Come l’industria petrolifera guadagna dalla guerra 

La Norvegia del potere fossile, tra imperialismo energetico e mito del petrolio “verde” 

di Stella Levantesi   

Da una parte la guerra, dall’altra le dichiarazioni sulla sicurezza energetica. L’approvvigionamento di gas e petrolio entra in crisi, i governi corrono al riparo per garantirlo. Eppure, anche quando l’equilibrio della catena di fornitura è compromesso, l’industria petrolifera continua a guadagnare dalla guerra.

Le esportazioni di petrolio della Norvegia sono aumentate del 67,9% rispetto a marzo 2025, ammontando a circa 5,16 miliardi di euro e portando i ricavi ai massimi livelli degli ultimi anni a seguito dell’aumento dei prezzi e la chiusura dello stretto di Hormuz.

La Norvegia è il maggiore produttore di petrolio e gas in Europa ed è diventato il principale fornitore di gas tramite gasdotto per l’Europa, sostituendo gran parte del gas russo.

“La Norvegia si è presentata come l’eroico fornitore di gas e petrolio che andava a sostituire le forniture perse dalla Russia. Questa nuova situazione [la guerra contro l’Iran]…porterà enormi benefici per l’industria petrolifera semplicemente facendo ciò che ha sempre fatto, ovvero vendere petrolio e gas”, spiega in un’intervista a Voice Over Ketan Joshi, analista specializzato in clima ed energia basato in Norvegia.

La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha reso ancora più evidente ciò che già era chiaro dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin: il sistema energetico, fondato su gas e petrolio da cui il mondo è dipendente, è un circolo vizioso.

“La Norvegia ha rafforzato la retorica sulla sicurezza energetica e sul fatto che l’Europa ha bisogno del nostro gas, dicono ‘lasciateci produrre il petrolio e il gas di cui il mondo ha bisogno…noi abbiamo il petrolio democratico,” dice in un’intervista a Voice Over, Julie Forchhammer, cofondatrice di KlimaKultur, un’organizzazione norvegese no profit che lavora per sensibilizzare e informare sulla crisi climatica.

Nonostante l’urgente necessità di avviare un processo di decarbonizzazione e ridurre la dipendenza da gas e petrolio, l’amministratore delegato di Equinor, la maggiore compagnia petrolifera e del gas della Norvegia con operazioni in oltre trenta paesi, ha dichiarato che l’azienda intende aumentare la produzione internazionale del 25% entro il 2030 ed è pronta a dare il via libera a progetti di espansione. L’azienda parla di forniture d’energia “affidabile”. In questo scenario, la Norvegia intende consolidare il suo ruolo di “ancora di salvezza” energetica.

Le giustificazioni dell’industria petrolifera sono, spesso, sempre le stesse, ha reiterato Joshi. “‘Dobbiamo farlo per continuare a essere un fornitore affidabile di combustibili fossili per l’Europa…’. È solo una mia previsione, ma penso che si sentiranno incoraggiati,” osserva.

Il paradosso del petrolio “verde” e “indispensabile”

“Ci sono molte persone convinte che oggi il mondo ha bisogno del petrolio norvegese più che mai”, afferma Forchhammer. “La strategia di Equinor è quella di diventare l’ultima compagnia petrolifera sulla terra. È come dire che la Norvegia dovrebbe essere l’ultimo paese a dare il diritto di voto alle donne. Mi piace chiamare la Norvegia la Corea del Nord dei combustibili fossili, per il livello di protezione interna di cui gode il settore”.

Una delle narrazioni principali dell’industria fossile in Norvegia, spiega Forchhammer, è quella di continuare a promuovere l’idea che il petrolio è necessario e indispensabile e che la sua produzione può andare di pari passo con la decarbonizzazione.


La Norvegia, infatti, è il quinto esportatore mondiale di petrolio e il terzo di gas naturale, ma copre il 92% della propria produzione di energia elettrica con fonti rinnovabili dall’idroelettrico. Nel corso degli anni, la Norvegia si è presentata come un paese all’avanguardia nella lotta al cambiamento climatico, pur avendo costruito la propria ricchezza sulla produzione di combustibili fossili. Per investire i profitti del settore nell’economia, nel 1990 il governo ha creato un fondo dal valore attuale di 1,6 trilioni di euro e con partecipazioni in circa 8500 società in 69 paesi, noto come oljefondet (fondo petrolifero).

Il fondo è stato criticato perché rappresenta una contraddizione. Nonostante le dichiarazioni sugli investimenti etici, infatti, il fondo investe in aziende produttrici di armi, molte delle quali supportano il genocidio a Gaza, e in altre aziende coinvolte nella violazione di diritti umani. Il paradosso è intrinseco e la domanda sorge spontanea: come può un fondo costruito sul potere petrolifero essere “sostenibile”?


Eppure, in guerra come in pace, Norvegia e industria rivendicano l’impegno a produrre il petrolio “più pulito” al mondo.

“La costante è una sola: che sia in guerra o in tempo di pace, si continuerà a trivellare, trovando sempre una giustificazione”, dice a Voice Over Juan Pablo Rendon-Betancur, ricercatore e docente all’Universidad Católica de Oriente a Rionegro, in Colombia. “In passato ho lavorato [come ingegnere] nell’industria petrolifera e lì ho capito che c’è uno schema: ovunque si trovi il petrolio, si trovano le narrazioni per proteggere gli interessi petroliferi e, anche se il contesto cambia, trovano sempre un modo per giustificare la struttura dell’energia fossile”.

Rendon-Betancur, insieme a Cathrine Dyer, docente di cambiamenti climatici alla Victoria University di Wellington, è autore di uno studio che indaga se, nonostante gli avvertimenti della scienza del clima, la Norvegia difenda l’estrazione di petrolio, dando priorità agli interessi economici rispetto all’emergenza climatica e la giustizia sociale. Il governo norvegese è riuscito a costruire una retorica per cui il riconoscimento dell’urgenza climatica non implica la rinuncia ai propri interessi petroliferi o ad ulteriore estrazione di petrolio nell’Artico, conclude lo studio.

I ricercatori la chiamano la narrazione del “petrolio verde”.

“Immaginate che qualcuno stia per uccidere una persona, e solo perché l’arma è ‘verde’, dite ‘ah, ma non è poi così male’?”, enfatizza Rendon-Betancur.

“Questo è proprio un tema ricorrente, dire ‘quando estraiamo i nostri combustibili fossili, lo facciamo nel modo più pulito possibile’, il che è un modo fuorviante di parlare dell’impatto dei combustibili fossili,” ha ribadito Joshi. “I barili di petrolio e i container di gas che inviamo all’estero producono le stesse emissioni del petrolio ‘più sporco’ che si potrebbe ottenere altrove”.

Le narrazioni del petrolio verde e della sicurezza energetica si alimentano a vicenda.

“Si userà il problema della guerra in Iran per giustificare la sicurezza energetica dell’Europa. Diranno: ‘guardate, il petrolio del Golfo Persico è molto costoso, quindi il nostro buon petrolio verde e democratico vi salverà. Non importa se stanno uccidendo persone lì, noi vi daremo sicurezza’,” spiega Rendon-Betancur.

Secondo lo studio, inoltre, la narrazione petrolifera, attraverso il tema dell’elettrificazione delle infrastrutture, presenta le rinnovabili come un alleato dell’espansione piuttosto che come un passo cruciale verso l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, senza mai affrontare la questione della dipendenza dal petrolio, difendendo e giustificando l’estrazione fossile nell’Artico.

Oggi, è una strategia comune alle aziende fossili quella di promuovere applicazioni tecnologiche come soluzioni al problema climatico, di fatto continuando a produrre gas e petrolio, quindi inquinando.

La Norvegia, in particolare, è stata anche tra i primi paesi a investire nella cattura e stoccaggio di carbonio (CCS). Nel settore petrolifero, l’alternativa all’emissione di CO2 nell’atmosfera è iniettarla nel sottosuolo: per le compagnie produttrici di gas a effetto serra, è più economico stoccare la CO2 che pagare la tassa sul carbonio introdotta dal governo norvegese. Negli anni ’90, Equinor, all’epoca ancora Statoil, pianifica l’iniezione di CO2 nel Mare del Nord. Nel 1996, nasce il primo progetto di stoccaggio su scala commerciale al mondo, il giacimento di Sleipner.

Il progetto Northern Lights in Norvegia gestito da Equinor, Total Energies e Shell prevede di immagazzinare 1,5 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica entro pochi anni, anche come servizio di stoccaggio per l’industria pesante in altri paesi in Europa. Un’inchiesta ha mostrato che il progetto dovrà affrontare costi proibitivi e problemi di capacità di trasporto. Alcuni ricercatori hanno evidenziato come la massiccia promozione di “tecno-ottimismo” e, in particolare, di CCS da parte dell’industria fossile abbia l’obiettivo di rimandare l’azione climatica e di continuare a produrre combustibili fossili a ritmo invariato: inquino da una parte perché, tanto, assorbo dall’altra. 

Già nel 1998, alcuni studi indicavano che la cattura e lo stoccaggio del carbonio come Sleipner avrebbero potuto svolgere un ruolo solo marginale nella riduzione delle emissioni di carbonio, soprattutto di fronte al mantenimento dei ritmi di produzione. 

Come il cartello della droga

La Norvegia, con la propria ricchezza, non è tra le prime a risentire degli impatti della propria estrazione e produzione di combustibili fossili.

“I paesi del terzo mondo soffrono molto per l’aumento vertiginoso delle emissioni e delle temperature. Non importa se la “qualità” del petrolio è verde o meno. È comunque pericoloso, è lo stesso petrolio,” ha affermato Rendon-Betancur.  

Secondo Forchhammer di KlimaKultur, l’industria petrolifera norvegese assomiglia ad un “cartello di eroina”.

Siamo come un cartello dell’eroina, esportiamo e facciamo un sacco di soldi, e non vediamo il danno che il nostro prodotto sta causando altrove. Siamo una superpotenza coloniale, con la nostra industria petrolifera, Equinor, che opera anche nel Sud del mondo e il petrolio che produce in quei luoghi non è per niente tra i più ‘ecologici’.

Non vediamo il danno che stiamo causando [con il petrolio che] viene estratto in mare aperto […] e siamo abbastanza ricchi da poter investire tutti i soldi per procurarci auto elettriche. Stiamo semplicemente esportando il danno e incassando tutti i profitti,” sottolinea Forchhammer.

L’industria petrolifera norvegese è profondamente radicata nel sistema educativo e scolastico, investendo ingenti quantità di denaro in attività di formazione e promozione e sponsorizzando centinaia di eventi e iniziative. Tra le aziende, oltre a Equinor, c’è anche Vår Energi, partecipata e controllata dall’italiana Eni.

“Soprattutto in Norvegia, il petrolio è una questione molto personale e radicata fin dall’infanzia. Il modo in cui i bambini vengono esposti all’industria mi ha colpito molto, anche perché se ne parla pochissimo”, spiega Forchhammer.

L’anno scorso, Equinor ha speso più di 200 mila sterline per sponsorizzare aule di scienza per bambini tra i dieci e i quattordici anni nelle Isole Shetland, mentre cercava l’approvazione per i piani di sviluppo del giacimento petrolifero di Rosebank nel Mare del Nord, a 80 miglia al largo della costa. Nel 2024, il Science Museum di Londra ha interrotto la sponsorizzazione di Equinor per la sua incapacità di ridurre le emissioni di carbonio e allinearsi con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C.

“La differenza più evidente tra la Norvegia e molti altri Paesi è che quasi ogni norvegese parla fluentemente quello che chiamiamo ‘Equi-norvegese’”, dice Forchhammer. “‘Il nostro petrolio è più pulito. Il nostro petrolio è più democratico…’ quanto è stato facile per l’industria petrolifera e i suoi sostenitori instillare questo concetto nel DNA delle persone”.

Con il 67% della società, il governo norvegese è il maggiore azionista di Equinor e, così come in altri paesi dove la maggiore compagnia petrolifera è partecipata dal governo, la linea politica del paese segue in gran parte quella dell’azienda.

“Penso che loro [il governo] siano indistinguibili [dall’industria]. Le cause legali intentate contro il governo norvegese li costringe davvero a riflettere su come lo Stato e l’industria dei combustibili fossili siano in realtà separati,” riflette Joshi.  

Il nuovo imperialismo petrolifero

Per l’industria petrolifera norvegese, le nuove preoccupazioni sull’approvvigionamento energetico, aggravate dalla guerra, rappresentano un’ulteriore opportunità economica.

Il paese, infatti, spera di sfruttare la guerra per ottenere il via libera dell’Unione Europea alle trivellazioni nell’Artico. L’attuale politica dell’UE impegna il blocco a perseguire una moratoria internazionale sull’estrazione di petrolio e gas nell’Artico, ma funzionari politici e gruppi industriali stanno facendo pressione a Bruxelles per indebolire il divieto.

“Stanno approfittando della situazione per esercitare pressioni”, afferma in un’intervista con la testata Japan Times, Anne Karin Saether, responsabile di progetto presso la Fondazione norvegese per il clima, un organismo indipendente che promuove politiche climatiche basate sulla scienza.

La società di consulenza norvegese Rystad Energy ha proposto di escludere il Mare di Barents, parte del Mar Glaciale Artico a nord della Norvegia e della Russia, dalla definizione di Artico adottata dall’UE per “potenziare la produzione”. Oggi il Mare di Barents è considerato come una delle frontiere petrolifere e del gas più “promettenti” della piattaforma continentale norvegese.

Lo sfruttamento Artico non solo accelera il cambiamento climatico e la distruzione degli ecosistemi, aumentando le emissioni e minacciando la biodiversità marina, ma è la più recente frontiera di abuso del sistema fossile. Dalla propria origine, il colonialismo petrolifero segue le antiche dinamiche: profitto e potere vengono utilizzati per creare nuovo profitto e mantenere potere.


La Shell, per esempio, è stata fondata nel 1897 nell’odierno Kalimantan, Borneo indonesiano, ed ex colonia dei Paesi Bassi, e ha utilizzato i suoi profitti coloniali per avviare progetti estrattivi in nuovi territori. Dopo che l’Indonesia ha nazionalizzato parti dell’industria petrolifera, gli olandesi hanno scoperto un giacimento di gas nella provincia di Groninga. Il giacimento, uno dei più grandi d’Europa, ha dato il via alla ricerca di petrolio e gas nel Mare del Nord, fino ai giorni nostri.

“L’Europa ha un disperato bisogno di energia, eppure il Regno Unito si rifiuta di aprire il petrolio del Mare del Nord, uno dei giacimenti più grandi al mondo. Tragico!!!”, ha scritto il presidente statunitense Donald Trump su Truth Social. “Aberdeen dovrebbe essere in pieno boom. La Norvegia vende il suo petrolio del Mare del Nord al Regno Unito al doppio del prezzo. Stanno facendo una fortuna”, ha aggiunto.

Oltre allo sfruttamento ambientale e climatico, un rapporto della Fondazione norvegese per il clima, intitolato “The Barents Sea at Stake”, ha messo in evidenza le problematiche per la sicurezza. A causa della sua vicinanza alla Russia, l’area sarebbe un bersaglio facile per Putin.

Il sistema fossile rappresenta una vulnerabilità per la sicurezza energetica. Eppure, ancora una volta, l’industria e alcuni politici sono pronti a giustificare l’estrazione e l’espansione fossile in nome di un bene superiore.

“Queste persone [leader industriali e politici] sono molto attente a giustificare. Devono convincerti,” conclude Rendon-Betancur. “Ma devi convincere qualcuno solo se quel qualcuno ha potere”.

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