Genocidio a Gaza e repressione della democrazia tedesca
di Dario Morgante
In Germania organizzare una manifestazione significa sottoporsi al vaglio delle autorità di sicurezza locali. È un passaggio obbligato, pensato per bilanciare la libertà di protesta con le esigenze di ordine pubblico, ma oggi si sta trasformando in un vero e proprio strumento di repressione.
Le autorità tedesche possono, infatti, percorrere tre differenti vie: autorizzare l’evento, vietarlo o dare un permesso condizionato da specifiche prescrizioni. Negli ultimi due anni – a partire dal il 7 ottobre 2023- il “permesso condizionato” è diventato la norma per le manifestazioni indette in solidarietà al popolo palestinese.
Le restrizioni sono sempre più mirate: vietare slogan come “From the River to the Sea”, limitare l’uso di alcune lingue - in particolare l’arabo - o consentire interventi pubblici solo in tedesco ed inglese.
“L’anno scorso, durante uno dei sit-in pro-Palestina di fronte al Parlamento tedesco, era prevista una preghiera collettiva ebraica e musulmana per coincidenza di festività ma le autorità l’hanno vietata, giustificandosi con la necessità di prevenire quello che veniva considerato antisemitismo”, racconta a Voice Over Foundation Sophia Hoffinger, Monitor and Research Officer per l’European Legal Support Center (ELSC). “In tutta Europa osserviamo un pattern sistemico di repressione nei confronti di chi sostiene i diritti de* palestines*. Non è una serie di episodi isolati: riguarda istituzioni pubbliche, università e governi che applicano criteri politici per limitare la libertà di espressione.”
L’ELSC, con sedi ad Amsterdam, Londra e Berlino, offre assistenza legale gratuita a chi subisce sanzioni per aver espresso solidarietà al popolo palestinese e conduce attività di advocacy e informazione sulla questione dal 2019, quando il tema era ancora marginale nel dibattito europeo. “Già prima del 7 ottobre 2023, in Germania lo spazio civico per le proteste pro-Palestina si stava restringendo, soprattutto a causa delle leggi sull’immigrazione e sull’ordine pubblico. Negli ultimi due anni queste restrizioni si sono intensificate e vengono oggi giustificate attraverso framework quasi-legali”, spiega Hoffinger.
“Uno dei casi più emblematici della politica repressiva del governo tedesco è quello di un bambino di un anno separato dalla madre per motivi legati alla sua solidarietà con la causa palestinese”, racconta.
Nel caso in questione, il piccolo era stato trattenuto in Giordania per mesi, dopo che le autorità tedesche avevano negato il suo rientro nel paese definendolo un “rischio per la sicurezza”. La misura, adottata formalmente contro il bambino, era, in realtà, volta a punire la madre, cittadina palestinese-giordana residente in Germania, membro di svariati gruppi di solidarietà con la Palestina. Il 5 agosto 2025 la Corte Costituzionale federale ha, però, ordinato la riunificazione familiare, stabilendo che la separazione “espone il ricorrente, vista la sua età minore di due anni, a danni irreparabili” e potrebbe costituire una violazione dei diritti costituzionali alla protezione della famiglia.
Un altro dato che emerge dalle piazze pro-Palestina riguarda la geografia e la dinamica della repressione: più dura e visibile durante le manifestazioni organizzate dal movimento stesso, più contenuta invece in quelle promosse da grandi ONG o realtà riconosciute a livello istituzionale. “La brutalità della polizia berlinese è ampiamente documentata”, racconta Sophia Hoffinger, “nei video che circolano sui social si vedono manifestanti colpiti con pugni in faccia, trascinati a terra e immobilizzati con forza sproporzionata, spesso senza alcuna provocazione. In diversi casi gli agenti hanno reagito con violenza anche contro persone che cercavano semplicemente di filmare o chiedere spiegazioni.”
Queste palesi storture democratiche non stupiscono chi è informato sui rapporti economici tra Israele e Germania. Il governo di Berlino, infatti, tra il 2020 e il 2024 ha coperto circa il 33 % delle importazioni israeliane di armi convenzionali, sospendendo le consegne solo nell’agosto 2025, ovvero circa un anno e mezzo dopo il gennaio 2024, quandola Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha riconosciuto un “rischio di genocidio” in corso a Gaza e ordinato a Israele di adottare misure per prevenirlo. La dichiarazione della Corte non si limitava a constatare la gravità della situazione ma richiamava gli Stati terzi agli obblighi derivanti dall’articolo I della Convenzione di New York sul genocidio, secondo cui ogni Stato firmatario è giuridicamente tenuto a cessare ogni forma di sostegno materiale o politico che possa contribuire al genocidio e ad adottare misure idonee a impedirne il proseguimento.
Al contrario, il sostegno tedesco a Israele in questi due anni non è mai realmente venuto a mancare, né dal punto di vista economico e materiale, né da quello simbolico o politico. Nel luglio 2024, il cancelliere Olaf Scholz dichiarava: “Abbiamo fornito armi a Israele e non abbiamo preso la decisione di smettere di farlo”.
Nel maggio 2025, durante i sessant’anni di relazioni diplomatiche con Israele, il presidente Frank-Walter Steinmeier riaffermava il “diritto di Israele all’autodifesa”, definendo il sostegno tedesco come “un’espressione di responsabilità storica duratura”. Anche quando, nell’agosto 2025, veniva annunciata la sospensione delle esportazioni militari, il cancelliere Friedrich Merz teneva a precisare che: “La Germania difende l’esistenza e la sicurezza di Israele: è un’espressione della nostra immutabile responsabilità storica”.
“Gli effetti di questo sostegno cieco ed incondizionato si sono tradotti anche in un aumento della repressione interna, coinvolgendo anche i luoghi e gli spazi dedicati alla cultura e alla socialità”,
denuncia Emiko Gejic, membro di una delle più importanti associazioni che si occupa di tutela e promozione della club culture e della nightlife berlinese. Nel giugno 2024, infatti, il Bundestag ha approvato la risoluzione “Mai più è ora: proteggere, preservare e rafforzare la vita ebraica in Germania”, che lega i finanziamenti pubblici a musei, spazi culturali e progetti universitari al rispetto della definizione di antisemitismo dell’IHRA, includendo tra le condotte antisemite anche “la negazione del diritto di esistenza dello Stato di Israele o il boicottaggio economico contro lo Stato”.
Questa decisione parlamentare è stata accompagnata dall’azione del Senato di Berlino, che ha applicato la risoluzione con clausole ancora più stringenti. Apartire dal gennaio 2024, su iniziativa del ministro federale alla Cultura Joe Chialo, è stato infatti imposto agli spazi culturali e sociali l’obbligo di opporsi “a ogni forma di antisemitismo secondo la definizione dell’IHRA”. Apparentemente neutra, la norma è diventata uno strumento politico:
“Basta un evento o una dichiarazione giudicata “antisemita” — spesso solo a causa di critiche ad Israele ed alle sue politiche in corso — per perdere ogni finanziamento pubblico”, dichiara Emiko.
“Questo approccio ha creato, da un lato, una vera e propria censura di spazi a cui sono stati tolti fondi, come il caso del centro culturale Oyoun, e dall’altro una diffusa auto-censura di chi organizza la socialità, spaventati dalla sola minaccia del taglio dei fondi, essenziali per la loro sopravvivenza”.
Il caso di Oyoun è, per l’appunto, emblematico. Punto di riferimento per le arti indipendenti e le comunità diasporiche, situato nel cuore di Neukölln, quartiere storico e oggi tra i più multiculturali di Berlino, con circa il 7,9% di popolazione di origine araba, l’Oyoun è stato accusato di antisemitismo per aver ospitato incontri con il collettivo Voce Ebraica per una Pace Giusta. Il Senato ha tagliato immediatamente i fondi, condannando il centro a una lenta asfissia economica. Il caso è poi arrivato innanzi alla Corte Costituzionale tedesca che, nel luglio 2024, ha accolto le istanze del centro culturale, stabilendo che la libertà artistica e di espressione non può essere compressa su accuse politiche. Il centro è, però, tutt’oggi chiuso.
Le proteste contro la “clausola antisemitismo” si sono poi moltiplicate nella primavera del 2024, sotto forma di striscioni e vernice rossa che ha riempito per settimane i quartieri di Kreuzberg e Neukölln, fino a raggiungere anche la porta di casa del Ministro federale Chialo. Poche settimane dopo la sua introduzione, il Senato ha ritirato la clausola, ma i danni erano fatti: fondi tagliati, progetti cancellati, sale vuote ed un messaggio repressivo chiaro. Nel maggio 2025, Chialo si è poi dimesso a causa delle polemiche legate agli oltre 130 milioni di euro di tagli ai fondi comunali per la cultura.
“Molte persone preferiscono non prendere posizione sul genocidio in corso perchè hanno paura di affrontare la censura, di perdere il lavoro o di essere private dei finanziamenti. Molti artisti non vengono più invitati a esibirsi a causa della loro posizione politica.
La fiducia nelle istituzioni è compromessa, molti hanno già lasciato Berlino”, aggiunge Emiko. Alcuni episodi concreti ne testimoniano la dinamica: il 12 gennaio 2024, l’artista e dj Arabian Panther ha denunciato la cancellazione del suo show al Berghain, il club techno più famoso al mondo, a causa delle sue posizioni pro-Palestina. Anche la band irlandese The Murder Capital ha scelto di annullare un concerto al Gretchen: dai titolari gli era stato comunicato che non potevano esporre la bandiera palestinese, nemmeno con la scritta “Free Palestine”.
“Nonostante questo clima di intimidazione, sono emerse iniziative positive e resilienti. Esistono molte reti di solidarietà impegnate nel sostegno delle voci emarginate o di coloro che hanno subito la repressione statale. Queste reti spaziano da attivisti culturali a gruppi per i diritti umani, accademici, avvocati e reti di giornalisti”, sottolinea Emiko.
“Anche in un contesto di repressione e autocensura, la cultura può ancora creare spazi di resistenza e solidarietà”.
Un altro esempio è Ravers for Palestine, nato dal dialogo pubblico e dalla mobilitazione dei musicisti. Il movimento promuove il boicottaggio degli spazi culturali e sociali che restano in silenzio di fronte al genocidio, sostenendo invece coloro che mantengono aperti luoghi di solidarietà con la Palestina.
Spazi sempre più necessari per la società civile tedesca, come ha mostrato la grande manifestazione del 27 settembre 2025, quando oltre 150.000 persone hanno riempito le strade di Berlino per chiedere la fine del genocidio a Gaza e denunciare la repressione interna. Per un giorno, la città che maggiormente incarna le contraddizioni della Germania si è trasformata in un palcoscenico di solidarietà collettiva, restituendo alle strade ciò che la politica tenta di zittire: la voce del dissenso.