La terra sotto attacco.

La cura unisce ciò che l’estrattivismo ha separato

di Sara Manisera

La terra è sotto attacco dall’estrattivismo. Non è il titolo di un film fantascientifico. È forse l’ultimo atto del processo di accumulazione che il capitalismo feroce, finanziario e mortifero sta compiendo attraverso la distruzione di tutte le forme di vita. 

In una delle forme più violente, vediamo questo processo in Palestina, dove il genocidio a Gaza e l’occupazione israeliana della Cisgiordania mostrano che la terra non è un elemento secondario della guerra ma è l’asse centrale di conquista, devastazione, estrattivismo ed espropriazione dei beni comuni e dei corpi. Controllare la terra significa controllare lo spazio, le fonti idriche, le coltivazioni e, più in generale, la possibilità per una popolazione di continuare a vivere e riprodurre la propria esistenza in un territorio. Questa violenza è il prodotto di interessi materiali occidentali di élites, oligopoli e banche - e quindi anche dei risparmiatori che investono in quei titoli finanziari - che traggono enormi profitti dalla guerra e dalla vendita di armi, bulldozer, carriarmati, droni, petrolio, gas, acciaio e di tutti quei pezzi dell’economia della morte, come ben descritto nel rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, presentato il 30 giugno 2025 al Consiglio ONU per i diritti umani dalla relatrice speciale delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese. In altre parole, la crescita del PIL e delle rendite finanziarie è direttamente proporzionale alla morte di corpi ed ecosistemi. 

Ma se la Palestina rappresenta una delle forme più estreme e violente di occupazione, spossamento e distruzione di tutte le forme di vita, sarebbe un errore fermare lo sguardo ai suoi confini. Senza sovrapporre apartheid, occupazione militare, colonizzazione e investimenti economici che avvengono in contesti radicalmente diversi,

è necessario seguire il movimento dei capitali e osservare come la terra venga trasformata, a diverse latitudini, in un bene finanziario, in una superficie sulla quale costruire rendimenti, in un asset da acquistare, convertire e mettere a valore.


Lungo le coste del Mediterraneo questo processo è già visibile. In Albania, per esempio, il governo ha concesso lo status di investitore strategico a una società legata a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump, per la realizzazione di un resort di lusso da 1,4 miliardi di euro sull’isola di Sazan, ex avamposto militare nel Mediterraneo. Un secondo progetto collegato alla società di investimento Affinity Partners riguarda l’area di Zvërnec, vicino alla zona protetta di Vjosa-Narta. La laguna di Vjosa-Narta è uno dei principali corridoi migratori dei Balcani: ospita oltre duecento specie di uccelli, compresi i fenicotteri che sono diventati simbolo delle proteste che hanno attraversato l’Albania per mesi. 

Dall’altra parte dell’Adriatico, in Italia, un’altra traiettoria riguarda gli investimenti nel settore delle energie rinnovabili. Un dossier pubblicato nel febbraio 2026 dal progetto Confluenza ha ricostruito la presenza di società e capitali israeliani in numerosi progetti fotovoltaici e agrivoltaici italiani, mettendo in relazione alcuni degli investitori con attività economiche nei Territori Palestinesi Occupati. Il dossier individua, tra gli altri, Econergy, Sunprime ed Ellomay e ricostruisce una geografia di impianti che attraversa Piemonte, Toscana, Lazio, Sardegna e Puglia.

In quest’ultima il dossier segnala poi il caso di Enlight Renewable Energy, società israeliana attiva nel settore delle rinnovabili che, attraverso proprie controllate, ha sviluppato progetti solari, eolici e di accumulo in Italia. Un impianto nell’area di Nardò ha già ottenuto l’autorizzazione, mentre altri progetti come raccontato dal giornalista Luigi Mastrodonato su Internazionale sono stati sviluppati tra Basilicata, Umbria e Molise. La questione diventa politicamente rilevante perché la stessa Enlight opera anche nei territori occupati: secondo la ricostruzione citata dal dossier, la società ha partecipato a progetti sulle Alture del Golan occupate, mentre in Italia entra nel mercato della transizione energetica attraverso infrastrutture presentate come parte della decarbonizzazione.

Il punto non è sostenere che la produzione di energia rinnovabile sia di per sé estrattiva: uscire dalle fonti fossili è una necessità materiale.

La questione è chi controlla la transizione, su quali terreni viene realizzata, attraverso quali capitali, con quali processi decisionali e dove finiscono i profitti. Una transizione che concentra proprietà, sottrae suolo agricolo, esclude le comunità dalle decisioni e trasforma vaste porzioni di territorio in asset finanziari rischia di riprodurre, sotto il segno del “verde” in una vasta operazione di greenwashing, gli stessi meccanismi di sfruttamento della terra e delle comunità.

Ai processi di accaparramento di terra per mega impianti fotovoltaici-eolici bisogna aggiungere quelli per la costruzione di mega data center. Senza dimenticarsi ovviamente le altre geografie della conquista della terra per le terre e i minerali rari come Groenlandia, Patagonia, Repubblica Democratica del Congo, Brasile, Indonesia, solo per citarne alcuni. 

Questa geografia allargata che dalla Palestina attraversa il Mediterraneo, si allarga in altre aree abitate da popolazioni indigene e arriva fino alle campagne italiane, ed obbliga a guardare alla terra non soltanto come superficie fisica, ma come terreno di una contesa economica e politica molto più ampia.

Certamente, non esiste un’equivalenza tra un popolo sottoposto a occupazione militare e genocidio, gli abitanti albanesi che contestano un resort turistico o una comunità italiana che si oppone a un grande impianto energetico, e stabilire questa differenza è essenziale. Esiste però una domanda comune che attraversa queste storie: chi può decidere che cosa accade alla terra e chi beneficia economicamente della sua trasformazione?

Terreni agricoli, coste, acqua, sole, vento e paesaggi vengono progressivamente incorporati in circuiti finanziari internazionali e trasformati in fonti di rendimento. La terra smette di essere considerata innanzitutto per ciò che produce e rende possibile — cibo, cultura, relazioni, biodiversità, memoria, vita — e diventa una piattaforma sulla quale installare infrastrutture estrattive. 

Per questo dentro questa trasformazione diventa utile la parola estrattivismo. Siamo abituati ad associarla alle miniere, al petrolio o al gas, ma l’estrattivismo è qualcosa di più ampio: è un modello economico e finanziario che considera territori, suolo, acqua, foreste, animali e lavoro umano come risorse dalle quali estrarre valore nel minor tempo possibile, separando ciò che viene prodotto dalle condizioni ecologiche e sociali che rendono quella produzione possibile.

Ed esiste quindi anche un estrattivismo agricolo. Avviene tramite l’accaparramento dei terreni, nella concentrazione delle filiere alimentari, nell’erosione e nella perdita di suolo fertile, nella contaminazione delle acque e nella progressiva scomparsa della biodiversità agricola. Avviene quando chiediamo alla terra di produrre continuamente senza rispettare i tempi di rigenerazione, quando la fertilità viene sostituita dall’impiego crescente di fertilizzanti di sintesi e pesticidi, quando ecosistemi complessi vengono trasformati in monocolture e quando centinaia di varietà “antiche” di grano, legumi o altre orticole vengono progressivamente marginalizzate perché considerate poco redditizie o incompatibili con filiere industriali standardizzate.

Per capire la portata di questo processo bisogna allora smettere di pensare che il ciclo di vita del cibo cominci sullo scaffale di un supermercato. Dietro un pomodoro, un piatto di pasta o un pezzo di pane ci sono terra, semi, acqua, energia, trasporti, lavoro e una precisa organizzazione economica della società. Il cibo non è mai neutrale, perché chi possiede la terra, chi controlla le sementi, chi stabilisce i prezzi e chi distribuisce gli alimenti decide di cosa sono fatti i nostri corpi.

Ne ho ampiamente già scritto e indagato. Anche il rapporto dell’organizzazione internazionale non governativa ETC group del 2026 denuncia il monopolio di pochissime multinazionali come Bayer-Monsanto, Corteva, Syngenta e BASF nel settore delle sementi commerciali, mentre la filiera della logistica, stoccaggio e distribuzione è in mano alle cosiddette ABCD group - Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus — alle quali si sono affiancati grandi operatori come COFCO. Società che non si limitano a commerciare grano, mais o soia, ma possiedono silos, infrastrutture logistiche, terminal portuali e impianti di trasformazione. Per chi coltiva, il grano è il risultato di terra, pioggia, lavoro e mesi di attesa; all’altro capo della filiera diventa una commodity - un bullone - sulla quale costruire strategie commerciali e finanziarie.

Questa enorme concentrazione di potere e ricchezza si ritrova in numerosi settori; dalla pasta al caffè, dai dolciumi alle bevande, passando per latticini e carne. Tutto ciò che mangiamo è controllato da una manciata di multinazionali. L’impressione di una scelta quasi infinita sugli scaffali nasconde quindi un sistema nel quale una parte crescente del potere si concentra nelle mani di pochi soggetti economici.

È da qui che dovrebbe partire una critica radicale al modello capitalistico di produzione e consumo del cibo: un sistema organizzato intorno alla crescita continua, all’aumento dei rendimenti e alla concentrazione del capitale tende a spostare il potere da chi produce e dalle comunità verso chi possiede brevetti, infrastrutture, capacità finanziaria e accesso ai mercati.

Dall’agricoltura all’industria militare

A questa concentrazione si aggiunge la digitalizzazione dell’agricoltura. Sensori, algoritmi, droni, robot e sistemi basati sull’intelligenza artificiale possono avere applicazioni utili, ma la domanda non può essere soltanto se una tecnologia funzioni: bisogna chiedersi chi la possiede, come viene applicata, quali dipendenze crea e attraverso quali settori circolano capitali e conoscenze.

È significativo, ancora una volta, il caso israeliano. Nel maggio 2026 FUSE, società di Elbit Systems, uno dei principali gruppi israeliani della difesa che lavora da anni anche con l’italiana Leonardo, ha acquisito Bluewhite, azienda specializzata in sistemi autonomi basati sull’intelligenza artificiale per l’agricoltura. Secondo Elbit, le sue tecnologie hanno accumulato oltre centomila ore di funzionamento autonomo su piattaforme agricole e militari. Non significa che ogni innovazione agricola abbia una funzione militare, ma mostra quanto siano diventati permeabili i confini tra agricoltura, robotica, sorveglianza e industria della difesa. La domanda sull’innovazione dovrebbe allora essere sempre accompagnata da altre domande: innovazione per chi, controllata da chi e destinata a quale settore di utilizzo e modello di agricoltura?

Il costo nascosto del cibo

La concentrazione economica produce anche standardizzazione. Tutto ciò che mangiamo è uguale. Le filiere industriali privilegiano varietà uniformi, produttive, resistenti al trasporto e compatibili con le esigenze della grande distribuzione, mentre molte varietà locali - che fanno bene alla salute umana e si adattano al clima - vengono marginalizzate non perché siano peggiori, ma perché meno funzionali alla standardizzazione. La biodiversità funziona invece attraverso la differenza: conservare sementi locali significa mantenere una riserva di possibilità biologiche e lasciare nelle mani delle comunità una parte della conoscenza e l’indipendenza necessaria a produrre il proprio cibo.

Ma la questione alimentare è inevitabilmente anche una questione sociale. Non può esistere agroecologia senza giustizia sociale, perché un pomodoro coltivato senza pesticidi non costruisce un sistema alimentare giusto se viene raccolto da una persona sottopagata, senza casa e senza diritti.

Le crudeli uccisioni di numerosi braccianti in Italia- solo per ricordare alcune morti di questi anni, Waseem Khan, 29 anni, pachistano Amin Fazal Khogjani, 28 anni, afghano, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, afghano, Safi Iayjad, 27 anni afghano, Satnam Singh, 31 anni indiano, Rajwinder Sidhu Singh, 38 anni, indiano - ci ricordano che non è solo la terra ad essere sfruttata da pratiche agricole intensive e tossiche ma anche migliaia di corpi razzializzati che raccolgono il cibo sono drammaticamente sfruttati. L’accumulazione di profitto per pochi passa per lo sfruttamento della terra e dei corpi di molti. 

Dietro quel prezzo del cibo apparentemente basso ci sono tutti i costi nascosti - le cosiddette esternalità negative - che le grandi multinazionali e i padroni scaricano interamente sulla collettività e sull’ecosistema: perdita di fertilità e biodiversità, contaminazione delle falde, erosione, emissioni, danni sanitari, come diabete, malattie croniche e tumori. Il prezzo pagato alla cassa racconta soltanto una parte del costo reale: il resto lo paghiamo attraverso la salute, la fiscalità e la rottura di tutte le reti della vita dalle quali dipendiamo, come le sorgenti, il suolo, l’aria. 

Il cibo sano deve diventare una politica pubblica

Esiste però una contraddizione che non può essere ignorata. I prodotti biologici, agroecologici, artigianali o provenienti da filiere corte costano spesso di più e rischiano di diventare accessibili soprattutto alle classi medio-alte. Ma non possiamo risolvere il problema chiedendo al piccolo produttore di guadagnare ancora meno, né possiamo chiedere a una famiglia con un reddito basso di spendere ciò che non possiede. Per questo la trasformazione del sistema alimentare non può essere affidata soltanto alla responsabilità del consumatore. Per anni ci è stato detto di comprare biologico, locale ed etico, come se fosse possibile modificare attraverso il carrello strutture che concentrano terra, capitale, brevetti e distribuzione.

Il cibo deve tornare a essere una questione di politica pubblica. Mense scolastiche, ospedali, università e altre strutture pubbliche acquistano ogni giorno enormi quantità di alimenti: quella domanda potrebbe sostenere piccoli produttori, cooperative, filiere territoriali, biodiversità, agroecologia e lavoro dignitoso, rendendo contemporaneamente il cibo sano accessibile indipendentemente dal reddito. Chi fa cibo in modo sano senza sfruttare terra e corpi e svolgendo una funzione ecosistemica deve essere retribuito di più attraverso un reddito, un sussidio pubblico come guardiano-guardiana del cibo e della terra.  

Riprenderci cooperative e terra

La sovranità alimentare richiede però anche infrastrutture collettive. È qui che le cooperative possono tornare centrali, a condizione di recuperare la propria funzione mutualistica e non limitarsi a riprodurre le stesse logiche delle imprese convenzionali.

Un piccolo agricoltore difficilmente può acquistare da solo macchinari, costruire un laboratorio, possedere un mulino, organizzare la logistica e avere contemporaneamente forza contrattuale nei confronti della grande distribuzione. Una cooperativa può condividere macchine, magazzini, mulini, frantoi e laboratori, organizzare trasporto e distribuzione, conservare sementi, accedere ai mercati pubblici e ricostruire potere contrattuale dove la frammentazione lo ha distrutto.

Riprenderci il cibo significa quindi riprenderci anche le infrastrutture necessarie a produrlo. Non basta invitare i giovani a “tornare alla terra” se la terra costa troppo, il credito è inaccessibile, mancano servizi comuni e la grande distribuzione impone prezzi incompatibili con la sopravvivenza delle piccole aziende. Servono banche pubbliche della terra, cooperative agricole, affidamenti di terreni pubblici, servizi di trasformazione e strumenti che permettano di coltivare senza indebitarsi per decenni.

Anche ciò che produciamo deve cambiare. Una transizione agroecologica richiede più proteine vegetali e leguminose, meno allevamenti intensivi e meno terra utilizzata per produrre mangimi. Non significa necessariamente eliminare l’allevamento, ma riportarlo dentro i limiti ecologici dei territori, privilegiando il pascolo, il rispetto dell’etologia animale e sistemi nei quali fieno e foraggi siano prodotti localmente e il letame torni a fertilizzare la terra.

È proprio la terra, infine, a ricordarci ciò che un’economia fondata sull’espansione continua tende a dimenticare: esistono limiti. Esistono quantità finite di acqua, stagioni, tempi di riposo e una fertilità che deve essere rigenerata. Un terreno al quale chiediamo di produrre indefinitamente senza restituirgli nulla prima o poi si impoverisce.

Recuperare un pensiero del limite non significa invocare austerità o impoverimento, ma riconoscere che la prosperità non può essere misurata soltanto dalla quantità di merci prodotte se quella produzione distrugge le condizioni che rendono possibile la vita.

Una casa delle sementi, una cooperativa agricola, un mulino comunitario, una mensa pubblica rifornita da piccoli produttori o cooperative sociali che praticano l’agroecologia non costituiscono singolarmente l’alternativa a un sistema alimentare globale dominato dagli oligopoli. Possono però diventare pezzi di un’infrastruttura economica diversa, nella quale una quota maggiore del valore rimanga nei territori e le decisioni sul cibo tornino nelle mani anche di chi quel cibo lo coltiva e lo mangia.

La domanda, allora, è inevitabile: cosa possiamo fare? Una delle risposte possibili è ricominciare a prenderci collettivamente la responsabilità della terra, non necessariamente possedendola, ma curandola, co-gestendola e sottraendola all’abbandono e alla sola logica della rendita. Significa organizzarsi in cooperative sociali e mutualistiche capaci di recuperare le terre incolte, creare orti urbani e comunitari, costruire collettivi agricoli, riportare alla vita aree dismesse e terreni pubblici inutilizzati, mettere in comune strumenti, sementi, conoscenze, saperi e lavoro. Significa immaginare forme di proprietà e gestione collettive nelle quali la terra non sia semplicemente un bene da comprare e rivendere, ma un bene comune condiviso della quale una comunità si assume la responsabilità nel tempo, come le popolazioni indigene hanno sempre fatto. 

Questa capacità di organizzarsi diventa ancora più importante mentre grandi capitali finanziari, fondi di investimento, imprese energetiche e operatori immobiliari cercano nuovi terreni sui quali costruire rendite, impianti, resort e infrastrutture. Lasciare una terra incolta o un’area interna senza persone, servizi e possibilità economiche non significa solo lasciarla vuota: significa spesso renderla più facilmente disponibile per chi possiede il capitale necessario a trasformarla secondo interessi che vengono decisi altrove. Per questo tornare a coltivare, creare cooperative, recuperare terreni abbandonati e costruire economie territoriali non è soltanto una scelta agricola, ma anche un modo per presidiare i territori e impedire che sia occupata e accaparrata da chi ha il capitale finanziario. 

È qui che la cura della terra smette di essere una formula astratta e diventa una pratica politica, reale e materiale. Curare significa permettere al suolo di rigenerarsi, proteggere l’acqua, mantenere vive le sementi e garantire un reddito dignitoso a chi coltiva, ma significa anche costruire relazioni che rendano possibile restare, produrre e decidere insieme. Se l’estrattivismo separa, concentra ed estrae valore dai corpi e dai territori, la cura può fare il movimento contrario: ricostruire relazioni, distribuire responsabilità e restituire valore ai luoghi e alle persone che li abitano e li coltivano.

Forse è proprio dalla terra che bisogna ripartire. Perché la cura è nella terra, ma soltanto se torniamo a considerarla non come una superficie da occupare, sfruttare o mettere a rendita, bensì come qualcosa da custodire insieme. Riprenderci la terra e il cibo significa allora riprenderci una parte della capacità di decidere collettivamente come vogliamo vivere e quali territori vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi.

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