Come le cooperative di comunità possono riattivare i piccoli paesi
Nuovi esempi di economia alternativa al servizio delle comunità, tra cura del territorio e gestione collettiva delle risorse.
di Rachele Donnini
Teatro Povero di Monticchiello, andato in scena dal 29 luglio al 14 agosto 2023.
Di fronte a un'economia distruttiva e capitalista, basata sullo sfruttamento intensivo delle beni naturali del territorio, e a una politica nazionale fatalistica, che consegna le periferie e le aree interne a una progressiva scomparsa senza alcun tipo di intervento strutturale,
in Italia esistono alternative nate dal basso, che immaginano e pianificano collettivamente una forma di economia giusta al servizio delle comunità.
Per contrastare questa politica di abbandono verso le aree interne e la scarsa cura delle loro potenzialità, negli ultimi anni sono nate forme di resistenza proprio a partire dai territori. Comunità che scelgono di non scomparire, ma di riconoscere e costruire autonomamente il proprio valore, anche attraverso nuove forme associative come le cooperative di comunità.
Tra gli oltre 300 esempi di questa resistenza sul suolo nazionale, troviamo uno dei più antichi nel paese di Monticchiello, situato nel sud della Toscana, in provincia di Siena. Da sessant'anni Monticchiello ospita ogni estate il Teatro Povero e ha adottato la forma di cooperativa di comunità dal 1980.
“Tutto ha inizio negli anni ‘60, quando abbiamo deciso di portare in scena i problemi del nostro paese in seguito alla crisi mezzadrile”,
racconta a Voice Over Chiara Del Ciondolo, abitante di Monticchiello e socia della cooperativa. “Dopo il boom economico, le persone si sono trasferite nelle grandi città per trovare lavoro e le campagne si sono spopolate. In paese è venuta a mancare la manodopera, insieme a tutta la cultura e tradizione contadina che lo rendevano vivo”.
Invece di morire, Monticchiello ha deciso di narrarsi: riflettendo sulle rapide trasformazioni che stavano travolgendo il loro piccolo mondo, hanno portato le loro problematiche su carta, creando copioni e scendendo “in piazza”, per recitare.
Il teatro è stata quindi la risposta che i cittadini hanno trovato al rischio dello spopolamento. Tutta la comunità, dai più anziani alle nuove generazioni, ha deciso di riunirsi in questa forma di teatro sociale, riportando in scena le difficoltà del suo microcosmo contadino.
“Con gli spettacoli, abbiamo deciso di affermare la nostra esistenza in un periodo in cui non c’era nemmeno una strada asfaltata per raggiungere il paese”, prosegue Del Ciondolo.
Grazie al drammaturgo Mario Guidotti, gli spettacoli hanno poi iniziato ad assumere una forma ben precisa, definita in seguito come “Autodramma”, ossia una forma di auto narrazione delle vicende che riguardavano gli abitanti stessi.
“È nato tutto da storie di vita molto semplici, capaci però, a partire dal piccolo mondo contadino, di raccontare di temi molto più ampi e universali”, racconta Del Ciondolo.
Negli ‘80 Monticchiello decide di adottare la forma di cooperativa di comunità: un’impresa collettiva in cui cittadini, enti e realtà locali collaborano per gestire servizi, valorizzare risorse del territorio e generare economia locale.
Le cooperative si presentano infatti come modelli mutualistici, basati su principi di solidarietà, partecipazione attiva e sostenibilità, e operano soprattutto nei settori del turismo, della tutela ambientale, del sociale, ma anche nell’agricoltura, nel settore energetico e nella formazione professionale. Favorendo la coesione sociale e stimolando i commerci locali, le cooperative appaiono oggi come strumenti chiave nelle aree a rischio di spopolamento: investire in questi progetti, infatti, non solo combatte l’abbandono delle aree rurali, ma promuove anche la cura del patrimonio culturale e naturale attraverso la gestione collettiva di terreni, edifici storici e spazi naturali.
In particolare, per contrastare la desertificazione commerciale, negli ultimi anni le cooperative di comunità hanno investito nella riapertura di servizi essenziali nei piccoli paesi, come negozi alimentari, spazi multifunzionali, bar e forni sociali. Hanno promosso una forma di turismo di comunità, che crei occupazione e promuova il territorio, come alberghi diffusi, rifugi, coliving (un modello abitativo comunitario in cui si affitta una stanza o un appartamento all'interno di una proprietà comune, usufruendo di servizi e attività condivisi). Infine, hanno incentivato la diffusione di servizi sociali locali in risposta alle esigenze della popolazione: assistenza agli anziani, trasporto sociale, servizi educativi.
“La prima rivendicazione del paese come cooperativa è stata quella di acquistare l’ex granaio del proprietario terriero con un prestito sociale: tutti i soci hanno prestato una somma che è stata restituita nel tempo dalla cooperativa.
Oggi quell’ex granaio è diventato la nostra sede”, spiega del Ciondolo. “Rendere quel luogo un centro culturale è stato il nostro simbolo di riscatto”.
Grazie alla forma della cooperativa, Monticchiello è stato in grado di gestire autonomamente servizi essenziali come la consegna dei farmaci, l’edicola di paese, l'ufficio turistico, la ciclofficina, il centro internet e, temporaneamente, anche un centro di accoglienza per persone migranti.
Monticchiello non è stato l’unico esempio a beneficiare di questa forma associativa. Tre le 321 cooperative di comunità che troviamo nel territorio, la maggior parte sono situate in aree interne o in piccoli comuni. Come indicato dalla mappa nata dall’indagine “Economie di luogo. Mappatura delle cooperative di comunità”, queste cooperative sono situate in particolare nel territorio dell'Appennino emiliano, con la percentuale più alta in Toscana (49), seguita subito dopo dall’Abruzzo e dall’Emilia Romagna.
Una forma alternativa di economia e di recupero delle tradizioni
Numerosi paesi della Val d'Orcia, in Toscana, come San Quirico, Montalcino, Pienza, sembrano da tempo essersi progressivamente consegnati al turismo di massa, trasformandosi in una sorta di villaggi turistici cristallizzati nel tempo, dove la comunità locale fa sempre più fatica a trovare spazio. Ancora più emblematico è il caso di Castiglioncello del Trinoro, quasi interamente in mano allo statunitense Michael Cioffi, definito come l’avvocato“che salva i borghi italiani”. Negli anni 2000, Cioffi ha acquistato metà degli edifici del paese per costruire un albergo diffuso di lusso, sconsacrando anche la piccola chiesa per convertirla in una sala da concerto. Un modo per consegnare il paese e la sua storia nelle mani di un solo multimilionario.
Monticchiello e molti altri paesi, al contrario, adottando la forma di cooperativa di comunità, hanno cercato di offrire un’alternativa a questo sistema economico delle aree interne che punta unicamente sul turismo, ricucendo un legame di prossimità con la propria terra e costruendo relazioni basate sulla responsabilità condivisa.
Nel 2025, le cooperative di comunità censite sono state circa 321 e operano in 70 province, come riporta il rapporto realizzato da AICOON Research Center (centro di ricerca sull’Economia Sociale nato dalla collaborazione con l’Università di Bologna) con il supporto di Legacoop. Ognuna delle aree in cui si trovano mostrano un’esigenza di rispondere allo spopolamento, alla carenza dei servizi e alla rivalutazione del territorio. Dai dati emerge che il 65% delle cooperative sono collocate nelle aree interne e il 69% in comuni con meno di 5.000 abitanti.
La maggior parte di queste cooperative di comunità si contraddistinguono per essere nate dalla spinta degli stessə cittadinə, come modello imprenditoriale dal basso, per rispondere sia a forme di vulnerabilità sociale, sia a esigenze urbane e ambientali.
Sempre secondo il rapporto, la principale richiesta delle comunità territoriali sembra proprio essere “una grande e apparentemente inascoltata domanda di cambiamento”, e un forte desiderio di divenire “cittadini attivi che coniugano lavoro e coscienza di luogo.”
Come afferma Del Ciondolo, “Diventare una cooperativa è stata la forma che abbiamo trovato per far sopravvivere Monticchiello. In questo modo abbiamo dato spazio e opportunità ai giovani, così che si sentissero motivati a tornare almeno d’estate”, prosegue Del Ciondolo. “Il teatro, le iniziative culturali, come i laboratori di lettura che organizziamo durante l’anno, sono degli ottimi incentivi per loro. C’è una continuità generazionale molto forte ed è un bellissimo modo per tenere legata una comunità che conta poco più di 100 abitanti”.
Le cooperative di comunità rappresentano infatti una nuova forma per organizzare la produzione a livello locale, promuovendo opportunità di lavoro e servizi per gli abitanti stessi. Inoltre, si presentano anche come forma di democrazia partecipativa: è la comunità stessa a essere coinvolta nelle attività e nei processi decisionali, dato che in queste cooperative le traiettorie dello sviluppo locale si costruiscono collettivamente.
Come indicato nella guida di Legacoop, una delle caratteristiche delle cooperative è la loro natura multisettoriale: possono infatti svolgere diverse attività tra loro interconnesse, in ambito culturale, urbanistico, turistico e non solo. Tra i principali obiettivi si propongono di valorizzare la forma di cittadinanza attiva, la sussidiarietà, la gestione dei beni comuni e la solidarietà; infine, di puntare non alla massimizzazione del profitto per i soci, bensì all’utilità prodotta per la comunità nel suo complesso.
Esempi di cooperative di comunità nel territorio
Intorno a Monticchiello e all’esperienza del suo Teatro Povero si trovano diversi esempi di cooperative nate in paesi che hanno scelto di mantenere vivi i saperi ecologici, le tradizioni e la cultura locale, promuovendo al tempo stesso forme di economia circolare e nuove opportunità di lavoro. In questi territori, tra le aree più ricche di patrimonio ambientale e culturale del Paese, le comunità lavorano ogni giorno per recuperare e liberare risorse condivise — boschi, pascoli, acque e beni archeologici — restituendole alla vita collettiva.
È il caso della cooperativa Parco Vivo, a Vivo d’Orcia, fondata su valori di protezione nei confronti del territorio. Il loro è un parco ‘vivo’, come il nome del fiume che lo attraversa, dove si rispetta la natura e la sua ricchezza. In particolare, negli ultimi anni i soci hanno puntato alla creazione di servizi al turismo di carattere ludico educativo: organizzano visite guidate presso la sorgente dell’Ermicciolo e al Museo dell’acqua del paese, gestiscono un parco avventura e il museo minerario del Monte Amiata, impartiscono laboratori di cucina e cosmetologia ogni domenica.
Negli anni ‘90 è nata anche la cooperativa Alter Eco di Equi Termi, in Lunigiana, con l'obiettivo di donare alla comunità un'alternativa economica e un futuro lavorativo che vada oltre l’estrazione del marmo. Per questo, tra i vari progetti, i soci hanno riqualificato la linea ferroviaria e creato una rete di ospitalità diffusa nel paese di Equi Termi. Tra le varie iniziative, si trova anche quella di promuovere un turismo outdoor con biciclette e un’Alta scuola di Turismo sostenibile.
Importante è anche l’esempio che sta dando Filo e Fibra, una cooperativa al femminile, nata nel 2018 nel comune di San Casciano dei Bagni, con l’obiettivo di promuovere iniziative per mantenere viva la comunità locale. Qui si organizzano classi di sartoria, campi estivi, si diffonde l’approccio del “No-plastica” e quello della rigenerazione della lana come rifiuto speciale. Sono le donne della comunità a mantenere viva la tradizione secolare della “cassetta di cottura”, un contenitore termico isolato che un tempo usavano per continuare la cottura dei cibi senza utilizzare gas e che contribuisce quindi a una nuova idea di economia circolare a emissioni zero.
Una nuova forma di narrazione e di dignità sociale
Come nel caso di Monticchiello, che non ha mai voluto trasformarsi nel prototipo del villaggio-cartolina, attraversato da visitatori che si fermano il tempo di una foto per poi ripartire, la cooperativa di comunità e il suo teatro hanno permesso al paese di custodire e rinnovare una narrazione legata alla propria storia e alle tradizioni contadine, contribuendo a costruire quella che gli abitanti definiscono una forma di “dignità sociale”.
“Alla fine il teatro non è nato per i turisti. È nato per noi, per rafforzare la comunità e per trasmettere una visione non troppo idilliaca del nostro passato contadino”,
conclude Del Ciondolo.
In un’epoca in cui le sfide globali come il cambiamento climatico, la disuguaglianza sociale e la crisi economica mettono a dura prova la tenuta delle comunità, le cooperative di comunità si prospettano quindi come un organismo innovativo di cura e gestione condivisa, dove i cittadinə scelgono di ripartire dai margini stessi.
Così come nel museo di Monticchiello una quercia capovolta, con le radici rivolte verso il cielo, diventa simbolo di una storia da custodire e tramandare, le cooperative di comunità rappresentano un cambio di paradigma costruito dal basso. Sono gli abitanti a scegliere di tramandare il proprio passato e la propria storia, di restare e di reagire a politiche pubbliche che troppo spesso lasciano questi territori privi di servizi e opportunità. Il cambiamento parte quindi dalle comunità stesse, dalla decisione di restare, investire e restituire amore ai luoghi in cui vivono.