Fakir e la “caccia allo straniero” di Stato
Da Abderrahim Fakir a Rachid Nachad, la parabola di un razzismo che da linguaggio politico è diventato legge, prassi securitaria e impunità istituzionale.
di Youssef Siher
Domenica 19 luglio 2026, poco dopo mezzogiorno, al Pilastro di Bologna, due agenti di polizia tengono a terra, a faccia in giù, un uomo di 42 anni. Si chiamava Abderrahim Fakir, è arrivato in Italia dal Marocco quando aveva sette anni, viveva a Borgonuovo con la moglie e aveva un’impresa di facchinaggio. Gli agenti, dopo avergli spruzzato contro dello spray al peperoncino, lo atterrano a faccia in giù. Gli premono la testa contro l’asfalto per immobilizzarlo, gli bloccano i polsi dietro la schiena con le ginocchia nel tentativo di ammanettarlo. C’è un video, ormai di dominio pubblico, in cui si sente Fakir gridare “aiuto, basta” per lunghi e interminabili minuti, mentre attorno a lui nessuno sembra scomporsi. Poi smette di parlare. Poi smette di muoversi. Fakir muore lì, sull’asfalto cocente, sotto un sole di luglio, mentre gli operatori del 118, presenti sin dall’inizio dell’intervento, restano a guardare.
La Procura di Bologna dichiara di aver aperto un procedimento e acquisito le immagini delle bodycam, e che sei persone — quattro sanitari e due poliziotti — sono coinvolte negli accertamenti. È aperta, soprattutto, la ferita di una famiglia e vale la pena provare a fare, fin da subito, un ragionamento che non dipenda da nessuna inchiesta, da nessun verdetto, da nessuna verità processuale che verrà accertata nei mesi o negli anni a venire. Perché il punto non è, o non è soltanto, cosa sia successo in via Svevo quella domenica. Il punto è perché, ogni volta che succede qualcosa del genere, ci ritroviamo nello stesso punto di partenza, con lo stesso copione, con la stessa sensazione di déjà vu.
Il sintomo, non l’eccezione
Fakir non è un caso isolato, ed è proprio questa la prima cosa da dire. Non per relativizzare la sua morte, ma per restituirle il suo peso reale. Appena sei mesi prima, il 26 gennaio 2026, un agente di polizia uccideva con un colpo alla testa Abderrahim Mansour, 28 anni, marocchino, nel boschetto di Rogoredo a Milano, durante un controllo antidroga: la versione iniziale della legittima difesa si è sgretolata nelle settimane successive, fino all’arresto dell’agente per omicidio volontario. E proprio in questi giorni, nel processo per l’omicidio di Rachid Nachad — 32enne marocchino ucciso nel 2023 nei boschi di Castelveccana, in provincia di Varese, durante un blitz antidroga dei carabinieri — è emerso agli atti un dettaglio che dice più di ogni analisi: sui telefoni dei militari coinvolti è stata trovata una chat WhatsApp chiamata “Mao Hunting”, tradotta dai legali della famiglia come “caccia al marocchino”.
Non serve altro a dimostrare che la disumanizzazione non è un residuo di linguaggio da bar, ma convive, silenziosa e condivisa, dentro gli stessi apparati che indossano una divisa. Diciotto mesi prima ancora, un inseguimento dei carabinieri a Milano si concludeva con l’uccisione di Ramy Elgaml, diciannove anni, e il coma di Fares Bouzidi. La lettura che le tiene insieme non è complottista né semplicistica: è che in Italia esiste, da tempo, un continuum che va dalla denigrazione simbolica — il linguaggio, gli stereotipi, la sistematica costruzione del corpo razzializzato come pericoloso — fino alla violenza fisica, e che spesso quella violenza arriva proprio dalle istituzioni che dovrebbero, in teoria, tutelare tutti allo stesso modo.
Non si stigmatizza, si banalizza
Se la prima questione è la serialità degli episodi, la seconda — forse più insidiosa — è come la politica e l’opinione pubblica reagiscono ogni volta che uno di questi episodi accade. E qui il caso Fakir offre, ancora una volta, un campione perfetto. Da un lato le cosiddette opposizioni parlamentari chiedono verità e trasparenza, si accodano al dolore della famiglia, chiedono che “si faccia luce”, ma quasi mai mettono in discussione i moventi sociali e politici che hanno reso quella morte possibile: i decreti sicurezza votati anche con il loro concorso in anni diversi, l’impianto normativo che protegge chi esercita la forza pubblica, la militarizzazione dei quartieri popolari che nessun governo, di nessun colore, ha mai davvero smontato. Il risultato è che anche la reazione di chi si dice indignato finisce per essere autoreferenziale quanto quella di chi minimizza: si esaurisce nel caso singolo, nell’interrogazione parlamentare, nel presidio spontaneo, senza mai risalire alla cornice strutturale che lo ha reso possibile.
Dall’altro, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, chiude il caso mentre il corpo di Abderrahim è ancora steso sull’asfalto di via Svevo: “L’intervento, richiesto dai cittadini e a cui dei cittadini hanno contribuito, risulta condotto con professionalità e modalità consone al tipo di esigenza che si era posta”, dichiara — riducendo un uomo morto soffocato sotto il peso di due agenti a una pratica amministrativa ben eseguita, un servizio reso a regola d’arte — per poi aggiungere di aver telefonato personalmente al questore per esprimere vicinanza ai due agenti coinvolti.
Quella di Bignami è la grammatica con cui, sistematicamente, la destra di governo italiana si rapporta a ogni episodio di violenza istituzionale contro corpi razzializzati: prima ancora dei fatti, la solidarietà preventiva alle forze dell’ordine e l’assoluzione. E qui arriva il punto che davvero interessa:
la vera battaglia culturale non si vince né si perde sulla condanna o assoluzione del singolo agente, di Bignami, di Vannacci. Si vince o si perde su come la maggioranza silenziosa della società italiana reagisce a queste uscite.
E la reazione più diffusa, in Italia, non è la stigmatizzazione — non è dire “questo linguaggio è inaccettabile e chi lo usa va isolato politicamente”. La reazione più diffusa è la banalizzazione: derubricare Vannacci a personaggio folkloristico, “il generale pazzo”, buono per i meme e le prime pagine satiriche; liquidare Sardone come una consigliera comunale che fa campagna elettorale sulle sue battaglie identitarie; considerare Bignami un caso di comunicazione politica maldestra, non di sostanza.
Questo atteggiamento — l’ironia, il fastidio annoiato, il “tanto sono cose che dicono per fare rumore” — è esso stesso parte del problema, perché consuma l’indignazione senza produrre conseguenze. Si può ridere di un linguaggio che, nel frattempo, sta ridisegnando ciò che è dicibile in pubblico.
La porta sfondata
Il punto — ed è questo il cuore di tutto il ragionamento — non è cosa ne sarà di Vannacci, di Sardone, di questo o quel dirigente di Fratelli d’Italia. Potrebbero perdere le elezioni, essere superati da altri, finire ai margini, litigare tra loro come già fanno. Non cambierebbe nulla di sostanziale. Perché quello che hanno fatto, in questi anni, non è vincere un dibattito: è sfondare una porta. Hanno reso pubblicamente pronunciabile, in sedi istituzionali, in tribune elettorali, in libri con tanto di endorsement di governo, un linguaggio che in una società sana dovrebbe essere confinato ai margini più estremi del discorso pubblico:
remigrazione, gerarchie tra esseri umani, sospetto strutturale verso il corpo migrante e razzializzato. E una volta che quella porta è sfondata, quella porta resta aperta.
Non si richiude quando cambia il ministro e nemmeno se il partito che l’ha sfondata perde le elezioni. Resta lì, aperta, a disposizione di chiunque voglia attraversarla: un poliziotto che decide come trattare un corpo a terra, un cittadino che si sente autorizzato a intervenire “in aiuto” degli agenti contro chi grida aiuto, un paramedico che guarda con indifferenza, un giornalista che sceglie quali aggettivi usare, un magistrato che valuta la credibilità di una vittima.
La legge come scudo
C’è un ultimo tassello, forse il più decisivo, che rende la metafora della porta sfondata non solo culturale ma direttamente materiale: la legge stessa, trasformata in strumento di copertura preventiva per chi esercita violenza in nome dello Stato. Proprio nelle ore in cui si scrive – 21 luglio 2026 – la Procura di Bologna ha reso noto di aver applicato per la prima volta, sul caso Fakir, il cosiddetto “scudo penale” introdotto dal pacchetto sicurezza approvato lo scorso febbraio: i due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non sono stati iscritti nel registro ordinario degli indagati, ma in un registro separato e preliminare, il modello 45 bis, previsto per i casi in cui un fatto potenzialmente riconducibile a reato sia stato commesso “in presenza di una evidente causa di giustificazione”, ovvero l’uso legittimo delle armi o l’adempimento di un dovere. Detto altrimenti: prima ancora che la Procura possa anche solo formalmente ipotizzare una responsabilità, la legge stessa presuppone, come punto di partenza, che l’agente abbia agito legittimamente. Non è un dettaglio tecnico-procedurale, è un capovolgimento dell’onere della prova nel senso comune con cui la vicenda viene raccontata e giudicata fin dal primo giorno.
Questo scudo non nasce nel vuoto. È l'ultimo tassello di una sequenza normativa lunga oltre vent’anni — dalla Bossi-Fini ai vari “pacchetti sicurezza” susseguitisi negli ultimi governi, fino al decreto sicurezza più recente, che introduce insieme allo scudo penale per le forze dell’ordine anche nuove restrizioni sulle proteste in piazza, il fermo preventivo per soggetti ritenuti “pericolosi” e l’estensione delle zone rosse — che ha costantemente spostato l’asse normativo dalla tutela dei diritti dei cittadini più esposti alla protezione preventiva di chi esercita il potere coercitivo dello Stato.
È qui che il nesso tra narrazione politica e azione violenta smette di essere una suggestione interpretativa e diventa un meccanismo diretto, quasi meccanico. Un rappresentante delle istituzioni che interviene su un corpo razzializzato sa, prima ancora di agire, di poter contare su una copertura doppia: quella narrativa, garantita da chi — un Bignami, un Vannacci, un intero apparato mediatico e politico — è pronto a definire “professionale” l’intervento ancora prima che l’inchiesta lo accerti; e quella penale e giudiziaria, garantita da una normativa scritta apposta per rallentare, e in molti casi disinnescare, l’accertamento delle responsabilità.
Il quartiere come zona militarizzata
E c’è un piano ancora più immediato, quasi fisico, su cui questa infrastruttura si deposita ogni giorno: quello dello spazio urbano in cui le comunità razzializzate e marginalizzate vivono la propria quotidianità.
Il Pilastro non era, per Fakir, un quartiere qualunque in cui essere fermato per caso: è un quartiere che, come molte periferie italiane, convive da tempo con una presenza poliziesca stabilizzata, non più eccezionale ma ordinaria.
Bologna ha le sue “zone rosse” dall’ottobre 2024, ovvero aree della città, sempre più estese, in cui prefettura e questura possono disporre l’allontanamento di persone ritenute indesiderabili, senza che sia stato commesso alcun reato ma sulla base di una valutazione discrezionale di pericolosità. Il Pilastro, insomma, viveva già — prima ancora del 19 luglio — sotto una presenza securitaria fissa, normalizzata al punto da non fare più notizia. È lo stesso meccanismo che a Milano ha investito Corvetto, il quartiere di Ramy Elgaml, anch’esso rientrato nel perimetro delle zone rosse cittadine, e che si ripete, con nomi diversi, in decine di periferie italiane.
Questa non è una nota di colore: è la cornice materiale dentro cui la morte di Fakir va collocata. Quando un quartiere popolare viene trasformato – attraverso ordinanze prefettizie, DASPO urbani, pattuglie fisse e telecamere – in una “zona di conflitto” permanente, cambia la grammatica stessa dell’incontro tra cittadino e Stato: chi vive lì non incontra le forze dell’ordine come garanzia di sicurezza condivisa, ma come presenza a cui è già assegnato, per default, il ruolo di sospetto. La militarizzazione del quotidiano non produce automaticamente la violenza di ogni singolo intervento, ma ne prepara il terreno: normalizza la presenza costante delle divise, e soprattutto insegna, giorno dopo giorno, a chi vive in quei quartieri che lo spazio pubblico non è mai davvero suo e che ogni angolo di strada può, in qualunque momento, diventare terreno di controllo.
Perché la porta non si richiude
Ci sono almeno quattro ragioni strutturali per cui, una volta aperta, questa porta tende a restare tale, e nessuna di queste ragioni dipende dal destino dei singoli protagonisti.
La prima è che la retorica razzista funziona,
in una società attraversata da insicurezza economica, disuguaglianza crescente e sfiducia diffusa nelle istituzioni, come valvola di sfogo. Individuare un nemico esterno, riconoscibile per il colore della pelle o il paese di origine, è più semplice — e più remunerativo in termini di consenso — che spiegare le cause strutturali del disagio sociale: la precarietà del lavoro, l’abbandono delle periferie, la crisi della sanità pubblica. Chi offre questa scorciatoia non ha bisogno di avere ragione: ha bisogno di essere ripetuto.
La seconda è che il fronte che si oppone a questa deriva fatica, in Italia, a darsi strumenti analitici e politici adeguati.
Troppo spesso la reazione ai singoli episodi si esaurisce nell’indignazione del momento — il presidio, l’hashtag, il paragone (comprensibile ma spesso sterile) con George Floyd — senza che questa indignazione si traduca in un’analisi strutturale capace di connettere i puntini: la legge Bossi-Fini, i decreti sicurezza, l’uso della forza nelle periferie, la profilazione razziale. Senza questa connessione, ogni caso resta un caso a sé, consumato dal ciclo delle notizie in pochi giorni.
La terza è la scarsa convenienza elettorale del mobilitarsi apertamente contro questo linguaggio.
In un sistema politico dove anche le opposizioni temono di apparire “troppo schierate” su temi che la destra ha reso divisivi, la reazione più diffusa è la denuncia tiepida, la richiesta di “fare chiarezza”, mai la battaglia culturale frontale sul linguaggio stesso. Si condanna l’episodio, raramente la cornice che lo rende possibile.
La quarta, infine, è che la politica extraparlamentare nel suo complesso ha scelto sistematicamente la performatività reattiva rispetto alla costruzione di un’alternativa popolare e credibile.
Manca, da anni, la costruzione paziente di un blocco sociale e politico che renda l’antirazzismo non un’etichetta identitaria di nicchia, ma una proposta materiale — casa, lavoro, sanità, giustizia — capace di parlare a chi oggi si sente tentato dalla scorciatoia razzista proprio perché nessuno gli offre altro.
Uscire dall’impotenza
Se le cose stanno così, allora la responsabilità di richiudere quella porta non può essere delegata soltanto a un ricambio di classe dirigente o a un’inchiesta che accerti le colpe. Ci sono almeno due terreni su cui, fin da subito, si gioca qualcosa di più duraturo del ciclo delle notizie.
Il primo riguarda le comunità diasporiche stesse. Il sistema che normalizza questa violenza si regge anche sul produrre, in chi la subisce, uno stato di impotenza: la sensazione che ogni morte sia un fulmine a ciel sereno da piangere in privato, non un fatto politico da affrontare collettivamente; che l’unica traiettoria possibile sia l’attesa passiva di un’inchiesta che quasi mai restituisce giustizia; che immaginare un’alternativa, o addirittura pretenderla, sia un lusso non concesso a chi vive già ai margini. È esattamente questa impotenza che va rifiutata.
Le comunità diasporiche non possono limitarsi a essere l’oggetto della cronaca ma devono potersi riconoscere, e organizzarsi, come soggetto politico a pieno titolo:
reti di mutuo soccorso legale e psicologico per le famiglie colpite, presidi che non si esauriscano nell’emozione del momento ma si strutturino in continuità, rappresentanza politica autonoma capace di portare le proprie rivendicazioni, senza dover sempre passare dalla mediazione benevola di qualcun altro.
Solidarizzare non basta se resta un gesto individuale e isolato: deve diventare organizzazione,
capacità di darsi obiettivi comuni e di misurarsi nel tempo, non solo nell’urgenza del lutto. Solo diventando agenti del proprio destino — e non oggetti passivi il cui destino viene ogni volta deciso da altri — le comunità diasporiche possono trasformare il dolore ricorrente in potere contrattuale reale.
Il secondo terreno riguarda chi, da posizione di maggiore garanzia, si dice già solidale: i movimenti, i partiti, le realtà sociali che si oppongono a questa deriva. Qui il rischio, altrettanto concreto, è l’autoreferenzialità del posizionamento “anti”: anti-razzista, anti-fascista, anti-Vannacci, anti-governo. Un’identità costruita per opposizione, che si esaurisce nella denuncia e nell’indignazione pubblica senza mai tradursi in una proposta materiale verificabile.
Chi si oppone a questa normalizzazione ha la responsabilità, se vuole essere qualcosa di più di una controparte simbolica sempre sconfitta nei numeri, di mettere le proprie energie, competenze e reti a disposizione della costruzione di un’alternativa concreta. Ma è una responsabilità che va esercitata con un’attenzione precisa: non riprodurre, nemmeno in buona fede, la stessa logica paternalista che per secoli ha deciso al posto di chi veniva colonizzato, amministrato, “aiutato”, ovvero la logica per cui esistono soggetti che sanno già qual è la soluzione giusta e soggetti che devono limitarsi a riceverla. Anche la solidarietà più sincera, quando arriva già confezionata da chi occupa una posizione di maggiore garanzia, rischia di riprodurre lo stesso rapporto di potere che dice di voler smontare: qualcuno che parla, qualcuno che ascolta e basta.
L’alternativa vera non può essere pensata a tavolino e poi calata sulle comunità che oggi vengono demonizzate e militarizzate: deve nascere da loro, dalle pratiche che già costruiscono da sole quando lo Stato le abbandona o le reprime — le reti di mutuo soccorso, le lotte per la casa, le forme di difesa collettiva dalla violenza poliziesca, il supporto alla causa palestinese — e chi si dice alleato ha il compito di mettersi a disposizione di quelle voci, non di sostituirsi ad esse, non di tradurle in un linguaggio più rassicurante per chi osserva da fuori, non di decidere in loro vece cosa sia una battaglia legittima e cosa no. Un’opposizione che si limita a occupare le piazze dell’indignazione, parlando a nome di chi potrebbe parlare da sé, lascia semplicemente il campo libero a chi un’offerta, per quanto tossica, la sa fare. Bisogna costruire, insieme — non al posto di —, con pazienza e senza scorciatoie né deleghe, qualcosa di più forte della paura che ci hanno venduto.