Storie di fede: tra generazioni e religioni diverse

Lettera #8

CHIACCHIERE AFRODISCENDENTI

Domenica 25 gennaio 2026

Abbiategrasso

Cara Ariam,

Questo è il primo scambio del 2026 e spero sia partito in continuità con le tue ultime parole, senza trascinarsi dietro strascichi pesanti e ingestibili. Buon inizio anno con un po’ di African time e anche buona fine di questo primo mese che mi lascia con un pochino di amaro in bocca. Se dovessi provare a descriverlo, mi viene in mente l’immagine di un ponte un po’ instabile, anzi reso instabile dal carico di aspettative che non sai bene se reggeranno o ti faranno perdere l’equilibrio. Ti ringrazio per la risposta che mi hai dato, è stata chiara, concreta, e leggerla mi ha fatto bene. Non perché dicesse cose completamente nuove, ma perché vedere certi pensieri messi nero su bianco, aiuta a non sentirsi sole dentro questa eterna confusione. In questo inizio 2026 i dubbi sono tornati puntuali, i ripensamenti pure, e le aspettative fanno avanti e indietro come un boomerang maledetto, credi di averle lasciate andare e invece eccole lì, pronte a rincorrerti di nuovo. Forse non si tratta nemmeno di avere una risposta per tutto… forse basta fermarsi un attimo, riconoscere quello che torna e accettare che faccia parte del percorso. La tua lettera, in questo senso, è stata una sorta di abbraccio a distanza, non ha cancellato le incertezze, ma le ha rese più leggere.

Hai evidenziato il concetto più duro da digerire, a cui hai dato un nome: le condizioni materiali concrete. Siamo inondanti di storie di eccellenza anche di persone razzializzate che sono però intrise di classicismo e capitalismo. Storie che si nascondono dietro al mito, ma che io considero una gabbia mentale, della famosa black excellence.

Tornerò sulle tue parole ogni volta che verrò annebbiata da ragionamenti e narrazioni che peccano di complessità e nuociono a chiunque, soprattutto a noi stesse.

Nonostante dicembre sia appena trascorso, sembra già un ricordo sfocato, negli anni ricordo sempre come gennaio venga descritto come un mese interminabile, quest’anno per assurdo invece sento che mi sia sfuggito di mano. Voglio prendermi un istante per raccontarti le vacanze di Natale che sono state anche per me solitudine, ma ricercata. Mia sorella compie gli anni proprio il 25 dicembre e abbiamo deciso di regalarle un viaggio in Senegal per festeggiare i grandi 30. Ho pensato tanto a cosa regalarle e il mio desiderio più grande era darle la possibilità di guardare in avanti, di essere leggera e di non farsi consumare dalle pressioni e convinzioni sociali legate al compimento dei 30 anni, consapevole di come il Senegal per noi sia il luogo in cui tornare a respirare, esistere senza resistere. Sono contenta che alla fine sia stato proprio così. 

Lato mio, ho attraversato la strana sensazione di essere per la prima volta a casa completamente sola per un lungo periodo e mi sono resa conto di quanto ne avessi profondamente bisogno. Nonostante io adori passare il tempo con la mia famiglia, soprattutto durante le vacanze di Natale, uno dei pochi momenti in cui siamo tutti a casa e, tra giochi e cibo, ci regaliamo un po’ di tempo di qualità. Come sai, le nostre storie sono diverse, ma si somigliano in alcuni punti.

Io sono cresciuta in mezzo a due religioni, i miei genitori sono musulmani e mia nonna invece è cattolica, in una sorta di continua ricerca di equilibrio. Mia nonna sincronizzata sul rosario e mia madre sui canali della tv senegalese in attesa della chiamata alla preghiera del muezzin. Parlo di ricerca di equilibrio, perché non ne abbiamo mai realmente trovato uno, infatti ogni Natale un’ora buona è riservata al tradizionale dibattito tra mia nonna e mia mamma sulla figura di Gesù. Ormai è diventato quasi un rituale, due parti che sostengono due tesi opposte, senza mai trovare una risposta e con la pazienza di mia nonna che conclude dicendo sempre la solita frase: “alla fine Dio è uno, sono gli uomini che hanno deciso di chiamarlo con tanti nomi diversi”. 

Tante risate, l’italiano meraviglioso di mia madre quando dice crocifessato spezzando la tensione scatenando un risata collettiva, la serietà, l’apertura e la chiusura mentale che si alternano, con un’unica costante l’assenza totale di mancanze di rispetto. Io mi sono sempre tenuta nel mezzo, ogni tanto tendevo verso una o l’altra, ma alla fine ho sempre scelto di non scegliere perché, a differenza di mia madre e mia nonna, non ho mai ricevuto un’unica imposizione e non ho mai avuto le idee chiare. 

Mi sono sempre trattenuta dal raccontare pubblicamente la mia esperienza personale con la fede, almeno sui miei canali di comunicazione. Non per mancanza di cose da dire, ma perché sono fin troppo consapevole che alcune esperienze traumatiche che ho vissuto hanno lasciato in me dei bias forti, ancora sensibili. Esporli senza le giuste cautele rischierebbe di alimentare, anche involontariamente, quell’islamofobia che è già fin troppo evidente nel nostro Paese e, più in generale, nel mondo. Eppure, nonostante questo mio silenzio intenzionale, negli anni mi è capitato spesso di assistere  e di essere oggetto di un’insistenza che a tratti sfiora la morbosità. Durante interviste, incontri pubblici o presentazioni, il tema viene riproposto con una curiosità che raramente è autentica e che spesso sembra cercare la storia strappalacrime, più che la comprensione. Una pressione sottile ma costante, che finisce per trasformare un vissuto intimo in qualcosa da esibire. Come a Brescia, quando durante un seminario sulla rappresentazione dei migranti, un terzo delle domande erano sulle mogli di mio padre, su come vivo la loro apparente contraddizione di essere femminista e venire da una famiglia musulmana. Ho dovuto chiedere alla mia interlocutrice il senso di tutte quelle domande, quando nel mio libro c’è solo un accenno alla mia situazione familiare. Qualsiasi persona dotata di buon senso dovrebbe avere gli strumenti per capire la mia scelta di menzionare e non approfondire, fatta per necessità di spiegare il contesto di alcune situazioni, come il fatto che mia madre non vive nella stessa casa di mio padre. Utilizzare una persona della comunità e la sua esperienza per favorire un certo tipo di narrazione è un meccanismo vecchio come le religioni stesse. Il cosiddetto bias di conferma che cerco sempre di spiegare ai ragazzi e alle ragazze quando vado nelle scuole, quell’automatismo che porta le persone a cercare e soprattutto interpretare in modo selettivo le informazioni che supportano le proprie credenze… Non so se un giorno troverò la mia dimensione privata e pubblica con cui affrontare il tema della religione, per ora consapevole dei limiti dati dal mio personale vissuto, credo di non avere nemmeno la presunzione di provare a definirmi o definire questo complicato rapporto. Sono invece molto grata ai miei cugini e le mie cugine in Senegal, che attraverso il loro punto di vista mi aiutano a leggere la chiusura dei miei genitori su alcuni temi e mi raccontano della visione delle nuove generazioni in Senegal. Parlare con loro mi aiuta a distinguere cultura e religione, tradizione e restrizione, rispetto e consenso. 

Come sempre ho aperto molte parentesi, senza un obiettivo preciso se non quello di avviare una conversazione su questo tema e condividere le mie sensazioni, in attesa di una tua risposta che possa offrirmi nuovi elementi per osservare una realtà impossibile da leggere senza la lente della complessità.

Un caro saluto,

Nogaye

Sabato 31 gennaio 2026

Milano

Ciao Nogaye,

Ti ringrazio per questa lettera e per il modo in cui torni sulle cose senza volerle chiudere. Mi arriva in un momento di stanchezza, quindi la mia risposta sarà forse meno ampia, ma sincera.

La tensione che descrivi tra religioni, generazioni e appartenenze è qualcosa che, lo ammetto, non ho mai vissuto in prima persona in quel modo. Proprio per questo il tuo racconto mi ha permesso di incontrare una dimensione che non conoscevo, fatta di equilibri instabili ma anche di rispetto, ironia, ritualità condivisa.

La scena di tua nonna e tua madre è potentissima non perché risolva qualcosa, ma perché mostra che si può stare in disaccordo senza violenza, senza annullamento reciproco. E questo, oggi e nel nostro contesto, non è affatto scontato.

Capisco molto bene anche la tua esitazione nel parlare pubblicamente di fede. Non come reticenza, ma come forma di responsabilità. Quando il contesto è già saturo di stereotipi e letture semplificate, esporsi significa correre il rischio di alimentare narrazioni che poi non controlli più. Il problema, come dici tu, è che questo silenzio “scelto” viene spesso violato da una curiosità che non è innocente: una curiosità che cerca conferme, storie esemplari, casi che rassicurino chi ascolta, più che comprendere chi parla.

Qui mi permetto una riflessione laterale, che non vorrei leggessi come una critica personale. A volte questa esposizione non nasce solo dall’insistenza del pubblico, ma anche da un sistema editoriale e culturale che sa benissimo cosa “funziona”. Alcuni temi vengono sollecitati, amplificati, spinti perché vendono, perché strizzano l’occhio a un certo immaginario. Non credo sia sempre una scelta consapevole di chi scrive; spesso è una dinamica che andrebbe accompagnata con più cura dalle case editrici, anche solo preparando chi pubblica a ciò che potrebbe incontrare. Non per censurare, ma per proteggere.

Il mio rapporto con la religione, invece, non mi è mai stato imposto. I miei genitori non sono mai stati insistenti e mi hanno lasciato molta libertà, anche rispetto alla scelta di frequentare o meno l’ora di religione a scuola. Non ne abbiamo mai parlato apertamente, ma so che questa libertà nasceva anche dal non riconoscersi in alcune metodologie cattoliche e dal fatto che, a scuola, l’insegnamento fosse esplicitamente “religione cattolica”. Per questo mi è sempre stato permesso di non frequentarla, senza che diventasse un terreno di scontro o di spiegazioni continue.

Sono cresciuta attraversando due dimensioni religiose diverse: la religione ortodossa in casa e quella cattolica nello spazio pubblico, nella scuola, nella società. La prima l’ho vissuta soprattutto come un insieme di rituali culturali, tradizionali, a tratti mistici. Qualcosa che aveva a che fare con la memoria, con il corpo, con il tempo. Inoltre, l’Eritrea è storicamente attraversata da una convivenza tra cristianesimo e islam: le feste, i tempi religiosi, le celebrazioni sono sempre stati raccontati come qualcosa da rispettare, anche quando non erano “i tuoi”. È una cosa che ho interiorizzato molto presto. Forse anche per questo ho sempre percepito l’islamofobia come qualcosa che si costruisce soprattutto in diaspora, come prodotto di contesti politici, coloniali, identitari, più che come dato “naturale”.

Sapere, ad esempio, che il cristianesimo ortodosso arriva nel Corno d’Africa secoli prima che in Italia mi ha sempre dato una prospettiva storica capace di rompere l’idea di un centro e di una periferia della fede. Allo stesso tempo, non voglio romanticizzare: anche nelle iconografie e nelle pratiche ortodosse è evidente un segno coloniale, che merita di essere interrogato.

La religione cattolica, invece, l’ho spesso percepita come un obbligo. Da bambina, quando passavo lunghi periodi da mia zia, anche lei ortodossa, mi capitava di andare in chiesa cattolica semplicemente perché non c’erano alternative. Quello che osservavo non era tanto la fede in sé, quanto l’istituzione: un controllo dei comportamenti, delle relazioni, dei corpi, spesso in evidente contraddizione con le pratiche quotidiane delle persone che la abitavano.

Non parlo da esperta — non ho mai letto integralmente i testi sacri — ma da chi ha visto come certi discorsi religiosi siano stati e siano tuttora usati per giustificare gerarchie, conquiste, violenze simboliche e materiali. Penso anche al ruolo dei missionari nei contesti colonizzati, e a quanto questo continui a produrre effetti profondi nelle comunità, ancora oggi.

Forse è anche per questo che sento il bisogno di distinguere nettamente religione e spiritualità. Non riesco ancora a definirmi una persona spirituale in senso pieno, ma è qualcosa che sto cercando di riscoprire. Ho la sensazione che abbiamo perso, come esseri umani, una connessione profonda con quella dimensione: da un lato schiacciati dalla materialità — produzione, prestazione, accumulo — dall’altro da religioni che, in molti contesti, hanno smesso di essere spazi di ricerca per diventare strumenti di controllo.

Mi sento più a mio agio a condividere questo pensiero oggi anche perché vedo emergere sempre più una lettura storica della figura di Gesù, distante dalla narrazione dogmatica. Una figura che parlava con lucidità di giustizia, di responsabilità collettiva, di cura dell’altro, e che metteva apertamente in discussione il potere e l’accumulazione della ricchezza. Ed è forse per questo che mi interrogo spesso sul senso delle celebrazioni contemporanee: su chi stiamo davvero celebrando a Natale, e come. Se quella figura rivoluzionaria viene ricordata attraverso la performance, l’obbligo alla felicità, alla perfezione e il carico di consumismo che si porta dietro. Il vestirsi di rosso, l’estetica curata, l’attenzione quasi ossessiva ai regali, alla tavola, alle immagini da restituire all’esterno. Tutto sembra dover essere bello, pieno, scintillante, anche quando le condizioni materiali, emotive o politiche direbbero altro. È come se questa società capitalista pretendesse di anestetizzare ogni possibile frattura attraverso la spesa, l’apparenza, la messa in scena della felicità. E mi colpisce quanto questa dinamica attraversi anche persone che, per storia, valori o vissuto, potrebbero scegliere di vivere questo momento in modo diverso, o persino di non celebrarlo affatto soprattutto alla luce della consapevolezza sempre più diffusa di ciò che sta accadendo in Palestina, terra natale, appunto, di Gesù.  Non come rifiuto, ma come atto di coerenza. Invece, spesso, anche lì si finisce per adeguarsi, come se sottrarsi fosse impossibile, come se non partecipare al rito del consumo significasse restare fuori dal mondo.

Io stessa mi sono ritrovata delle volte a “festeggiare” più per dovere che per scelta. Più per far felici chi mi stava intorno, riconoscendo che non era, almeno per me, uno spazio di condivisione autentica. Ed è anche per questo che la solitudine di queste ultime feste è stata una scelta consapevole.  Un modo per sottrarmi a quella pressione e tornare, almeno un po’, all’essenziale.

Ti scrivo tutto questo per restare dentro queste domande. Forse ne riparleremo, forse no. Per ora ti ringrazio nuovamente per aver aperto uno spazio che non chiede risposte definitive, ma attenzione.

Un saluto,
Ariam

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