Semi: riflessi sulla speranza per le generazioni future
Lettera #10
CHIACCHIERE AFRODISCENDENTI
Lunedì 9 febbraio 2026, Milano
Milano
Cara Ariam,
Inizio col dirti che ciò che rende prezioso questo scambio, per me, è proprio la sua mancanza di linearità: è questo che lo rende necessario, perché ci aiuta a trovare un ordine dentro il disordine. Apri molte parentesi, è vero, ma sono parentesi vive, essenziali. All’inizio sembrano disperdere il discorso, e invece, poco a poco, rivelano i legami che le tengono insieme. C’è sempre un filo rosso che attraversa ciò che scrivi, a volte sottile, altre volte più evidente, ma sempre presente, capace di tenere insieme i pezzi. Ed è proprio questo flusso, questo continuo andare e tornare tra idee, ricordi, riflessioni e deviazioni, che rende il discorso vero. Spesso ripenso ai nostri scambi, li custodisco e lascio che si sedimentino, li porto all’interno del mio lavoro, nelle sfide quotidiane. Sono diventati una sorta di bussola che mi ricorda dove andare quando mi sento persa, immobilizzata dal peso dell’incertezza di questo 2026 che continua a sorprendermi, non positivamente! Mi trovo in un periodo lavorativo, familiare e personale che mi sta mettendo a dura prova. Leggendo le tue riflessioni, però, continuavo a pensare alla parola “resilienza”: un termine oggi inflazionato, spesso svuotato del suo significato, ma che qui torna ad avere una consistenza concreta, quasi tangibile. Non parlo della resilienza da slogan motivazionale, ma di quella più silenziosa e autentica: la capacità di andare avanti nonostante tutto, di attraversare le difficoltà senza piegarsi, di restare fedeli ai propri principi e valori anche quando il contesto spinge nella direzione opposta.. Ed è proprio questa qualità, questa forma di integrità ostinata ma lucida, che forse intercetto nella risposta alla tua domanda, perchè per me rappresenta una delle poche fonti di speranza. Soprattutto quando penso alle generazioni che verranno e al panorama mondiale che abbiamo davanti, un mondo troppo complesso, instabile, contraddittorio e profondamente ingiusto.
Negli ultimi anni ho lentamente abbandonato la mia attività online, scegliendo di spostare sempre di più il mio lavoro sul territorio, soprattutto nelle scuole e a contatto diretto con i giovani. Non è stata una decisione improvvisa, ma un processo graduale, causa o conseguenza da una parte della saturazione di uno spazio digitale che spesso amplifica tutto fino a svuotarlo di senso, dall’altra del senso di impotenza che a volte mi toglie le parole.
Così ho smesso, poco alla volta, di postare, di documentare, di rendere visibile ogni cosa. Eppure mi sono resa conto anch’io di quanto oggi sembri valere quasi una regola implicita: se non si vede, non esiste. È una dinamica fuorviante frutto del paradosso del mondo e del tempo in cui viviamo, dove la visibilità diventa misura della realtà e il silenzio rischia di essere scambiato per assenza. Eppure proprio in quel silenzio, a volte, trovo dei barlumi di speranza. Non nel senso di una fuga o di un ritiro, ma come uno spazio diverso in cui le cose possono accadere senza essere immediatamente trasformate in narrazione o in performance.
Forse alcune delle risposte che cerchiamo sono proprio lì, in ciò che non vediamo e che probabilmente non vedremo mai del tutto, in quelli che descrivi come processi quasi invisibili.
Per rispondere davvero alle tue ultime domande servirebbe probabilmente un libro intero, o forse una vita intera. Quello che posso offrirti è solo un pensiero in continua elaborazione, una riflessione che sto cercando di costruire propri in questi giorni di profondo sconforto. Sabato scorso, per esempio, ho incontrato un gruppo di ragazzi e ragazze vicino a Novara e come succede spesso, il racconto della realtà a un certo punto rischia quasi di paralizzare: arriva come un flusso continuo e violento di notizie terribili, un’escalation di eventi che si susseguono senza tregua e a cui assistiamo direttamente dai nostri schermi.
Guerre, crisi, ingiustizie, catastrofi: tutto accade davanti ai nostri occhi con una velocità che lascia poco spazio alla digestione emotiva. A un certo punto una delle ragazze mi ha fatto una domanda semplice, quasi disarmante nella sua immediatezza: Ma come fai ad andare avanti?
La mia risposta è stata un misto di sarcasmo e realismo. Le ho detto: “Terapia, prima di tutto. E poi andando avanti. Continuando a provarci”. È stata una risposta spontanea, ma dentro c’era una verità molto concreta: andare avanti non perché si abbia sempre fiducia, ma perché non abbiamo veramente una scelta o la possibilità di fermarci.
E qui torna la metafora dei semi che hai usato — ti avviso che d’ora in poi te la ruberò — perché è forse la risposta più onesta che possiamo dare.
Nel nostro piccolo, con le energie e le condizioni che abbiamo, continuiamo ogni giorno a piantare semi. Non tutti germoglieranno: alcuni cadranno su terreno arido, altri verranno calpestati, altri ancora cresceranno lontano da noi, in tempi e luoghi che non vedremo.
È qui che entra in gioco la comunità di cui parli, spesso evocata in modo astratto ma profondamente reale e complessa. Non una comunità ideale e armoniosa, ma concreta, imperfetta, attraversata da contraddizioni e fragilità. Ed è proprio questa comunità che, nel tempo, porta avanti questa semina collettiva: c’è chi raccoglie ciò che è stato avviato, chi continua un’idea rimasta sospesa, chi trova forza in un gesto gratuito, fuori dalle logiche che non ci appartengono.
Forse è questo, in fondo, uno dei pochi modi realistici di pensare il cambiamento, la costruzione e il mantenimento della speranza che è fatta di resistenza e resilienza: non come un grande evento visibile e immediato, ma come una lenta disseminazione di possibilità. Un lavoro paziente, spesso invisibile, che raramente coincide con il tempo breve delle nostre vite o con il bisogno contemporaneo di vedere subito i risultati.
Continuare a piantare semi, anche quando non sappiamo se germoglieranno, non è un atto di ingenuo ottimismo: è piuttosto una forma di responsabilità verso il futuro, e forse anche un modo per restare umani dentro un presente che troppo spesso sembra spingerci nella direzione opposta.
Siamo appena usciti dall’ennesima “giornata mondiale” — o, come viene spesso chiamata, la festa della donna — e si avvicina la settimana contro il razzismo: fiumi di parole e promesse. In una delle nostre parentesi ti ho già raccontato il mio rapporto con queste ricorrenze e il senso di vuoto e ipocrisia che mi lasciano.
Mentre scrivo, una parte dei miei pensieri guarda al passato, un’altra osserva con lucidità un presente che sa di già visto e ripropone gli stessi demoni. Eppure, una parte — anche se minima — continua a intravedere un futuro in cui quei semi vengono ancora piantati, come in una staffetta fatta di persone, non di promesse. Esseri umani imperfetti che vanno avanti, raccogliendo gli strumenti lasciati da chi è venuto prima e aggiungendone di nuovi.
Concludo riprendendo le tue parole, perchè forse resilienza è sinonimo di resistenza, che tiene viva l’immaginazione e forse non so dirti realmente come si coltiva la speranza, forse continuando ad immaginare, plasmando ogni giorno una realtà fatta di tentativi, di dialoghi con milioni di parentesi, con la certezza che continueremo a fare del nostro meglio per poi lasciare la nostra cassetta fatta di semi, domande, errori, delusioni e pratiche imperfette ma profondamente umane.
Grazie per queste parentesi,
Nogaye
Venerdì 20 marzo
Bergamo
Eccoci qui,
arrivate alla conclusione di questo scambio. Approfitto di questo viaggio a Bergamo per condividere le mie ultime riflessioni in questo progetto a cui abbiamo dato il titolo di Chiacchiere Afrodiscendenti, e per coincidenza ti sto scrivendo nella vigilia della Giornata mondiale per l'eliminazione della discriminazione razziale.
Scrivo questa lettera sapendo che è l'ultima, e questa consapevolezza mi pesa in un modo che non mi aspettavo. Non perché non voglia chiudere, ma perché non so come si chiude qualcosa che non era fatto per finire.
Uno scambio epistolare ha sempre una forma, un inizio, uno sviluppo e una conclusione, ma ciò che abbiamo costruito qui si è comportato diversamente. Ha ramificato, è andato laterale, ha aperto più di quanto abbia risolto. Forse è giusto che la lettera finale faccia lo stesso. Forse rifiutare la forma della conclusione è l'unica conclusione onesta che possiamo offrire.
Ho trovato interessante ciò che hai scritto sul silenzio e sul fatto di esserti allontanata dal digitale, di aver smesso di rendere visibile ogni cosa. Lo capisco, e posso immaginare da dove viene quella stanchezza.
Grazie alle tue parole mi sono ritrovata a pensare che il silenzio che conosco io ha una forma diversa. Non è un ritiro dalla visibilità, ma qualcosa che ho cercato di costruire dentro di essa. Spazi in cui le cose possano accadere senza essere immediatamente trasformate in narrazione o performance, senza dover passare dal filtro del centro per esistere. È una distinzione sottile, forse. In questo senso, per me, non è tanto quanto si mostra, ma a chi, su quali termini, e chi controlla quei termini.
Nella tua ultima lettera hai ripreso la domanda che avevo lasciato aperta, “come si coltiva una speranza che non sia ingenua ma nemmeno cinica”, e hai risposto con la resilienza. Ci credo, davvero. Ma in questi mesi, mentre il mondo produce orrore più velocemente di quanto riesca ad elaborarlo — i genocidi che spariscono dai feed non perché siano finiti ma perché disturba chi deve continuare a sentirsi dalla parte giusta, gli Epstein files, i bombardamenti sull'Iran, la normalizzazione della crudeltà come politica — mi sono accorta che quella domanda ha bisogno di un'altra domanda sotto.
A chi appartiene la speranza? Chi ha il tempo, le condizioni materiali, la stabilità necessaria per coltivare qualcosa che germoglierà in un futuro che non vedrà?
Non lo chiedo in modo retorico. Lo chiedo perché la speranza che provo a praticare ha una forma molto specifica. È fatta di comunità concrete, di lavoro non spettacolare, di spazi in cui è possibile nominare le strutture senza doverle tradurre in qualcosa di più digeribile.
Ma so anche che quella forma di speranza presuppone alcune condizioni. Un certo tipo di accesso, di tempo, di reti. E che per molte delle persone intorno a me non possono permettersi di non adattarsi e la speranza ha una forma diversa, più immediata, meno paziente. Non peggiore. Solo diversa. E non voglio fare l'errore di universalizzare la mia.
Hai scritto di resilienza come di qualcosa di silenzioso e autentico, distante dallo slogan motivazionale. Sono d'accordo, e capisco cosa intendi. Ma c'è un punto in cui anche la resilienza rischia di diventare una richiesta, di continuare, di tenere, di non piegarsi, rivolta a chi ha già il peso più grande. Non riesco a immaginare una speranza che mi chieda di reggere l'irreggibile senza fare rumore.
Mi immagino una speranza che si arrabbi. Che faccia confusione. Che permetta anche di dire che questo non va bene, e che non sono disposta a portarlo da sola.
Hai scritto del tuo allontanamento dal digitale come di una scelta verso qualcosa di più concreto, le scuole e il contatto diretto con i giovani. Lo capisco profondamente, e so da dove viene quella stanchezza. Mi chiedo però — e me lo chiedo anche rispetto alla mia pratica — dove finisce il ritiro e dove inizia un'altra forma di presenza. Non perché le due cose si escludano, ma perché il confine tra sottrarsi alla logica della visibilità e riprodurla in forme diverse è sempre più difficile da tracciare.
Pensando al lavoro nelle scuole, mi è venuto in mente Paulo Freire, pedagogista brasiliano e teorico dell’educazione, che di recente la mia cara amica educatrice R.M. mi ha suggerito di riprendere. Rivede in lui molto delle chiacchierate tra me e lei dove condividiamo riflessioni rispetto le nostre reciproche esperienze e pratiche. Soprattutto rispetto alla non neutralità della pratica educativa. Ma anche sulla distinzione, che Freire mette in luce, tra portare il proprio percorso in una classe e costruire, insieme a chi si ha davanti, uno spazio di pensiero condiviso. Non è una differenza di forma ma di postura. Me lo chiedo spesso anch'io, su quello che faccio, non nelle scuole ovviamente ma con chi cerco di creare connessioni, con chi abita il margine con e intorno a me. Chi sta imparando da chi, e chi decide i termini di quello scambio.
Ti consiglio fortemente di leggerlo, sarà sicuramente stimolante.
Quello che mi rimane di questo scambio è una serie di domande che sono diventate più nitide. Come si pratica l'accountability quando non serve a proteggere l'immagine ma a trasformare davvero qualcosa? Come si tiene aperta la soglia tra responsabilità e sacrificio? Come si coltiva la speranza senza che diventi un’ennesima richiesta di resistenza?
So che continuare a porci queste domande insieme — anche a distanza anche in forma di lettera anche quando il mondo produce più orrore di quanto si riesca a nominare — è già qualcosa. Non è poco. Non è tutto. È quello che abbiamo.
Ti saluto lasciando questa tensione ancora aperta e, forse in contraddizione con il flusso di pensieri che ci ha attraversato, con le parole di Paulo Freire:
“È imperativo tener viva la speranza anche quando la durezza della realtà suggerisce il contrario”.”
A presto,
Ariam