La luna e i calanchi, il festival della paesologia che tace sul petrolio

Come il festival La luna e i calanchi espone la complicità ideologica delle istituzioni politiche e culturali lucane con il fossile.

di Demetrio Marra

La festa della paesologia difende il territorio? Si chiama La luna e i calanchi ed è fondata e diretta da Franco Arminio. Arrivata alla XVI edizione, si svolge ogni estate nel Comune di Aliano, nella provincia di Matera in Basilicata, con più di settanta eventi e decine di ospiti. Al centro è appunto la paesologia, una pseudo-disciplina poetica ed etnoantropologica che incontra e racconta «i paesi e i luoghi», inventata anch’essa dal poeta paesologo Arminio. La Casa della Paesologia è un luogo fisico a Bisaccia, nome vulgato della Comunità Provvisorie APS, nonché «Il blog di Franco Arminio e della Paesologia»: sul sito è pubblicato il manifesto della paesologia, di volta in volta il programma del festival (ora disponibile solo su Facebook) e tanto altro. Perché tutte queste coordinate? Perché in cinque giorni, tra tutti questi eventi, con tutti questi ospiti, sostenuto da questa infrastruttura,

il festival della paesologia non ha mai davvero menzionato l’elefante nella stanza: la devastazione ambientale del territorio lucano da parte delle multinazionali del gas e del petrolio. 

Il racconto che fa la paesologia delle aree marginali ha un uso politico preciso: quello di confondere culturalmente le acque, per far sì che l’estrazione fossile non sia percepita come minaccia esistenziale. Minaccia che invece rappresenta: la crisi profonda delle aree marginali, i bisogni reali che fa emergere, dipendono senza dubbio dallo sfruttamento delle risorse (come scrive più in generale Sara Manisera in La terra sotto attacco). La paesologia fornisce un senso apolitico a questi bisogni, rendendoli innocui: i suoi buoni sentimenti sono teste d’ariete del turismo culturale, cioè un ulteriore sfruttamento del territorio. Dal momento che è una strategia superficiale, scoperchiando i suoi meccanismi, è possibile rivelare la rete di complicità ideologiche e materiali delle istituzioni e delle iniziative lucane con l’industria del fossile. Questo l’obiettivo dell’articolo. 

L’indifferenza al paesaggio

In Basilicata si estrae oltre l’80% del greggio nazionale, da due giacimenti: il Centro Oli Val d’Agri (detto COVA, Eni e Shell sono contitolari nel nuovo accordo del 2022), il più grande giacimento in terraferma dell’Europa continentale, e Tempa Rossa (TotalEnergies, Shell e Mitsui). In periodo di crisi climatica, l’estrazione è di per sé tema politico inevitabile

(persino istituzionale, come nota Altraeconomia, visti gli obiettivi UE sulla decarbonizzazione): è la comunità scientifica a sostenere che l’aumento di temperatura globale dipende direttamente dall’industria dei combustibili fossili. Ma ovviamente non è tutto, perché su entrambi gli impianti ha indagato la Procura di Potenza. Il COVA per lo sversamento di 400 tonnellate di greggio nel 2017, che contaminò 26.000 mq a due chilometri dal Pertusillo; Tempa Rossa per corruzione e turbativa d’asta sugli appalti del Centro Olio. Il primo processo è ancora aperto, avviato su esposto di Legambiente; il secondo si è chiuso con prescrizioni e assoluzioni. Cova Contro rilevò nel Pertusillo gli idrocarburi negati da ARPAB; ReCommon misurò intorno al COVA composti organici volatili oltre i 250 µg/m³.

In questo contesto, quanto spazio dedica La luna e i calanchi all’estrazione di greggio?

Sul totale di eventi meno di un quarto sono dedicati al pensiero politico-economico. A voler essere più severi, soltanto un quinto sono dedicati all’economia. Nessuno, in nessuna categoria, sembra essere dedicato al fossile. L’arte e lo spettacolo occupano la metà della programmazione, mentre la parte “rituale”, comunitaria e folcloristica, ciò che confluisce idealmente nella paesologia, il resto.

La festa della paesologia è dunque indifferente al paesaggio, almeno in senso ecologico.

Fortunatamente lo è in senso “poetico”. Come recita il testo introduttivo nella brochure dell’ultima edizione: «La luna e i calanchi non è da prendere per uno spettacolo, per una singola esibizione, si tratta di portare il proprio corpo nel luogo e il luogo entra con dolcezza nel tuo corpo. Aliano diventa una cerimonia dei sensi, un abbraccio, una stretta di mano».

Ascoltando le restituzioni non pubblicitarie dell’iniziativa, l’impressione è condivisa: anche quest’anno non c’è stato spazio per tematizzare l’inquinamento del territorio che ricade su paesi e persone (la cui radice, almeno secondo il manifesto, è «nel sentirsi in colpa se il giorno gira a vuoto»). Per quanto risulta, lo spazio è esistito episodicamente, per esempio nell’edizione del 2019, quando Arminio acconsentì a Ulderico Pesce di portare in scena il monologo Petrolio, dopo che lo stesso Pesce aveva affidato a una lettera aperta (non disponibile integralmente online, ma solo parzialmente come virgolettati acclusi nella risposta di Michele Finizio) l’accusa di essere omertoso sul tema delle trivellazioni, l’indignazione per aver visto sul programma il logo di ENI/Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), dunque un appello per aprire una «vertenza petrolio», di cui comodamente non si è saputo più nulla.

Fosse solo il petrolio il problema: secondo un articolo di Napoli Monitor, Arminio sarebbe allergico in generale alla cultura conflittuale, a tal punto da censurare durante l’edizione del 2025 un attivista palestinese che chiedeva di agire contro il genocidio del suo popolo.

Del resto Arminio (dieci menzioni nel programma, presente in ognuna delle cinque giornate, oltre a ideazione, direzione artistica e testo d’apertura) ha poeticamente confessato ovunque il punto della paesologia: la morte, individuale e soprattutto collettiva – considerando la centralità del tema dello spopolamento –, va abitata e mai interrogata, le responsabilità non sono da indagare perché non sono importanti. Nella pagina della brochure dedicata al 22 agosto, ultima giornata della festa, è scritto: «Si viene ad Aliano per essere nel mondo e fuori dal mondo, per disertare l’attualità, per essere nel passato e nel futuro». 

La festa della paesologia La luna e i calanchi non è solo indifferente al paesaggio, ma distrae il territorio, e chi viene da fuori appositamente per il festival, dalla sua mortificazione. Una scelta precisa, soprattutto perché è facilitata. 

Il “sospetto” del finanziamento diretto

A giugno 2026, sulla brochure del festival Lo sguardo e i luoghi – durante la festa di San Luigi Gonzaga, diretto da Arminio secondo lo «spirito del festival La luna e i calanchi» – compariva tra gli sponsor Tempa Rossa (un approfondimento qui: L’arte strumentalizzata dal fossile). Questa “svista” comunicativa ha (ri)aperto il dibattito, con al centro una domanda: è opportuno che un’iniziativa culturale sulle aree marginali riceva finanziamenti dall’industria fossile?

Per La luna e i calanchi una risposta è circolata presto, in via ufficiosa. Sul gruppo Telegram “La Luna e i Calanchi – Aliano” è stato condiviso il messaggio che la pagina Instagram del festival avrebbe inviato a una solidale preoccupata: «Come ho già ribadito chiaramente, quest’anno l’Amministrazione Comunale e l’organizzazione de “La Luna e i Calanchi” hanno fatto una scelta netta: il festival è stato strutturato senza ricorrere a un solo centesimo dei fondi derivanti dalle royalties petrolifere. La manifestazione è totalmente indipendente da quelle risorse e immune da qualsiasi polemica. Il nostro obiettivo è valorizzare Aliano e la paesologia nella loro forma più pura». La firma è di Luigi De Lorenzo, sindaco di Aliano. Abbiamo cercato di contattare Luigi De Lorenzo via mail, per chiedergli quale fosse la provenienza dei finanziamenti, ma non abbiamo ricevuto risposta.

In un recente articolo, il giornalista Gianni Molinari ricostruisce per BasilicataPost, determina per determina, come sono stati impegnati i 154.813 euro per l’edizione 2026, riportando ciascuna voce alla delibera regionale che la finanzia e non individua contributi riconducibili alle royalties derivanti dall’industria fossile. Il tema dunque è un altro. La dichiarazione, per quanto informale, del Sindaco De Lorenzo ha un effetto paradossale: per rivendicare la novità rispetto alle edizioni precedenti, dà per acquisito che fino a ieri la scelta fosse un’altra. 

Oltre la segnalazione di Ulderico Pesce sulla presenza del logo di Eni/FEEM sul programma dell’edizione 2018, ci sono numerose altre evidenze. La più esplicita viene dalla stampa locale: presentando l’edizione 2019, Basilicata24 scriveva che il festival, almeno fino all’anno precedente, fosse stato finanziato da Eni e Fondazione Mattei. Da una semplice ricerca delle locandine delle edizioni precedenti, scorrendo le foto pubblicate sulla pagina Facebook di La luna e i calanchi, compare diverse volte (per esempio nel 2013 e 2014) con il proprio logo il Programma Operativo Val d’Agri (Programma Operativo “Val d’Agri, Melandro, Sauro, Camastra”), cioè lo strumento con cui la Regione Basilicata, ente gestore, redistribuisce sul territorio dei Comuni dell’area estrattiva una parte delle royalties petrolifere.

Come è possibile allora sostenere che il festival sia indipendente dalle risorse derivanti dalle trivellazioni? Come è possibile che il festival non abbia mai tematizzato a livello intellettuale la contraddizione? Il punto forse non è rifiutare a priori – anche se sarebbe condivisibile – le risorse provenienti dal petrolio e redistribuite sul territorio. La questione è cosa si sceglie di fare dello spazio culturale creato dall’impiego di quelle risorse. Se un festival, per di più legato alla “paesologia”, non diventa un luogo in cui interrogare le trasformazioni, le contraddizioni e lo sfruttamento del territorio che vorrebbe raccontare, quale funzione resta alla cultura? La “cultura” può fare anche questo: dare luogo a un’immaginazione che avvia già al cambiamento, mettendo in crisi ciò che fino ad allora era apparso inevitabile, creare discontinuità laddove il dominio vuole mostrare continuità.

Lo sfruttamento del territorio lucano

A questo punto, chiariamo cos’è il PO Val d’Agri. Le compagnie che estraggono in Basilicata (Eni, Shell, TotalEnergies, Mitsui) versano delle royalties (aliquota complessiva del 10%) che poi vengono ripartite fra Stato, Regione e Comuni dell’area estrattiva, secondo un meccanismo complesso determinato a monte dal Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Il PO Val d’Agri è lo strumento con cui la Regione spende la quota ri-destinata dallo Stato a condizione che finanzi programmi di sviluppo. Come riportato sul sito del PO Val d’Agri, lo sviluppo è ripartito in: (1) Ambiente; (2) Infrastrutture; (3) Qualità della vita; (4) Occupazione. 

È tutto più che trasparente: il marchio del PO Val d’Agri è stato disegnato per mettere al centro l’azione di «reimmissione nel territorio di quelle risorse derivate dalla trivellazione petrolifera» (come scritto sulla sezione del sito dedicata). Aliano è fra i tredici comuni della concessione Gorgoglione e rientra nel comprensorio del PO Val d’Agri.

Aliano non ha pozzi sul proprio territorio e non incassa royalty dirette: riceve la rendita già trasformata in programma di sviluppo, che è il modo in cui il petrolio arriva anche dove non si vede. 

Quanto il programma abbia versato al Comune non è facile da comprendere: le assegnazioni stanno una per una nelle determine di ogni singolo intervento, e nessun documento le somma. Il marchio del POV è però, per fare degli esempi, affisso sugli interventi che hanno rifatto diversi luoghi del centro storico di Aliano (come malinconicamente fa notare questo pezzo di Napoli Monitor), e compare fra i sostenitori del festival in diverse edizioni. 

Vanno aggiunte al meccanismo le compensazioni volontarie descritte negli accordi quadro tra aziende e Regione: sia per il COVA (Eni-Shell, 2022) sia per Tempa Rossa (TotalEnergies-Shell-Mitsui, 2019) sono previsti un contributo per ogni barile prodotto, fondi quinquennali per progetti di sviluppo e una fornitura annua di gas gratuito alla Regione.

Tornando a La luna e i calanchi: il fatto che possano risultare delle collaborazioni con Eni o FEEM e il PO Val d’Agri non può stupire. Tanto il Comune di Aliano, quanto ogni Comune della Basilicata e la Regione amministrano il territorio contando sulle royalties derivate dall’attività estrattiva e le compensazioni volontarie. Le attività estrattive sarebbero del resto il pilastro dell’economia regionale, e in termini contabili lo sono: la produzione quotidiana di greggio, che supera i sessantamila barili, pesa sensibilmente sul PIL della Basilicata. Ma Potenza non è diventata Abu Dhabi, né Matera Dallas (Dio ce ne scampi), e la ricaduta economica sul territorio resta molto limitata: la Basilicata ha il secondo PIL per abitante del Mezzogiorno ma i suoi abitanti un reddito disponibile sotto la media nazionale; in più, è una delle regioni con più alto calo demografico (lo “spopolamento”). Nonostante il complesso meccanismo di restituzione descritto sopra, dunque, l’estrazione non sembra incidere in modo determinante sul benessere della regione. 

La contraddizione emerge dai documenti stessi: l’industria estrattiva in Basilicata è vista come punto di forza e punto di debolezza per il territorio soltanto in termini produttivi. Sia nel Quadro territoriale sintetico pubblicato dal PO Val d’Agri, sia nella Strategia di Sviluppo Locale «Il futuro ci vuole» del Gruppo di Azione Locale (GAL) Lucania Interiore, del quale è presidente Luigi De Lorenzo, non trovano spazio la minaccia ambientale né la dinamica di sfruttamento delle risorse e della manodopera. Non c’è menzione del benessere delle persone, solo della salute di determinati settori o dell’immagine del comprensorio. 

La complicità ideologica tra istituzioni e aziende petrolifere

Questa narrazione contraddittoria sembra considerare le attività estrattive come una condizione ineliminabile del territorio. I documenti naturalizzano lo sfruttamento fossile, traducendo una complicità ideologica tra istituzioni politiche e culturali e compagnie petrolifere.

In campo non ci sono azioni illecite, è tutto alla luce del sole: pubblico, cultura e privato condividono la medesima visione del futuro del territorio lucano. In questo quadro, il festival della paesologia non può difendere il paesaggio che pure adotta collettivamente, anzi sembra essere uno degli asset di testa per disinnescare il conflitto politico che potrebbe liberarlo.  

I meccanismi compensativi messi in campo sono necessari, ma in nessun caso possono restaurare la profonda modifica del paesaggio sociale, economico ed ecologico prodotto da COVA e Tempa Rossa. Per questo, da compensazioni idealmente tecniche finiscono per configurarsi come politiche e dunque culturali. Iniziative che dovrebbero riparare il danno invece lo legittimano. 

Questa complicità ideologica è leggibile nel documento di candidatura di Aliano a Capitale della Cultura 2027 (a vincere alla fine è stata Pordenone). Il comitato promotore vede sia il Sindaco di Aliano, in qualità di presidente, sia Filomena Pugliese, come vice presidente di GAL Lucania interiore, sia Cristiano Re, responsabile progetti sul territorio della Fondazione Eni Enrico Mattei (del resto, dietro anche Matera Capitale della Cultura 2019, descritto come modello di sostenibilità). La FEEM – il centro di ricerca fondato da Eni nel 1989 che si occupa di ambiente, energia e sviluppo sostenibile; in Basilicata dal 2007, con una sede a Viggiano (Interessante l’autoelogio fatto dalla FEEM su Equilibri Magazine, in Welfare culturale come asset strategico) – è centrale in questo progetto. Sia perché è impossibile districare la rete di relazioni politiche, culturali ed economiche in Basilicata, per cui le compagnie del fossile sono strettamente implicate, sia perché è la ricercatrice senior della Fondazione, Annalisa Percoco, a co-redigere il Dossier «Aliano, Terra dell’Altrove» e a presentarlo all’audizione del 25 febbraio 2025 nella sala Spadolini del Ministero della Cultura. Del resto, Eni ha investito a tal punto in basilicata che ha un sito dedicatovi (Eni in Basilicata), sul quale pubblica Orizzonti, rivista bimestrale con newsletter e podcast, che appare come vero e proprio ariete culturale per consolidare le trivellazioni. 

Nella sezione Sostenibilità economica (p. 47) del dossier, scaricabile dal sito, la terza voce di finanziamento (dopo il Ministero della Cultura e la Regione Basilicata) è il Comune di Aliano, tra parentesi: fondi bilancio e programma operativo Val d’Agri, per 736mila euro. Tra gli investimenti, sempre legati al PO Val d’Agri, più di 1 milione e mezzo di euro. 

Nelle 64 pagine di documento non c’è neanche una volta menzione diretta dell’industria estrattiva. Al centro la «vocazione culturale» di Aliano, dimostrata ovviamente dalle numerose iniziative (una tautologia burocratica). Tra i “contenitori” menzionati, emergono ovviamente quelli costruiti attorno alla figura di Carlo Levi, tra cui il Parco Letterario “Carlo Levi” (promotore del Festival La luna e i calanchi) e la tomba (la medesima visitata recentemente da una delegazione israeliana). Quest’insistenza sulla figura dello scrittore torinese che nel ‘35 fu confinato dal fascismo indica l’ennesima strumentalizzazione culturale a fini politici. 

Il ruolo di Arminio, cantore dei bandi

A questo punto, La luna e i calanchi emerge come uno degli ingranaggi di un meccanismo più ampio, complessissimo, che aziona un racconto della Basilicata come regione che, grazie alla sua vocazione culturale, è riuscita a ripopolare i paesi, le comunità e il paesaggio, anche se inevitabilmente in senso turistico. L’obiettivo di questo racconto – il racconto della paesologia – sembra distrarre permanentemente le persone dallo sfruttamento del territorio che abitano. 

È la colonizzazione di uno sguardo fondato sui bisogni reali, sostituendovi un’economia dei bisogni.

L’ariete è un linguaggio poetico-magico che risemantizza ogni parola radicata in un altrove. Il ruolo di Franco Arminio è chiaro, i suoi obiettivi chiarissimi. In un’intervista per Artribune, rispondendo alla richiesta di definire il “turismo culturale”, dice: 

«oggi, ad Aliano, è come se il festival fosse in atto tutto l’anno. Tutte le attività nate o rigenerate in questi anni sono rivolte alla cultura […]».

Ma il festival dura pochi giorni, e anche se diventasse permanente (il dossier per la candidatura immagina un’edizione speciale da gennaio ad agosto 2027) non può vivificare Aliano: la vita di un paese non è performativa. Il tema resta la messa a valore delle energie culturali, corrispettivo metaforico della messa a valore delle energie della terra:

«Tutti i luoghi hanno energie paesaggistiche, artistiche e umane. E questa è la loro forza. Spesso, però, queste energie vengono isolate, languono, non trovano una strada per esprimersi». 

Arminio è un vero talento della mitopoiesi contemporanea, maestro nell’astrarre e depoliticizzare i referenti: inventa la paesologia, la casa della paesologia, la festa della paesologia, quindi il poeta paesologo che scrive libri di paesologia e così da capo. Il linguaggio della paesologia, sperimentato sul campo, viene messo al servizio dell’umanesimo delle montagne, questa nuova «visione di sviluppo attorno alla cultura», come è scritto nel Dossier Aliano. Terra dell’altrove, che Arminio ha contribuito a redigere: «La nostra candidatura non è velleitaria, è rivoluzionaria. La nostra visione è tesa a rompere l’idea del paese come luogo delle cose piccole, un po’ arrangiate, un po’ attardate, come se fossero la coda di processi che si svolgono prima altrove». Al centro, insomma, il binomio «memoria e futuro», per preservare l’eredità del patrimonio. 

L’altrove è mitologico, fuori dal tempo, e proprio per questo politicamente attualizzabile. Nella presentazione del GAL Lucania Interiore, Arminio accosta «il silenzio dei boschi più alti e il clamore che viene dalle estrazioni petrolifere», da far convivere con una Regione che «rimane un miracolo nell’occidente dissacrato dalla modernizzazione». La stessa frase ricorre nella Strategia di sviluppo locale (p. 3). È una terra che dalla «lunga frequentazione con la sofferenza» avrebbe ricavato una «serietà antropologica» da leggere come avanguardia. Come se la violenza estrattiva, la fame e la povertà fossero una risorsa. 

La paesologia è una forma di “paesismo”, come scrivono Enza Maria Macaluso e Vito Teti su Lucy per mettere ordine nella pessima polemica tra Christian Raimo e Franco Arminio, cioè «il mito del locale e del rurale nell’Italia attuale, la rappresentazione ideologica e mitologica del paese», insomma una rappresentazione che può essere usata e consumata (Macaluso e Teti parlano anche di paese-market). L’elogio che offre la paesologia muove «da un progetto intellettuale, e non di rado da un ritorno, in immagine e in economia, che quell’elogio produce». 

Questo cortocircuito si deposita su una tipologia di testo in particolare: il bando. Arminio ha trasformato la poesia in linguaggio burocratico o viceversa: è un poeta progettista, cantore dei bandi. La dimostrazione è offerta recentemente da Arminio stesso che, in coda alla polemica con Raimo, su Repubblica scrive 30 tesi per salvare i paesi (poi riportate integralmente sul sito della Casa della Paesologia): si tratta di uno pseudo-poemetto in prosa, che alla logica progettuale sostituisce una forma poetica. Nonostante gli sforzi, la prima cosa che si nota è l’insistenza sul campo semantico dell’economia, oppure un certo sforzo di fingere di parlare da fuori dalle dinamiche di potere, mentre si partecipa e soprattutto si cerca una maggiore partecipazione alle dinamiche di potere (volontà che ammette nell’introduzione). Arminio istituisce redditi, strumenti, cataloghi, iniziative, inventa criteri di redistribuzione, crea ponti tra necessità come se si trattasse di figure retoriche. Il punto più esplicito (l’unico, del resto, in cui parla di estrazione) è il 23: 

«Industrie, università, ospedali che avviano azioni o strutture nei piccoli paesi hanno diritto a detrazioni fiscali. Le imprese che producono energie dal petrolio e dal carbone devono dare il venti per cento dei profitti al territorio. Le imprese che producono energie alternative devono dare il dieci per cento. Il livello di estrazione e produzione è deciso in accordo con le comunità locali. Servono controlli rigorosi e ripetuti sugli impianti. I paesi che forniscono acqua ad altri territori devono avere ristori più importanti». 

La confusione “poetica” del testo produce un effetto di spaesamento: anche se sembra voler dare agency alle comunità, in realtà Arminio sta ponendo la produzione di energia (fossile o meno) come destino. Al massimo, ci si può sedere al tavolo e trattare. 

La devastazione non è un destino

Nella costruzione di una narrativa da strumentalizzare, è fondamentale rinunciare a una visione “complessiva” metodologicamente orientata, preferita a una visione particolare, mediata dai paesi, oppure a una visione universale, mediata dall’astrazione. Quando le cose sono troppo piccole o troppo grandi, il paesaggio inteso in senso ecologico non esiste più, se non come immagine catturata dallo sguardo, oppure idea pura. Senza una visione totale si rischia di perdere il meccanismo, il legame tra cause strutturali e fenomeni superficiali. 

Franco Arminio interessa allora come funzione strumentale (à la Stefano Boeri, per fare un esempio, che è riuscito a tradurre la cementificazione in sostenibilità; che ha occupato diversi spazi culturali a Milano, come la Triennale, per difendere questo ruolo). È insomma interessante portare alla luce il ruolo di mediazione tra interessi privati e interessi pubblici che questi soggetti sembrano assumere. La mediazione consiste nel riprodurre in scala, anche trasformata metaforicamente, l’idea che l’alternativa allo stato di cose presente è impossibile, al massimo immaginabile, cioè un’utopia. Non è possibile distinguere allora, come operazione artistica, piantare verdure su un grattacielo (cioè verticalizzare l’architettura, allontanarla dalla sua orizzontalità), e poeticizzare i paesi e il paesaggio (cioè verticalizzare la comunità, astrarla dal suo carattere materiale). Ovviamente, l’incarico di questa mediazione non è individuale ma infrastrutturale – si fonda cioè su reti di relazioni, associazioni, fondazioni, aziende che guidate con lungimiranza realista fungono da “ariete”. In Italia è più frequente di quanto si pensi, basterebbe guardare quante iniziative culturali sono sponsorizzate da Eni e affiliati (Festivaletteratura di Mantova, il Festival di Sanremo, il Concertone del Primo Maggio a Roma, la Serie A); da Snam (Casa Sanremo, Giochi del Mediterraneo di Taranto); Leonardo (Milano-Cortina 2026, Giochi del Mediterraneo di Taranto); da Unicredit o Intesa San Paolo e così via. Queste aziende investono in pubblicità e sponsorizzazioni per ottenere quella che Stella Levantesi, con gli studiosi e le studiose dell’ostruzionismo climatico, chiama «licenza sociale a operare»: l’accettazione tacita che rende politicamente sostenibile continuare a estrarre.

La cultura funziona da garante. Ci si associa a istituzioni credibili e se ne eredita la credibilità. È la loro idea di cultura: un investimento con un ritorno atteso. Anche perché, raramente in quegli spazi di cultura si esercita una critica pubblica alle attività devastanti per la salute pubblica e del pianeta di queste aziende. 

L’alternativa è possibile, anzi è realizzabile: in Lucania come altrove. La devastazione ambientale apparirà come destino finché le scelte delle istituzioni, politiche e culturali, consolideranno la complicità ideologica con le aziende del fossile. Finché, in altre parole, non ci sarà un cambiamento qualitativo. Questo cambiamento qualitativo va accelerato da chi viene, inconsapevolmente, mobilitato contro di esso. Quest’articolo è, dunque, rivolto all’esercito che ha collaborato, fatto volontariato, partecipato o anche solo solidarizzato con queste iniziative, tornando a utilizzare l’esempio di La luna e i calanchi.

La festa della paesologia non difende il territorio: tornare a fare comunità vuol dire sottrarre da sotto il naso gli strumenti a chi detiene l’egemonia culturale, intralciare con tutti i mezzi possibili l’operato delle grandi inquinanti.

Vuol dire insomma ripopolare queste aree interne come forze centrifughe. Non c’è spazio in noi per la nostalgia o la serietà antropologica. Noi vogliamo la rivoluzione. 

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