Corsa al riarmo: quando la guerra entra nelle fabbriche
Dalla fabbrica metalmeccanica alle fabbriche di munizioni: le conseguenze invisibili del riarmo europeo
di Caterina Orsenigo
Un operaio di una fabbrica metalmeccanica ogni giorno ascolta la radio e la radio gli parla di guerra: di Libano, Iran, Gaza, forse qualche volta anche di Sudan. Un collega gli mostra video pieni di soldati, armi, feriti e morti. E lui sente come tutto questo sia terribile ma anche lontanissimo dalla sua vita quotidiana di casa e fabbrica. Certamente lo tocca, e magari duramente, ma solo sotto forma di bollette alte e inflazione, che sono violente ma non hanno la forma e l’odore delle armi e del sangue. Poi una notizia lo colpisce. Dice che in Italia la produzione di armi è aumentata. D’improvviso la guerra acquista una forma, concreta e vicina.
La filiera invisibile della corsa al riarmo in Italia
L’operaio plasma rondelle di bronzo della cui funzione non sa niente. Bastano poche ricerche a fargli mettere insieme i pezzi e avere finalmente davanti agli occhi la figura intera. «Ognuno lavora su una parte. È così che la distanza si mantiene. (…) Mentre lavoro al tornio per costruire un pezzo meccanico, anche il più piccolo, (…) appartengo alla filiera e alimento il flusso produttivo. Contribuisco alla costruzione di mezzi come Centauro II, mezzi che stanno dentro le guerre di cui sentivo parlare alla radio. A quelle notizie, in qualche misura, contribuiamo anche noi. Gente normale che al mattino si sveglia e va a lavorare, convinta di non fare nulla di male». Viene in mente una scena del celebre film di Elio Petri del 1971, La classe operaia va in paradiso, in cui il vecchio Militina dice a Lulù: «un uomo ha il diritto di sapere quello che fa, a che cosa serve».
L’articolo l’ha scritto Simone Babore, operaio metalmeccanico, su Lucy sulla cultura il 17 aprile 2026, ed è un contributo preziosissimo perché abbiamo un disperato bisogno di tenere quella figura intera davanti agli occhi.
La guerra entra nelle nostre vite perché si fa con le nostre tasse, risorse, elettricità, lavoro. Il carrarmato di una qualche foto di guerra in cui incappiamo sui social potrebbe contenere bulloni costruiti a pochi chilometri da noi.
I numeri della corsa al riarmo e l’espansione dell’industria militare
La notizia menzionata da Babore viene dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), istituto indipendente di ricerca che studia conflitti, armamenti, disarmo e spesa militare a livello globale. E in effetti, in un articolo intitolato I flussi globali di armi aumentano di quasi il 10% mentre la domanda europea sale alle stelle, si legge che «le esportazioni di armi dell'Italia sono aumentate del 157%, facendole passare dal decimo posto nella classifica dei maggiori esportatori nel periodo 2016-2020 al sesto posto nel periodo 2021-2025. Oltre la metà delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente (59%), mentre il 16% è andato in Asia e Oceania e il 13% in Europa». In un approfondimento del 2025 del Consiglio europeo si legge anche che gli investimenti in difesa sono aumentati del 62% tra il 2020 e il 2025.
Questi sono numeri, ma i numeri da qualche parte accadono. Accadono nella fabbrica metalmeccanica in cui lavora Babore, e accadono in progetti di fabbriche di esplosivo e munizioni, dove far finta di non sapere è impossibile e dove le ricadute dirette sono anche sul territorio.
Proprio in questi mesi ad Anagni, in provincia di Frosinone, la KNDS sta trattando con la regione per trasformare un vecchio impianto industriale in fabbrica di esplosivo e munizioni.
Il caso Anagni e la corsa al riarmo nei territori industriali
Anagni si trova nella Valle del Sacco, un’area a sud di Roma industrializzata nel Novecento a suon di chimica e produzione bellica. La vicina Colleferro era proprio nata, nel 1912, attorno al sito della Bombrini Parodi-Delfino, poi BPD Difesa e Spazio, fabbrica di polvere da sparo ed esplosivi. Da allora la BPD si è allargata, ha cambiato proprietà, ampliato le competenze, e ora è in mano alla KNDS. Ad Anagni invece dagli anni Settanta il core business è l’industria chimica, da cui poi si è sviluppato un importante polo farmaceutico. Armi e chimica hanno rapporti stretti ed entrambi hanno contribuito, nei decenni, a inquinare l’area. Nel terreno sono rimasti i metalli pesanti e ancora oggi nel fiume Sacco finiscono scarichi abusivi del polo farmaceutico.
Nel 2005, in seguito alla morte di 25 mucche per avvelenamento da cianuro, fu individuato il 𝛽-esaclorocicloesano (𝛽-HCH), una molecola cancerogena derivata dalla lavorazione di un pesticida, il Lindano, in campioni di latte crudo. Ci si rese conto di quanto l’intero territorio fosse inquinato: l’eredità di un secolo di produzione di esplosivo, propellenti per razzi e missili, sostanze chimiche, motori di lancio e carrozze ferroviarie si erano propagate in tutto il territorio, attraverso il fiume e le sue periodiche esondazioni. L’area venne dichiarata Sin (sito di interesse nazionale per la bonifica), vennero abbattuti 6.000 capi di bestiame e vietati l’allevamento e l’agricoltura destinati a consumo umano. Un disastro per gli abitanti della valle. Passarono dieci anni fra consulenze e task force poco concrete, e finalmente nel 2019 arrivarono 53 milioni per la messa in sicurezza del territorio. Ad oggi ne è stato bonificato solo lo 0,2%, ma restava un po’ di speranza che il destino della valle potesse cambiare. Invece sono arrivati i fondi del piano Asap (Act in Support of Ammunition Production) del 2023, un progetto precedente a ReArm Europe, volto ad aumentare la produzione di munizioni e missili in Europa. Ed eccoci al progetto di KNDS, che sta passando sotto silenzio – soprattutto sotto il silenzio dell’amministrazione e della stampa locale.
Una transizione al contrario, da ecologica a bellica, impossibile da non vedere per chi quel territorio lo abita, invisibile per tutti gli altri.
E pensare che durante la Conferenza dei Servizi del 21 aprile, in cui per la seconda volta i rappresentanti di KNDS dovevano presentare alla Regione i documenti relativi alla valutazione di impatto ambientale, le istituzioni locali mancavano del tutto. Solo i collettivi locali, in particolare Disarmiamoli e l’Assemblea No War Valle del Sacco, si sono fatti sentire, protestando e presenziando alle Conferenze di Servizi, studiando le carte, facendo informazione, e cercando soluzioni alternative per una reindustrializzazione ecologica della Valle. Nemmeno Daniele Natalia, sindaco di coalizione di centrodestra di Anagni, riporta il collettivo Disarmiamoli, si è presentato. Sarebbe suo dovere prendersi la responsabilità di un parere sanitario, ma legalmente il suo silenzio verrà preso come un “via libera”. Come la fabbrica metalmeccanica accetti senza fiatare la commessa di Leonardo, così anche il sindaco di una comunità già segnata dai tumori sembra accogliere la proposta in cambio di poche carte e solo 25 posti di lavoro. «Come Sindaco non posso “vietare” un’attività prevista dalla legge. Posso e devo, invece, pretendere che ogni passaggio avvenga con tutte le garanzie ambientali e di sicurezza previste, con prescrizioni chiare e controlli rigorosi. Sarebbe cosa diversa se si trattasse di insediare ex novo, su un’area libera, una produzione che richieda varianti urbanistiche e scelte discrezionali dell’Amministrazione, lì ci sarebbe una volontà precisa di favorire o meno un nuovo insediamento. Qui, invece, si tratta della continuità industriale di un’attività storicamente presente. Ed è in questa cornice che il Comune farà valere, dentro le procedure, ogni tutela nell’interesse esclusivo del territorio», dice Daniele Natalia a Voice Over, ma non spiega invece come mai non abbia ritenuto importante essere presente in prima persona durante la Conferenza dei servizi in cui si valutava l’interesse e la tutela, appunto, del territorio.
Ma i numeri del riarmo globale prendono forma anche in altri modi.
Corsa al riarmo tra crisi ecologica e sottrazione di risorse
Un recente paper dei ricercatori Anabel Marin e Phil Johnstone dell’Università dell’Sussex si pone un problema cruciale. Siamo consapevoli (e meno di quanto dovremmo) del fatto che la transizione energetica e digitale costano tanto in termini di estrazione e raffinazione mineraria: processi energivori e inquinanti con impatti enormi sul suolo, acqua e popolazioni locali. Ma anche la produzione di armi ha un gran bisogno di litio, tungsteno, terre rare, cobalto e silicio. E non solo ne hanno bisogno, ma ne hanno bisogno con urgenza. Questo influenza negativamente sia il volume dell’estrazione, sia il rispetto delle già magre regole di sostenibilità. Persino la classificazione dei materiali “critici” ne risente; ai primi posti dell’elenco ufficiale si trova un elemento come il samario, il cui impiego è quasi interamente legato alla difesa.
Ogni cosa è plasmata dalla guerra, una guerra definita «ad alta intensità mineraria» dagli autori del paper. Marin e Johnstone raccontano che la spesa militare globale ha raggiunto i 2720 miliardi di dollari, «quasi cinque volte l’attuale investimento pubblico nelle tecnologie a basse emissioni di carbonio».
La transizione bellica sta rubando spazio, attenzione, sforzi, fondi, risorse alla transizione ecologica: sottrae minerali necessari a rinnovabili ed elettrificazione o peggio ne aumenta enormemente la già problematica estrazione; cancella le promesse di bonifica e ci costruisce sopra fabbriche di esplosivo. E in questo modo trasforma il volto dell’Unione Europea. Lo studio di SIPRI ci conferma, fra l’altro, che le armi non vengono costruite e custodite in vista di qualche fantomatico attacco russo, ma per essere vendute in Medio Oriente.
E la cosa più importante è che in tutto questo non c’è niente di democratico.
Le decisioni sulla spesa militare e sui programmi di riarmo vengono prese principalmente dal Consiglio dell’Unione Europea (i governi degli Stati membri) e dalla Commissione europea, attraverso strumenti come il Fondo europeo per la difesa e programmi industriali comuni. Queste scelte vengono poi tradotte in investimenti e autorizzazioni nazionali senza passaggi di voto diretto da parte dei cittadini europei su singoli programmi.
È in questo senso che la direzione della corsa al riarmo si sviluppa attraverso livelli istituzionali rappresentativi, ma non con una partecipazione democratica diretta sulle singole decisioni operative.
Solo il 23% degli europei pensa che la UE dovrebbe investire principalmente in difesa, la maggior parte preferisce infrastrutture sanitarie ed educative e azione climatica. In Italia la percentuale scende al 12%. Liquidiamo il successo della transizione energetica cinese come il prodotto di un sistema autoritario, ma accettiamo che la spesa militare aumenti del 68% in cinque anni senza alcuna approvazione, che sul nostro territorio si costruiscano fabbriche di esplosivi nonostante le proteste e le opposizioni locali, e che un operaio non abbia nemmeno il diritto di scegliere se produrre o meno componenti destinati alla guerra. Come dice Militina, un uomo ha il diritto di sapere quello che fa, a che cosa serve.