Costruire alternative: immaginare nuove strutture per la comunità

Lettera #9

CHIACCHIERE AFRODISCENDENTI

Martedì 9 febbraio 2026

Milano

Cara Ariam,

Ti ringrazio, come sempre, per la tua trasparenza e per la lucidità con cui riesci a tenere insieme la matassa di temi che attraversano questo nostro flusso di coscienza. Hai aperto così tante parentesi che ognuna meriterebbe una risposta a sé. Quando ho letto “stare in disaccordo senza violenza, senza annullamento reciproco”, mi sono fermata a lungo: è una possibilità disarmante nella sua semplicità, ma complessa nella sua applicazione concreta. Eppure potrebbe essere, almeno in teoria, una chiave per affrontare molte delle fratture che attraversano la nostra società — politiche, sociali, identitarie, affettive. Eppure, proprio mentre ne avremmo più bisogno, sembriamo sempre più inermi di fronte a catastrofi ampiamente preannunciate. Catastrofi che non nascono dall’assenza di strumenti, di analisi o di conoscenze, ma piuttosto da una mancanza di volontà reale: da parte di chi detiene il potere di intervenire e trasformare, ma anche da parte di chi, per strategia, sfiducia o progressiva normalizzazione dell’intollerabile, ha scelto, consapevolmente o meno, di adeguarsi. Questo adattamento, però, non è mai un fenomeno esplicito. A volte è una forma di sopravvivenza, un modo per restare a galla in un sistema che punisce duramente chi si oppone. Altre volte assomiglia più a una rassegnazione combinata alla frustrazione, a un lento spegnimento dell’immaginazione di una politica capace di creare alternative reali. Altre ancora è il risultato di un’impossibilità più profonda… quella di riuscire anche solo a intravedere una luce in fondo al tunnel, di concepire che qualcosa di diverso sia praticabile e non solo desiderabile. 

La tua risposta, in questo senso, mi porta ad interrogarmi sulle alternative, non come concetto astratto, ma sulla possibilità concreta di immaginare e poi costruire nuove strutture, nuovi approcci realmente trasformativi.

Approcci che non si limitino a riprodurre l’idea, spesso vuota e autoassolutoria, di inclusione, ma che abbiano il coraggio di mettere in discussione le fondamenta stesse del sistema. Non il suo addolcimento, non il suo adattamento puramente estetico, ma la sua distruzione e rifondazione. Ed è qui che emerge, inevitabile, la domanda più difficile: come si fa?

Come si individuano alternative che non restino esercizi teorici o utopie, ma che siano effettivamente praticabili? Questa domanda mi riporta a qualche nostro scambio precedente e alla tua riflessione sulle condizioni materiali e sui limiti che impongono. Perché immaginare il cambiamento senza tenere conto di questi vincoli rischia di trasformarsi in un privilegio o in una fuga. Ma, allo stesso tempo, accettare quei limiti come invalicabili significa rinunciare in partenza a qualsiasi possibilità di trasformazione? È in questa tensione, scomoda, realistica e necessaria, tra ciò che è fondamentale distruggere, ciò che è possibile costruire e ciò che, nel frattempo, siamo costrette ad attraversare, che i miei pensieri diventano una matassa impossibile da districare...

Sono alcune settimane che mi sento intorpidita, il mio corpo si muove quasi per inerzia sopraffatto dalla consapevolezza che in questa vita le alternative non le vedremo, siamo inondati da atrocità, in un concatenarsi di cicli di violenza, che tornano, proliferano, si adattano attraverso gli stessi schemi che la storia avrebbe dovuto renderci capaci di leggere e fermare. Siamo reduci dall’ennesima ricorrenza, ormai svuotata del suo significato, il 27 gennaio, parole che si ripetono, slogan vacui, il “mai più” della celebre e ormai normalizzata memoria selettiva, oppure in un certo senso concreta allineata con le gerarchie che hanno plasmato il nostro mondo, dando un valore alla vita umana in base al colore della pelle, la provenienza, la classe, la religione.

Creando vittime di serie A, corpi da proteggere e altri sacrificabili, corpi che creano notizia, come la narrazione a cui stiamo assistendo con il racconto della brutalità degli agenti dell’immigrazione negli Stati Uniti, persone che hanno scoperto solo ora la crudeltà che è da sempre stata riservata ai corpi razzializzati, ma ora che tra le vittime ci sono persone bianche è inaccettabile, alcuni titoli mi hann lasciato una tristezza senza fine “oggi muore la democrazia”..

Che arroganza, per chi è questo oggi? Forse per i corpi che hanno vissuto una vita fatta di privilegi travestiti da alternative. Privilegi che oggi hanno perso il loro carattere permanente.

Alla fine mi accorgo di aver aperto molte porte e di non averne chiusa nessuna. E forse va bene così, è anche questo il senso, e il valore, di questo scambio.

Le alternative non nascono tutte insieme, né in modo ordinato. Si costruiscono piano, nel tempo, spesso per tentativi, e le comunità oppresse lo hanno sempre fatto: arrangiandosi, sostenendosi a vicenda, inventando e costruendo spazi di respiro. Alla base di tutto c’è sempre la comunità, che spesso sembra solo un’idea astratta, ma è un insieme di persone reali, con limiti, paure, stanchezze, che a un certo punto decidono di non adeguarsi del tutto e di provare comunque.

Ed è qui che torna la tua frase: stare in disaccordo senza violenza, senza annullarsi a vicenda. Ma è davvero possibile farlo, quando le ferite sono aperte e le differenze pesano?

È possibile parlarsi tra comunità diverse senza cadere nella competizione, nella diffidenza, nella ricerca del colpevole? Sapendo che il meccanismo più efficace del sistema è sempre stato quello di dividerci, di metterci le uno contro le altre, mentre intorno tutto ci distrae, ci stanca, ci spinge a guardare altrove e a puntare il dito.

Non arrivo a una risposta, e forse non è necessario. Mi resta però la sensazione che continuare a tenere aperte queste domande, senza smettere di parlarne insieme, sia già un modo per non cedere del tutto.

Un abbraccio,

Nogaye



Sabato 21 febbraio 2026

Milano

Ciao Nogaye,

Hai ragione, apro troppe parentesi quando scrivo. E ancora di più quando penso!

Il mio cervello procede per ramificazioni. Ogni tema si intreccia con un altro, ogni riflessione richiama condizioni materiali, esperienze personali, strutture più ampie. Diventa tutto urgente, tutto necessario per non perdere il senso.

Forse dovrei allenarmi a scremare prima di condividere. A distinguere ciò che è centrale da ciò che è derivazione. Ma allo stesso tempo so che quella complessità è anche il modo in cui provo a restare onesta con ciò che penso. Ti ringrazio per la pazienza con cui rimetti ordine nel nostro flusso, senza semplificarlo.

Mi ha colpita molto la tua riflessione sulla frase che ho condiviso: “stare in disaccordo senza violenza, senza annullamento reciproco”. È un’idea che sembra quasi ingenua nella sua semplicità, eppure è radicale nella pratica. Viviamo in una società che premia il narcisismo e l’individualismo, che incentiva la competizione anche dentro le comunità marginalizzate, che trasforma ogni divergenza in arena. In questo contesto, rispettare visioni diverse — culturali, religiose, politiche, persino modi differenti di funzionare cognitivamente — diventa un esercizio controcorrente.

L’esempio di tua mamma e di tua nonna acquisita ci ricorda che questa possibilità esiste nelle dimensioni che ci sono più vicine, nelle relazioni quotidiane. Da quando mi sono affacciata alla produzione culturale ho cercato di lavorare proprio lì, dentro le nostre “bolle”, dove il cambiamento è meno spettacolare ma più concreto. In questi anni, attraverso il documentario, il podcast, il festival e i gruppi antirazzisti di cui faccio parte, ho provato a costruire alternative che non riproducessero automaticamente le logiche comportamentali imposte dal capitalismo per poter esistere. Mi sono sottratta alla performatività, alla competizione costante, alla necessità di trasformare ogni gesto in capitale, che sia economico, simbolico o istituzionale.

Questo non significa ignorare la struttura sociale in cui viviamo. Al contrario, tutti i progetti che ho contribuito a creare hanno tenuto ben presente che il lavoro artistico, creativo e organizzativo di persone razzializzate è stato storicamente svalutato o sfruttato. Per questo una parte importante del mio impegno si è concentrata proprio sulla ricerca di fondi e sul garantire un riconoscimento economico adeguato a chi collabora. Sottrarsi alla logica del profitto non significa accettare la precarietà come destino.

Per me resta centrale condividere spazio politico e culturale con chi normalmente non vi ha accesso, senza pretendere un ritorno personale, ma allargando la circolazione di conoscenze e strumenti lì dove servono per sopravvivere e, con i tempi giusti, per creare connessioni tra comunità.

Per questo faccio fatica quando sento evocare con leggerezza il “do ut des” e non puoi immaginare quante volte l’ho sentito! Oltre a quel leggero strato di cultura ostentato che spesso lo accompagna, applicare oggi quel principio ignora le gerarchie di potere dentro cui ci muoviamo. Parlare di scambio paritario in un contesto strutturalmente classista significa fingere che le condizioni di partenza siano le stesse per tuttə. È una formula che suona elegante, ma che spesso nasconde un’idea di reciprocità astratta, disancorata dalle disuguaglianze reali.

Forse è anche per questo che costruire alternative sembra così difficile. Non perché manchino analisi o strumenti teorici, ma perché manca uno spazio in cui il conflitto possa esistere senza diventare distruzione reciproca, senza trasformarsi in esclusione o logoramento. Uno spazio che non sia fondato sul ritorno economico, simbolico o politico, ma sulla capacità di mettere in connessione comunità che già esistono, spesso prive degli strumenti di lettura politica o delle risorse concrete necessarie per autotutelarsi, in un contesto che ci vuole sfruttate, divise o ridotte a funzione dell’ordine esistente. (Ho provato ad articolare meglio questa tensione anche in un testo che ho pubblicato su Substack, sulla Black excellence, dove affronto il rapporto tra rappresentazione e redistribuzione).

C’è poi un altro nodo che sento molto. Viviamo in un’epoca in cui ciò che non è visibile sembra non esistere. Se non è pubblicabile, riconosciuto, istituzionalizzato o premiato, perde valore. E questo incide anche sulla motivazione, sulla capacità di continuare a costruire.

Penso a Appuntamento ai Marinai. Anni di lavoro, tentativi, spazi creati con quello che avevo. Oggi, nel momento in cui provo a riattivarlo per fare un bilancio di questo percorso decennale, mi scontro con la difficoltà di trovare fondi per remunerare adeguatamente chi vorrei coinvolgere. Non tanto me ma le persone che contribuirebbero a renderlo curato, professionale, solido. È frustrante. Molto.

Eppure non mollo. Perché continuo a credere che sia necessario creare alternative che non scendano a compromessi, che non si adattino solo per essere finanziabili o digeribili. Alternative piccole, forse. Ma coerenti.

I miei ultimi dodici anni sono stati questo: costruire nel piccolo, mettere da parte l’ego, non aspettarsi necessariamente un ritorno. Sapere che contribuire può significare anche solo dedicare tempo, condividere strumenti acquisiti negli anni, essere presenti dove serve davvero. Non è una strategia spettacolare. Non produce riconoscimento immediato. Ma produce legami.

Capisco profondamente quello che dici sulle condizioni materiali. Mi conosci abbastanza per sapere da dove provengo e qual è stato il mio percorso. Non possiamo immaginare trasformazioni ignorando i limiti concreti, sarebbe privilegio o fuga. Ma accettare quei limiti come definitivi significherebbe rinunciare in partenza. La tensione resta. Tra ciò che andrebbe distrutto, ciò che possiamo costruire e ciò che, nel frattempo, dobbiamo attraversare per sopravvivere.

Forse è proprio qui che torna la comunità. Non come parola astratta, ma come pratica quotidiana imperfetta. Persone stanche, con paure e contraddizioni, che però decidono di non adeguarsi completamente. Non è eroismo. È perseveranza.

Mi chiedi se sia possibile stare in disaccordo senza violenza, senza annullarsi. Non lo so. Sappiamo però che il meccanismo più efficace del potere è sempre stato quello di dividerci, di metterci le une contro le altre, mentre intorno proliferano distrazioni, paure, gerarchie che assegnano valore diverso alle vite.

Continuo a pensare che il semplice fatto di tenere aperte queste domande, di non smettere di parlarne insieme, sia già una forma di resistenza. Non cambia il mondo nell’immediato. Ma impedisce che l’immaginazione si spenga del tutto.

Forse le alternative si fanno fatica a vedere perché non hanno la forma spettacolare che ci si aspetta. Forse sono semi. E i semi non fanno rumore quando vengono piantati.

E allora ti lascio con questa domanda, che forse sarà il centro della prossima lettera: come si coltiva una speranza che non sia ingenua, ma nemmeno cinica? Come si lascia qualcosa che possa germogliare anche quando noi non ne vedremo il frutto?

Un saluto,

Ariam

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