alla Camera dei deputati ha denunciato come tra il 2020 e il 2024 l’Italia sia stata il terzo fornitore mondiale di armi a Israele, dopo Germania e Stati Uniti.
Eppure il sistema mediatico e politico italiano ha trattato questa complicità come una questione tecnica, da affidare alle commissioni parlamentari, ai regolamenti sull’export, alla burocrazia delle autorizzazioni. Il lavoro dei Giovani Palestinesi d’Italia (GPI) — organizzazione della diaspora a guida palestinese e araba in Italia che da anni organizza solidarietà attiva sul territorio — ha rotto questa cortina di normalizzazione, portando sulla scena pubblica ciò che l’establishment aveva tutto l’interesse a tenere nell’ombra.
Cosa ha fatto emergere il dossier
Il dossier “Made in Italy per l'industria del genocidio”, prodotto dal GPI nell’ambito della campagna internazionale People’s Embargo for Palestineinsieme a Palestinian Youth Movement (PYM), Weapon Watch e European Legal Support Center (ELSC), è un documento di ricerca che ha incrociato registri di spedizione, dati doganali, manifesti di volo e informazioni pubbliche per tracciare le catene logistiche che collegano l’industria italiana alla macchina da guerra sionista. «La metodologia è il frutto di uno sforzo coordinato a livello internazionale, costruito nel corso di anni», spiega Samed Ismail, del Direttivo Nazionale dei Giovani Palestinesi. «Da un lato, ricercatori che fanno parte del movimento hanno sviluppato strumenti per accedere a dati che le aziende hanno tutto l’interesse a tenere nascosti. Dall’altro, la campagna si fonda sul coinvolgimento diretto delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori che indaghiamo: sono loro la fonte primaria, il punto di contatto con la realtà concreta».
I numeri parlano da soli: almeno 416 spedizioni di materiale a carattere militare e oltre 224 chilotonnellate di carburante hanno lasciato il territorio italiano verso l’entità sionista dall’ottobre 2023. Non si tratta quindi di forniture antecedenti al genocidio, ma di un flusso continuativo, nonostante le dichiarazioni ufficiali di sospensione, come hanno confermato le inchieste di Altreconomia sul caso delle spolette esportate dalla provincia di Viterbo nel giugno 2024, materiali impiegabili nell’attivazione di bombe e proiettili.
La ricerca ha individuato aziende italiane private, enti collegati allo Stato e infrastrutture logistiche — porti, aeroporti e terminal carburanti — come nodi di questa rete. Sono coinvolti aeroporti come Roma Fiumicino e Milano Malpensa, porti come Genova e Ravenna, terminal energetici a Taranto e nella Baia di Santa Panagia a Siracusa. Le forniture di carburante, in particolare, sono avvenute con metodi attivamente elusivi: navi che spengono i transponder AIS per nascondere la rotta, cambi di destinazione last-minute, triangolazioni logistiche progettate per sfuggire al controllo pubblico. «Più che di sorpresa, parlerei di conferma», spiega Ismail. «Il lavoro di documentazione ha confermato qualcosa che già sapevamo: le aziende riescono sistematicamente a scavalcare il diritto in maniera sostanzialmente impunita. Il caso di Ravenna è emblematico: esistono organi preposti alla sorveglianza, ma nella pratica non entrano in funzione, o vengono aggirati con estrema facilità. Svolgono una funzione puramente formale.
Il diritto al profitto nel settore del trasporto finisce per scavalcare qualsiasi obbligo di controllo sulla destinazione e sull’uso effettivo delle merci trasportate».
E c’è da aggiungere che questi non sono errori burocratici, quanto scelte politiche coperte da un sistema volutamente opaco, la cui continuazione configura — secondo l’analisi giuridica del professor Triestino Mariniello, docente di Diritto penale internazionale alla John Moores University di Liverpool — una quadruplice responsabilità per l’Italia: violazione dell’obbligo di prevenzione del genocidio, violazione del dovere di non assistenza imposto dal Parere consultivo della CIG del luglio 2024, e potenziale complicità penale individuale ai sensi dello Statuto di Roma.
L’Italia nel contesto occidentale: legame strutturale con Israele
Per comprendere la complicità italiana non basta guardare alle singole spedizioni. Bisogna inquadrarla nel contesto più ampio del posizionamento dell’Occidente rispetto al genocidio in corso.
Dal 7 ottobre 2023 in poi, i governi occidentali — con pochissime eccezioni — hanno adottato una traiettoria comune: supporto politico e militare a Israele accompagnato da dichiarazioni di preoccupazione umanitaria. Tra ottobre 2023 e ottobre 2025, sono entrate in Israele 2.603 partite di materiale di derivazione militare, per un valore complessivo di 885,6 milioni di dollari (di cui il 91% registrato dopo la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del gennaio 2024). Dietro quei numeri ci sono 51 paesi, tra cui Stati Uniti, India, Francia, Austria e Italia. Roma si inserisce in questa dinamica in modo persino più scoperto di altri: il governo Meloni ha mantenuto una retorica di “equilibrio” che non ha mai messo in discussione l’asse strategico con l’entità sionista, mentre la cosiddetta opposizione parlamentare ha per lo più scelto di non fare della questione palestinese un terreno di scontro reale.
In Occidente il sostegno al genocidio non è mai stato solo bipartisan ma istituzionalmente trasversale, e questa trasversalità non è un'eccezione né un’anomalia ma la regola del sistema.
Il movimento post-7 ottobre: genealogia di una mobilitazione
Fotografia di Delia Giandeini
Questo dossier è il prodotto di un processo di mobilitazione che, in Italia come nel resto dell’Occidente, ha visto emergere dopo il 7 ottobre 2023 qualcosa di qualitativamente nuovo rispetto alle ondate precedenti di solidarietà per la Palestina.
In Italia, dall’ottobre 2023, un’ampia rete di organizzazioni attive nelle lotte femministe, nell’ambientalismo e nell’antirazzismo, insieme ai sindacati di base, ha unito le forze con realtà politiche e associazioni palestinesi.
La leadership delle mobilitazioni è stata rapidamente assunta dai Giovani Palestinesi d’Italia, al cui fianco hanno operato altre organizzazioni solidali con la causa palestinese già attive prima del 7 ottobre. Le proteste sono state persistenti nel tempo e diffuse capillarmente sul territorio, con un momento di catalisi particolarmente forte nel settembre 2025, quando i sindacati di base sono riusciti a costruire una resistenza massiccia grazie al radicamento territoriale del movimento. La novità non è stata solo la quantità delle persone in piazza ma la qualità delle parole d’ordine che si portavano: non solo “cessate il fuoco”, ma “blocchiamo tutto contro il genocidio”.
«Il movimento si è avviato verso un approccio più concreto, rivolto al boicottaggio diretto delle aziende belliche e dei nodi logistici di supporto al genocidio», osserva Ismail. «Ragionando sulla base di come le azioni del movimento cambino — o meno — la situazione di chi resiste sotto le bombe. È un cambio di passo netto rispetto all’approccio umanitario che aveva prevalso in precedenza.»
Non più solo cortei e presidi, ma ricerca, mappatura, azione diretta, pressione sui nodi logistici. Esempi emblematici sono stato i bloccchi operai ai porti di Genova, Livorno e Ravenna, dove i lavoratori portuali hanno fermato container contenenti materiale bellico diretto verso l’entità sionista.
Dalla ricerca all’azione: il senso politico di un dossier
Un dossier di ricerca, da solo, non cambia nulla. Lo sa bene chiunque abbia prodotto documentazione su violazioni del diritto internazionale nel corso degli ultimi decenni: i rapporti di Amnesty, le inchieste di Human Rights Watch, le deliberazioni dell’ONU sono rimaste, nella stragrande maggioranza dei casi, carta stampata. La differenza sta in cosa ci si costruisce sopra.
Il lavoro del GPI non è stato pensato come un contributo accademico, ma come uno strumento politico: qualcosa da mettere in mano ai lavoratori dei porti, ai sindacati, alle assemblee nelle università, alle realtà di base che cercavano un ancoraggio concreto alla propria azione.
Le richieste che accompagnano il dossier — embargo totale bilaterale sulle armi, cancellazione dei permessi di esportazione, sospensione delle forniture di carburante, rescissione del memorandum militare Italia-Israele — non sono appelli retorici al governo ma un vero e proprio programma politico popolare da cui misurare la distanza tra le parole e i fatti. «Per noi è fondamentale che questo dossier contribuisca a dare una cornice comune a tutte le rivendicazioni dei lavoratori e di chi lotta contro la guerra e il genocidio», spiega Samed Ismail. «Sappiamo che i settori più rilevanti per la nostra ricerca, come la logistica, sono sempre più colpiti dalle leggi anti-sciopero, una dimostrazione concreta dell’esistenza di un piano per impedire e bloccare l’azione sindacale. Il nostro auspicio è di supportare queste lotte proprio di fronte a tali restrizioni».
Imparare a chiamare le cose con il loro nome
Fotografia di Mohammed Ibrahim
È importante ricordare poi che c’è una battaglia di narrazioni in corso, parallela a quella fisica. I governi occidentali si affannano a non usare la parola genocidio, i media mainstream preferiscono “conflitto”, “guerra”, “crisi umanitaria”, ovvero tutto ciò che sposta l’attenzione dal responsabile e dalla struttura politica che lo sostiene. Eppure il gruppo di Avvocati e Giuristi per la Palestina ha già presentato alla Corte Penale Internazionale una denuncia contro il governo italiano e Leonardo SpA per complicità in crimini di guerra e contro l’umanità, citando esplicitamente Meloni, Tajani, Crosetto e l’AD di Leonardo.
Il GPI ha scelto una strada diversa ma complementare: chiamare le cose con il loro nome, documentare la complicità italiana, e farlo con la precisione che serve per rendere quella complicità inattaccabile sul piano dei fatti.
È un gesto politico che ha un costo — in termini di repressione, di delegittimazione e isolamento — e che si inserisce in una tradizione di solidarietà internazionalista che in Italia ha radici profonde, anche se spesso dimenticate. «Il GPI vuole — e in parte è riuscito — a trasformare un paradigma che si era affermato almeno dagli accordi di Oslo», spiega Ismail. «Un paradigma per cui si assisteva a una progressiva normalizzazione dei rapporti politici ed economici tra l’Italia e Israele, e questo processo poteva essere ostacolato solo in una cornice umanitaria, riferita al solo diritto internazionale, e non poteva riferirsi all’intero progetto sionista come nemico da smantellare. Noi lavoriamo per invertire questa tendenza e riaffermare che la causa di liberazione palestinese è una causa politica, perno della lotta antimperialista».
«È una chiave di lettura necessaria», continua Ismail. «Se comprendiamo cosa vuol dire, non possiamo che riconoscere il ruolo fondamentale della Resistenza, il ruolo storico dell’antisionismo, regionale e non solo. Chi come noi si trova in diaspora può e deve avere un ruolo fondamentale nell’isolare e spezzare il sistema sionista, perché ci troviamo ancora più vicini al cuore del suo potere. Organizzare la diaspora araba e palestinese significa contribuire davvero alla nostra causa di liberazione, internazionale, ma con la Palestina come perno. E significa partecipare al rafforzamento delle lotte contro il sistema che vede nel sionismo la sua testa di ponte: il capitalismo, oggi alle porte di una nuova fase di guerra globale».
Per leggere il dossier completo:embargoforpalestine.com/italia