Spazi di respiro, memoria e lotta
Lettera #1
CHIACCHERE AFRODISCENDENTI
Lettera Ariam
Venerdì 14 marzo 2025, Londra
Ciao Nogaye,
che strano scriverti una lettera, ma davvero felice di farlo! Da tempo cercavo uno spazio di dialogo aperto e senza filtri su temi che, come donne razzializzate, ci riguardano da vicino.
Un po’ come è stato l’aver creato blackcoffee_pdc, dove al centro ci sono le nostre esperienze, in un percorso che ci permette anche di decostruire ciò che abbiamo interiorizzato in una società che tende a plasmarci e omologarci secondo logiche razziste e classiste. Per questo dico spesso che il Blackn[è]ss Fest è quasi un’estensione fisica del podcast: nasce dalle stesse prospettive e necessità; ovvero costruire spazi alternativi in cui condividere non solo le esperienze ma anche conoscenze e strumenti di analisi della nostra società, importanti ed utili sia per una crescita personale ma soprattutto collettiva. E come ben sai, sia blackcoffee_pdc che il Blackn[è]ss Fest nascono da noi e per noi. E non è un caso che questo sia percepito come disturbante… ma magari ci torneremo!
Lo spazio che abbiamo creato, per me, come spero per le persone che lo hanno attraversato, è stato (ed è tutt’ora) un percorso fondamentale per ampliare lo sguardo ed esercitare l’ascolto tra di noi, uscendo da quel meccanismo che vuole che la nostra esperienza sia unica e rappresentativa di un’intera categoria, ignorando che all’interno di essa ci sono oltre ad esperienze, contesti e generazioni diverse.
Questo tipo di approccio, permette di sviluppare una certa consapevolezza per individuare insieme quei punti che, invece, nelle nostre esperienze sono condivise, ridisegnando con lucidità la struttura della società che ci discrimina ed esclude. Dall’anno scorso blackcoffee_pdc ha iniziato a prendere una nuova forma ospitando e supportando rubriche in collaborazione; trovo che sia un progresso molto positivo contribuire ad ampliare lo spazio di condivisione con altre voci e altre prospettive, anche se un po’ mi manca la chiacchiera libera e la possibilità di conoscere nuove persone e visioni. Chissà che un giorno riprenderemo queste conversazioni!
Ma torniamo a noi:
questi spazi, come questo che stiamo creando con la newsletter Chiacchiere afrodiscendenti: riflessioni nere, bugie bianche, mi danno respiro perché possiamo disegnare la nostra prospettiva ponendoci domande su domande senza l’ambizione o la presunzione di avere delle risposte che valgano per tuttə e tutto, ma essenziali per far emergere le complessità e le diverse sfumature delle dinamiche economico-politico-sociali che ci riguardano e che influenzano le nostre vite. Questi spazi mi danno respiro anche perché condividiamo la consapevolezza che, al centro di conversazioni che possiamo definire antirazziste, non può mancare un approccio anche anticlassista e afro-femminista.
È importante superare la logica della gratitudine forzata o quella percezione che ci vuole solo come vittime o vittimistiche. Siamo persone che portano avanti analisi e riflessioni lucide. Non diamo per scontato che tuttə lə interlocutorə abbiano già gli strumenti per decifrare questi concetti. Ma proprio per questo, questi spazi di condivisione diventano occasioni preziose per acquisire nuove consapevolezze e contribuire, attraverso le proprie esperienze, ad ampliare il panorama delle questioni che meritano di essere approfondite.
Sono contenta di questa occasione anche perché non sono mai riuscita a condividere con te quanto ho apprezzato la lettura del tuo primo libro, Fortunatamente Nera. So che ne abbiamo parlato velocemente, però non sono mai riuscita a dirti quanto mi abbiano stupito le cose che abbiamo in comune nonostante le diversità del contesto famigliare, dell’età e delle esperienze. Mi era chiaro che i nostri percorsi fossero molto distanti; io, per esempio, sono cresciuta all’interno della comunità eritrea, molto legata ed orgogliosa delle proprie origini.
Nonostante il mio tigrigna sia decisamente limitato e in Eritrea non ci sia andata per diversi anni, soprattutto dal periodo dell’adolescenza fino al 2018, l’Eritrea è sempre stata intorno a me, tra feste, parenti, amici di famiglia ma anche tra le compagnie di amici che incontravo fuori zona, sia nel week end, che nei pomeriggi dopo scuola. Non ho mai avuto dubbi sulla mia appartenenza e identità che però potevo modellare a seconda della situazione.
E qui arrivano le prime similitudini che ho riscontrato già nel primo capitolo, quando nel tuo racconto introduci la figura di nonna Marisa; detto così dirai, ma cosa c’entra? E ora ci arrivo! Quando avevo otto mesi, a causa di alcune situazioni famigliari a cui i miei genitori dovevano dare attenzione, ho trascorso un periodo con mia zia Maria, cugina di mia nonna. Da quell’esperienza e poi col tempo, si è creato un legame fortissimo sia con lei che con il marito, zio Alessio. Per più di una decina di anni, zia Maria e zio Alessio mi hanno ospitata per le vacanze invernali, primaverili e, soprattutto, estive - durante le quali i miei genitori, spesso con mia sorella maggiore, andavano in Eritrea.
Ogni anno tornavo in quel paese di 500 abitanti nel Gran Combin, in Valle d’Aosta a cui mi ero affezionata, come se fosse una seconda casa e loro i miei secondi genitori. Quando ripenso al ruolo che ho avuto nel tenere compagnia a mia zia, dopo la morte del marito, mi sento vicina alla tua esperienza; ancora di più, quando racconti come veniva percepita dall’esterno la tua famiglia allargata. Da bambina, ovviamente, non notavo alcune dinamiche ma in adolescenza ho iniziato a rendermi conto che venivo accettata in quanto la “nipotina” di zia Maria, una donna white passing e con un cognome italiano.
Una delle differenze che, invece, trovo più evidenti nelle nostre esperienze riguarda il ruolo dei social. Il loro utilizzo ha reso molto più visibili e condivisi temi che, fino a qualche anno fa, erano trattati quasi esclusivamente in spazi ristretti o accademici.
Grazie ai social, discorsi sul razzismo, sulla profilazione razziale o sull’afrofemminismo circolano con più forza e arrivano a pubblici più ampi, contribuendo a rompere silenzi e tabù.
Quando nel 2014 ho iniziato a lavorare ad Appuntamento ai Marinai, mi sono scontrata con forti pregiudizi nei confronti di chi adottava un approccio antirazzista e afrofemminista, anche quando questo era ancora inconsapevole.
All’epoca, parlare apertamente di questi temi significava esporsi a critiche e isolamento, anche da parte di chi condivideva esperienze simili. Eppure le storie di discriminazione e abuso di potere erano ovunque, raccolte anche nelle interviste che appropriazione culturale, episodi che si ripetevano dagli anni ’80 fino agli inizi del 2000, spesso vissuti come normalità. Oggi, grazie anche ai social, chi adotta un linguaggio antirazzista trova maggiore legittimità e possibilità di connessione. Le stesse argomentazioni critiche esistono ancora, certo, ma si inseriscono in un contesto molto più consapevole e articolato rispetto a quello che ho vissuto all’inizio del mio percorso.
Certo, tutto questo avviene ancora all’interno di bolle e nicchie. Ma la presenza di attivistə, ricercatorə e accademicə che sfidano lo spazio borghese ed esclusivo, culla delle riflessioni progressiste - che puntano il dito contro la destra fascista senza riconoscere quanto il razzismo in Italia preceda il fascismo stesso - sta ampliando il dibattito. Un razzismo che è così difficile da sradicare proprio perché inciso nel DNA del Paese, come dimostrano la storia dell’Italia liberale e l’attuale legge sulla cittadinanza. La diffusione di questi sguardi critici attraverso i social ha reso accessibili riflessioni, un tempo relegate a spazi ristretti all’interno dei quali non sempre si aveva l’intenzione (o coraggio?) di mettere in discussione lo status quo. E questo spazio nuovo, nonostante tutto, rappresenta un cambiamento.
Ho iniziato a scriverti qualche ora fa, poi ho interrotto per pranzare con una persona a cui tengo molto e che si è trasferita qui a Londra diversi anni fa, come la gran parte dei miei amicə eritrei milanesi. In effetti non ti ho ancora detto che sono arrivata martedì! Avevo prenotato questo viaggio a inizio dicembre per andare con un’altra amica, che mi sta ospitando, al concerto di Nao – che è stato pazzesco! Se non la conosci, ti consiglio di ascoltare qualche suo pezzo! Ora ho raggiunto questa amica che, tra le altre cose, è ricercatrice presso la SOAS e in questo momento sta partecipando al talk African Youth Survey. Te la presenterò, sta svolgendo un lavoro davvero importante e forse perché ci conosciamo da quando siamo bambine, mi emoziona sempre vederla condividere le sue ricerche e mi rende molto orgogliosa. Dopo questo incontro andremo insieme a un evento dal titolo “When Blackwomen Lead”, dove Jessica Horn, autrice di African Feminist Praxis, parlerà insieme a un gruppo di donne nere che hanno lasciato (e stanno lasciando) il segno. Nonostante le politiche di controllo, forme di repressione sempre più evidenti e le difficoltà che si respirano anche qui, ogni volta che passo da Londra, vengo ispirata dalle comunità e soprattutto dallo spazio che sanno prendersi le donne nere. Forse potrebbe essere uno spunto per il prossimo scambio?
Un abbraccio,
Ariam
Lettera Nogaye
Mercoledì 26 marzo 2025, Abbiategrasso
Ciao Ariam,
Anche per me è strano scriverti così.
In questo periodo, il capitalismo che schiaccia le nostre vite sembra averci risucchiate in una spirale di impegni, lasciandoci meno tempo per sentirci, per quelle lunghe telefonate sconclusionate in cui ci perdevamo tra mille discorsi.
Mi manca la quotidianità di vederti, di ridere insieme delle assurdità della vita, di condividere pensieri senza filtri. Proprio per questo, sono felice di questa nuova idea di chiacchiere afrodiscendenti. È come se, attraverso queste parole, riuscissimo a ricreare uno spazio nostro, un luogo sicuro in cui i pensieri possono fluire liberamente. In questo periodo ho così tante cose nella testa che non so più dove metterle. I pensieri si accumulano, si rincorrono, si sovrappongono, e a volte ho la sensazione di non riuscire più a dare loro un ordine. Scriverti mi aiuta a fermarli, a dare loro una forma, e forse anche un po’ di respiro.
Ti ringrazio per la tua condivisione sull’impatto che ha avuto su di te il mio libro. Sapere che le mie parole hanno lasciato un segno dentro di te mi riempie di gioia, perché la scrittura è per me un atto di restituzione, di dialogo con chi legge. Ma questa volta voglio essere io a raccontarti qualcosa: l’impatto che ha avuto su di me il nostro incontro. Lo faccio con un po’ di vergogna, perché mettere a nudo le proprie emozioni non è mai facile. Eppure, credo sia importante dirti quanto sia stato significativo per me conoscerti. In pochissimo tempo, sei passata dall’essere una sconosciuta a diventare una sorella maggiore. Forse, anzi, lo sei stata fin dal primo momento, ancora prima che ce ne rendessimo conto. Mi hai incontrata in uno dei momenti più delicati della mia vita. Sono arrivata da te con tutte le mie insicurezze, le mie fragilità, con la paura paralizzante di espormi. Dovevo parlare in pubblico per la prima volta, davanti a tantissime persone, e sentivo di non esserne in grado. Il peso delle aspettative, il timore di sbagliare, la paura di non essere all’altezza: tutto si mescolava dentro di me, rendendomi incapace di respirare a fondo.
In mezzo a quella folla di volti sconosciuti, i tuoi occhi sono stati un punto di riferimento. Mi hanno trasmesso fiducia, tranquillità. Così, senza neanche pensarci troppo, sono venuta da te. Non ti conoscevo ancora, eppure ti ho chiesto se potevo leggerti il mio discorso. Fino a quel momento, non lo avevo fatto leggere a nessuno. Ma con te è stato diverso: mi sono fidata. E tu hai accolto quella fiducia con una naturalezza che mi ha colpita. Mi hai ascoltata, mi hai incoraggiata. Quando ho preso in mano il microfono, tra tutte quelle persone ho cercato di nuovo il tuo sguardo. Ed è stato come se, per un attimo, fossimo solo noi due, come qualche ora prima. Ripensando al nostro incontro, la parola che mi viene in mente è sorellanza. Un termine che spesso viene svuotato di significato, ridotto a uno slogan. Ma per me significa questo: esserci, senza chiedere nulla in cambio. Essere presenti nel momento del bisogno, anche senza conoscerci davvero. È qualcosa che oggi si sta perdendo, in una società che misura tutto in termini di vantaggio e convenienza.
Oggi, scorrendo Instagram, mi sono imbattuta in una frase del Dr. Runoko Rashidi:
"We cannot destroy white supremacy until we address the internal contradiction in ourselves, in our communities, that allow white supremacy to continue to flourish".
Questa frase mi ha colpita profondamente. Come hai scritto tu, non abbiamo l’ambizione di trovare risposte definitive, ma abbiamo bisogno di uno spazio per farci domande. E questa frase me ne ha fatte sorgere tante. Forse il nostro scambio sarà davvero infinito?
Il razzismo sistemico non è solo una struttura imposta dall’alto, ma si insinua nei meccanismi più profondi delle nostre comunità, nelle dinamiche quotidiane, nelle contraddizioni che portiamo dentro. È facile identificare il nemico fuori da noi, nelle istituzioni oppressive, nelle leggi discriminatorie, nei volti del potere. Più difficile è riconoscere il modo in cui il suprematismo bianco si riproduce attraverso le nostre azioni, i nostri silenzi, le gerarchie interiorizzate che ci dividono anche all’interno delle stesse comunità razzializzate.
Il colonialismo non ha solo imposto il dominio economico e politico: ha infiltrato le menti, ha reso alcune forme di espressione, di sapere, di resistenza meno legittime di altre, ha alimentato rivalità, ha creato fratture dove avrebbe potuto esserci solidarietà. Così ci troviamo, spesso senza rendercene conto, a perpetuare logiche di esclusione, a creare dinamiche di potere all'interno degli stessi spazi che dovrebbero essere di liberazione, a giudicare chi non risponde a modelli prestabiliti, a riprodurre l’idea che alcuni corpi siano più degni di altri, che alcune lotte abbiano più valore di altre.
È qui che sta la contraddizione di cui parla Rashidi: non possiamo abbattere il suprematismo bianco se prima non affrontiamo il modo in cui esso continua a modellare le nostre relazioni, il modo in cui ci porta a guardare l’altro come un rivale anziché come un alleato. E questa non è solo una battaglia esterna, ma un lavoro profondo di decolonizzazione interiore, di smantellamento delle strutture mentali che abbiamo ereditato. Senza questo passaggio, ogni lotta rischia di diventare una replica del sistema che diciamo di voler distruggere, un gioco di sostituzione delle élite, senza un reale cambiamento del paradigma. La rivoluzione, prima di tutto, deve avvenire dentro di noi.
Hai parlato del ruolo dei social, e mi trovo completamente d’accordo con te. Quando ho aperto i miei canali cinque anni fa, non avrei mai immaginato che, a distanza di tempo, avrei potuto ricondividere uno dei miei primi post senza dover cambiare nulla. Eppure, è così. Questo mi spaventa. Mi spaventa il fatto che le stesse esperienze continuino a ripetersi, che le stesse parole siano ancora necessarie.
Qualche mese fa, a Torino, ho incontrato una signora che ha ascoltato tutta la mia presentazione. Dopo che la sala si è svuotata, è venuta da me e si è seduta accanto a me. Con un tono serio, quasi solenne, mi ha detto: "Ti devo raccontare una cosa".
Mi ha parlato della sua vita, di come sia stata una delle prime persone immigrate in città. Mi ha raccontato le difficoltà, la solitudine, il peso di sentirsi sempre l’unica. Ma poi ha aggiunto qualcosa che mi ha toccata nel profondo. Vedere quella sala piena, vedere me lì a parlare, per lei è stato come ricevere una carezza al cuore. Per anni aveva sentito di dover combattere da sola, ma in quel momento, per la prima volta, ha avuto la sensazione di potersi finalmente riposare.
Ed è proprio questo, forse, uno dei più grandi inganni del razzismo: farci sentire soli.
In questo, i social hanno rappresentato una rivoluzione. Hanno dato voce a chi prima non ne aveva, hanno permesso di amplificare storie che sarebbero rimaste confinate nel silenzio. Hanno creato connessioni, superando le distanze geografiche, facendo arrivare il suono delle nostre voci in ogni angolo della città e persino oltre oceano.
Quella signora mi ha lasciata con una frase che voglio ripetere anche a te. Parlando del dolore di non essere capita, mi ha detto, facendo un gesto con la mano verso il petto: "Non farlo entrare qui dentro, nel cuore".
Quelle parole continuano a risuonarmi dentro. Non perché siano un invito alla chiusura o alla rassegnazione, ma perché parlano di un atto di protezione.
Proteggere il cuore significa non lasciare che il dolore dell’incomprensione ci paralizzi, non permettere che la solitudine ci convinca che siamo isolate, che la nostra voce non abbia valore. Significa continuare a resistere senza lasciarsi consumare, senza permettere che il peso di ciò che ancora non cambia ci tolga la forza di immaginare qualcosa di nuovo.
E ora che mi parli del tuo viaggio a Londra e dell’esperienza di comunità che hai vissuto, mi chiedo anch’io se possa essere un punto di partenza. Forse non dobbiamo solo aspettare che le condizioni cambino, che qualcuno ci conceda lo spazio, che le circostanze siano favorevoli. Forse dovremmo iniziare a costruire da noi quello che ancora non esiste, creare reti reali, solidi legami che vadano oltre il virtuale, oltre la contingenza degli eventi, oltre la frammentarietà dei nostri percorsi individuali.
Perché il rischio più grande, quello che il suprematismo bianco ha sempre alimentato, è isolarci, convincerci che siamo sole, che le nostre battaglie siano personali anziché collettive. Ma se c’è una cosa che la storia ci ha insegnato è che ogni spazio di resistenza è nato dall’unione, dalla capacità di riconoscersi nell’altro, dalla volontà di costruire nonostante le avversità. Forse è proprio questo il momento di stringerci, di prendere consapevolezza che ciò che ci lega è più forte di ciò che ci separa. I tempi che stanno arrivando saranno difficili, lo sappiamo. Ma forse, se riusciamo a immaginare insieme un altro modo di stare insieme, potremo costruire qualcosa che duri, qualcosa che non si limiti a rispondere alle emergenze, ma che ponga le basi per un’esistenza diversa, radicata nella solidarietà, nella consapevolezza e nella forza collettiva.
Perché il tempo che ci aspetta sarà duro. Lo sentiamo, lo sappiamo. E per affrontarlo, dobbiamo stringerci.
Con affetto,
Nogaye