Dall’Italia alla Germania, fino alla Spagna: arresti, processi e sanzioni mentre la crisi climatica si aggrava.
di Dario Morgante e Judit Alonso Gonzalbez
Letzte generation, Berlin
Mentre l’Europa si prepara a convivere con estati sempre più torride, chi scende in strada per chiedere interventi contro la crisi climatica rischia di finire in tribunale. In Italia, lə attivistə di Ultima Generazione accumulano decine di procedimenti penali. In Germania, le proteste di Letzte Generation sono finite al centro di indagini per presunta organizzazione criminale. In Spagna, undici attivistə di Greenpeace hanno rischiato cinque anni di carcere per un’azione pacifica contro una nave che trasportava gas. Il paradosso è evidente: mentre la crisi climatica si aggrava, in diversi Paesi europei l’unica risposta è quella della repressione.
«Non cambieremo rotta. Resteremo ambiziosi». Il 13 settembre 2023, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ribadiva il proprio impegno per il Green Deal europeo, promettendo una «transizione equa e giusta» e «un futuro sano per le prossime generazioni». Nell’estate del 2026, però, quelle promesse si sono scontrate con la realtà.
L’8 agosto 2026, in Italia, l’epidemiologo Fabrizio Pregliasco ha avvertito che, se le condizioni estreme fossero proseguite, le morti provocate dalle ondate di calore estive avrebbero potuto raggiungere le ottomila unità. In Spagna, il 23 luglio a Murcia sono stati registrati 44,2 °C, mentre a Berlino, il 27 giugno il termometro ha battuto il record assoluto della città, raggiungendo i 39,9°C. Con molte abitazioni inadatte a fronteggiare periodi prolungati di caldo estremo, la carta d’alluminio applicata alle finestre è diventata un rimedio virale sui social.
Nel frattempo, chi chiede interventi urgenti si ritrova sempre più spesso nelle stazioni di polizia e nelle aule dei tribunali. Il 28 febbraio 2024, Michel Forst, relatore speciale delle Nazioni Unite sui difensori dell’ambiente nell’ambito della Convenzione di Aarhus, ha lanciato un avvertimento: «L’emergenza ambientale che stiamo affrontando collettivamente, e che gli scienziati documentano da decenni, non può essere affrontata se chi lancia l’allarme e chiede interventi viene criminalizzato». La Convenzione impone agli Stati di proteggere coloro che esercitano i propri diritti ambientali da sanzioni, persecuzioni e molestie.
Eppure, in Italia, Spagna e Germania, gli attivisti climatici devono fare i conti con continui arresti, gravi accuse penali e un’infinità di procedimenti giudiziari. Sul punto, abbiamo chiesto un parere a Markus Lammert, referente della Commissione Europea per gli affari interni, la democrazia, giustizia e il funzionamento della legge, che non ha però risposto alla nostra richiesta di intervista.
Italia. Ultima generazione: il costo giudiziario della repressione.
101 procedimenti penali in corso. Ottantasette sentenze di primo grado, 16 indagini concluse e 14 richieste di archiviazione ancora in attesa. Questa è solo una parte del bilancio giudiziario del collettivo italiano “Ultima Generazione”, organizzazione ambientalista, nata in Italia a fine 2021. «È stato, e continua a essere, estenuante», racconta a Voice Over Foundation Simone Ficicchia, attivista.
Nel 2019 Ficicchia si è avvicinato a Fridays for Future a Pavia, il movimento internazionale che ha mobilitato milioni di giovani per chiedere ai governi di intervenire sulla crisi climatica. In seguito è passato a Ultima Generazione, che ha scelto una forma di protesta diversa: i blocchi stradali. «Volevamo attirare l’attenzione, scuotere le persone ancora neutrali e far parlare del problema», spiega. Tra il 2022 e il 2023 Simone ha partecipato a oltre 80 azioni di protesta. «Ogni volta significava trascorrere fino a otto ore in questura», ricorda.
Alcune iniziative sono diventate emblematiche, come la scelta di colpire simbolicamente opere d’arte e monumenti. Nel 2022, alle Gallerie degli Uffizi di Firenze, alcunə attivistə si sono incollati al vetro che protegge la Primavera di Botticelli. A Milano, hanno cosparso di farina un’auto dipinta da Andy Warhol. Nel 2023, vernice arancione lavabile è stata lanciata sulla facciata di Palazzo Madama. «Volevamo creare abbastanza scompiglio da diventare argomento di conversazione nei bar», racconta Ficicchia.
Alla crescita delle proteste ha fatto seguito l’inasprimento della risposta repressiva, prima attraverso i tribunali, poi con le leggi introdotte dal governo di Giorgia Meloni. Il 12 aprile 2023, dopo l’approvazione di un provvedimento contro i cosiddetti eco-vandali, la presidente del Consiglio dichiarava che «chiunque danneggi il nostro patrimonio artistico deve pagare di tasca propria». La legge ha poi introdotto sanzioni amministrative fino a 60.000 euro.
Nel 2023, commentando un blocco stradale di Ultima Generazione a Milano, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva rivolto alle manifestanti una richiesta senza mezzi termini: «Portateli via e metteteli dove devono stare: in carcere». Nel 2025, il decreto Sicurezza del governo ha reintrodotto il reato di blocco stradale, punibile con una pena fino a due anni di carcere.
Per Tatiana Montella, avvocata che assiste centinaia di attiviste climatici, l’obiettivo è rendere la protesta sempre più costosa. «Lo Stato cerca di rendere meno conveniente manifestare, spingendo alcune persone fuori dallo spazio pubblico», afferma. Le contestazioni più frequenti riguardano il blocco stradale e il danneggiamento, più raramente la resistenza a pubblico ufficiale. Lə attivistə possono inoltre essere denunciati per violazione del foglio di via, che consente al questore di vietare a persone ritenute pericolose di fare ritorno in un determinato comune.
«Uno strumento nato per allontanare i mafiosi viene oggi applicato a chi protesta per il clima»,
sostiene Montella.
La violazione di un foglio di via può innescare una reazione a catena. Nel 2023, il governo ha inasprito le pene previste dall’articolo 76 del Codice antimafia, punendo fino a 18 mesi di reclusione e con una multa di 10.000 euro chi torna a manifestare in un comune dal quale è stato già allontanato. Eppure, osserva Montella, «i giudici penali riconoscono sempre più spesso il carattere arbitrario dei provvedimenti di allontanamento originari e, di conseguenza, si rifiutano di applicarli».
La repressione del dissenso ambientalista non si consuma soltanto nelle aule giudiziarie. Si manifesta anche nei quartieri, attraverso sgomberi, arresti e uso della forza. A Bologna, la mobilitazione del 2024 al parco Don Bosco è diventata uno degli episodi più controversi. Durante le proteste contro l’abbattimento degli alberi per la ricostruzione delle scuole Besta, un ragazzo di 19 anni è stato arrestato dopo che la polizia ha utilizzato un taser e spray al peperoncino.
Due anni dopo, nel quartiere Pilastro, la mobilitazione contro l’abbattimento degli alberi previsto per la costruzione di un nuovo museo per bambini si è scontrata con un dispiegamento di forze ancora più imponente. Il 2 marzo 2026, secondo Laura Pasotti, residente e attivista, circa 200 agenti, 16 furgoni della polizia e un idrante sono stati impiegati per sgomberare il presidio. Tre giovani sono stati arrestati e hanno trascorso due notti nel carcere della Dozza. Il 7 marzo, durante una manifestazione, la polizia ha fatto ricorso ai lacrimogeni.
«A un certo punto hanno cominciato a lanciarli ad altezza di persona. Molti scappavano per le strade del Pilastro, sotto i portici e dentro i cortili», racconta Pasotti. Nei giorni successivi, i furgoni della polizia parcheggiati davanti alle abitazioni hanno alimentato la paura nel quartiere. «Alcuni residenti hanno così deciso di non partecipare alle proteste».
La repressione può tradursi anche in anni di attesa, spese legali e procedimenti che continuano a occupare spazio nella propria vita, ben oltre il momento dell’azione. «La mia decisione di non essere più in prima linea non è dipesa tanto da una paura maggiore rispetto al passato», spiega Ficicchia. «Quando hai decine di procedimenti in corso, senti il bisogno di seguirli, di occupartene, anziché rischiare di aprirne un altro, ogni volta che agisci». Poi conclude: «Siamo disposti ad andare in carcere, ma non lo cerchiamo spasmodicamente. Il problema è che, anche se capita, succede anni dopo, quando nessuno ricorda più quello che hai fatto».
Germania. Letze Generation: Associazione ambientalista o organizzazione criminale?
Il 24 maggio 2023, mentre la polizia perquisisce abitazioni e locali riconducibili a Letzte Generation in sette Länder tedeschi, Rainer Wendt, presidente del sindacato di polizia Deutsche Polizeigewerkschaft (DPolG), definisce l’operazione «il segnale giusto da parte di uno Stato di diritto che sa difendersi». Il sindacato descrive le tattiche delle attivistə come Straßenterror, letteralmente «terrore stradale», presentandolə come criminali.
L’indagine ruota attorno al sospetto che alcuni membri del movimento abbiano costituito un’organizzazione criminale per finanziare azioni illegali. Un’ipotesi che apre la strada a pene severe, ma anche all’intercettazione delle comunicazioni telefoniche e ad altre misure preventive. Un mese dopo, il 24 giugno, Wendt difende le intercettazioni delle telefonate degli attivisti: «Nessuno è al di sopra della legge, nemmeno Letzte Generation».
Il movimento è nato da uno sciopero della fame organizzato a Berlino da giovani attivistə climatici nelle settimane precedenti alle elezioni federali tedesche del settembre 2021. L’obiettivo era costringere lə candidatə alla cancelleria a confrontarsi con l’emergenza climatica e a impegnarsi per la convocazione di un’assemblea dellə cittadinə dedicata alle politiche climatiche. Dall’inizio del 2022, Letzte Generation ha progressivamente adottato forme di disobbedienza civile più dirompenti, bloccando le principali arterie stradali e incollandosi all’asfalto.
Judit, 46 anni, vive nel quartiere berlinese di Wedding e ha partecipato alle attività di Letzte Generation dall’estate del 2022 alla fine del 2024. Ha preso parte a oltre 100 azioni, comprese cinque iniziative di blocco degli aeroporti. In Germania, i blocchi stradali realizzati dallə manifestanti seduti sull’asfalto non sono disciplinati da uno specifico reato. Le procure hanno fatto ricorso soprattutto al reato di coercizione (Nötigung), previsto dall’articolo 240 del Codice penale tedesco. Diversi tribunali hanno applicato la cosiddetta dottrina della Zweite-Reihe-Rechtsprechung, o «giurisprudenza della seconda fila».
In un procedimento relativo alle proteste negli aeroporti, Judit è stata condannata in primo grado a nove mesi di reclusione, con pena sospesa per quattro anni. Le è stato inoltre imposto di svolgere 200 ore di lavori socialmente utili e di pagare 2.000 euro. «A volte sembra che un tribunale decida come debba essere interpretata la legge e che gli altri si limitino a ripetere quella stessa interpretazione», racconta. Le conseguenze vanno ben oltre le aule giudiziarie. «C’è chi pensa che non si possa criminalizzare una persona perché protesta per il clima. Altri concludono che, se un tribunale ti considera un criminale, allora devi esserlo davvero».
Anche le tattiche adottate dalla polizia durante gli sgomberi sono finite sotto osservazione. Judit ricorda che, soprattutto nell’estate del 2023, per rimuovere lə attivistə incollatə alla strada si è fatto sempre più spesso ricorso a prese dolorose e tecniche basate sulla pressione su punti sensibili del corpo. «Ci sono stati giorni in cui sembrava chiaramente che ci fosse un’indicazione a usare la forza fisica e a provocare dolore», racconta. Nel marzo 2025, il Tribunale amministrativo di Berlino ha stabilito che l’impiego di queste tecniche contro un attivista durante uno sgombero era stato illegittimo, riconoscendo che la polizia avrebbe potuto rimuoverlo senza provocargli dolore.
Anche i rischi economici esercitano una pressione crescente. Nel novembre 2025, il Tribunale regionale di Amburgo ha condannato in primo grado dieci attivistə a risarcire con oltre 403.000 euro le compagnie aeree del gruppo Lufthansa per un blocco della pista avvenuto il 13 luglio 2023. Nel marzo 2026 è inoltre entrata in vigore una modifica alla legge tedesca sulla sicurezza aerea, che prevede fino a due anni di carcere o una multa per chi entra intenzionalmente senza autorizzazione nelle aree operative riservate di un aeroporto.
Alla fine del 2024, Letzte Generation ha annunciato la conclusione delle proprie attività con quel nome. Nel 2025 è nato un nuovo gruppo, Neue Generation, con una maggiore attenzione alla partecipazione democratica e al coinvolgimento diretto dei cittadini nelle decisioni politiche. «Continuo a essere attiva nei movimenti sociali, ma cerco forme di protesta che non mi espongono al rischio di finire in carcere. Posso continuare a battermi per i miei valori senza dover rischiare la prigione ogni volta», confida Judit.
Spagna. Greenpeace: la protesta sotto processo.
Da una settimana Francisco del Pozo può finalmente tirare il fiato. Lui e altri dieci attivistə di Greenpeace possono lasciarsi alle spalle uno dei periodi più difficili della loro esperienza di militanza nell’organizzazione ambientalista internazionale. Nel 2021 avevano partecipato a un’azione pacifica contro i combustibili fossili a Sagunto, vicino Valencia, ed erano stati accusati di un reato aggravato contro l’ordine pubblico.
L’azione prendeva di mira il gas naturale liquefatto (gnl) trasportato da una nave proveniente dagli Stati Uniti, in un contesto segnato dall’emergenza climatica e dal tentativo del mondo di tornare alla normalità dopo la pandemia.
Cinque anni dopo, il 23 settembre, si è aperto a Valencia il processo contro lə undici attivistə di Greenpeace. Gli imputati, provenienti da otto nazionalità diverse — quattro dei quali spagnoli — rischiavano quella che è stata descritta come la richiesta di condanna più severa mai avanzata in Europa contro attivisti ambientalisti: la procura chiedeva cinque anni di carcere per ciascuno di loro.
«Essere attivistə significa trascorrere anni, insieme alle persone che ami, nell’ansia e nella preoccupazione di essere accusati ingiustamente di reati definiti in modo distorto, con la minaccia costante di pene detentive sproporzionate», ha dichiarato Del Pozo.
«La protesta risale al 2021 e ci sono voluti cinque anni per arrivare al processo. Cinque anni di attesa, cinque anni con un’accusa sulla testa, senza sapere esattamente come sarebbe finita», ha aggiunto Diego Velásquez, anche lui coinvolto nell’azione.
«All’inizio pensi che la questione si risolverà abbastanza in fretta. Ma gli anni passano, la vita va avanti e, allo stesso tempo, il procedimento giudiziario rimane sempre lì, nella tua testa. Credo che l’attesa sia una delle parti più difficili. Non c’è soltanto il giorno del processo: devi convivere per anni con la consapevolezza che, prima o poi, dovrai affrontarlo», ha raccontato Velásquez.
Greenpeace aveva già pagato multe per un totale di 160.000 euro, ma gli attivisti rischiavano anche di dover risarcire i danni provocati.
Per l’organizzazione, il processo si inserisce in una tendenza globale alla crescente repressione, con tentativi di mettere a tacere l’attivismo e la mobilitazione sociale attraverso sanzioni sproporzionate, arresti e accuse per reati gravi, comprese quelle legate al terrorismo e alla criminalità organizzata.
«La storia dimostra che la disobbedienza civile e la protesta pacifica non costituiscono una minaccia per lo Stato di diritto. Sono, al contrario, una forza indispensabile per il progresso delle libertà e dei diritti democratici»,
ha dichiarato Eva Saldaña, direttrice esecutiva di Greenpeace Spagna.
Dodici giorni dopo il processo, durato circa dieci ore, è arrivata la sentenza: il giudice della sezione penale numero 8 del Tribunale di primo grado di Valencia ha assolto tuttə lə undici attivistə di Greenpeace. Nella motivazione si legge che i fatti contestati non rivelano «atti di violenza o intimidazione in grado di turbare gravemente l’ordine pubblico, come richiesto dalla fattispecie di reato».
«Questa sentenza è una vittoria collettiva che ferma la criminalizzazione dell’attivismo e rafforza il diritto di manifestare in un momento critico per la democrazia. La protesta pacifica è uno strumento essenziale per difendere i nostri diritti e il nostro futuro. Oggi i tribunali hanno confermato che la dignità non può essere criminalizzata. Continueremo a far sentire la nostra voce e ad agire ogni volta che sarà necessario», ha dichiarato Saldaña.
È anche una vittoria contro l’industria dei combustibili fossili.
«Essere attivistə significa farsi portavoce di una realtà estremamente scomoda per chi detiene il potere: avere un pianeta abitabile è ancora possibile, ma bisogna cambiare rotta e fermare i veri responsabili, chiamandoli a rispondere di ciò che hanno fatto»,
ha affermato Del Pozo.
Una posizione condivisa anche da Fernando Valladares, scienziato spagnolo coinvolto in una protesta durante la quale alcuni membri di Scientist Rebellion Spagna hanno lanciato succo di barbabietola sulle colonne all’ingresso del Congresso dei deputati.
«Era successo dopo la pubblicazione di un rapporto dell’IPCC. Tutti i rapporti del gruppo intergovernativo sul clima hanno due parti: un documento molto lungo, di circa 3.000 pagine, basato sul consenso scientifico, e il Summary for Policymakers, una sintesi di 60 pagine destinata ai decisori politici. Quest’ultima è stata pubblicata quasi un giorno dopo, a causa delle pressioni dell’Arabia Saudita e di altri Paesi produttori di petrolio, che hanno cercato di eliminare tutto ciò che poteva chiamarli in causa: cancellando, ripulendo e attenuando i passaggi più scomodi. Il risultato era un documento che aveva poco a che vedere con il rapporto scientifico completo dell’IPCC. È questo che ha spinto 25 Paesi nel mondo a organizzarsi e a diventare attivisti scientifici», ha spiegato Valladares.
A Madrid, i manifestanti indossavano vestaglie. «Siamo statə arrestatə tuttə: 44 persone. La polizia antisommossa ci ha trattenuti in una piazza di fronte al Parlamento spagnolo», ha raccontato.
La piazza era stata isolata. «Tutti i nostri compagni ci hanno portato da mangiare e hanno anche pulito la facciata del Congresso: l’hanno lasciata più pulita di prima. In altre parole, non era rimasta alcuna traccia di quello che avevamo fatto», ha ricordato Valladares.
Negli ultimi anni, in Spagna, sono aumentate le denunce di uso sproporzionato della forza da parte della polizia e della magistratura, così come le critiche a norme restrittive come la cosiddetta Ley Mordaza, la legge bavaglio. Nella sua relazione annuale del 2022, la Procura generale dello Stato ha incluso quello che definiva «ambientalismo radicale» nella sezione dedicata al terrorismo.
Tra il 2022 e il 2023, Futuro Vegetal ha denunciato una serie di violazioni sistematiche dei diritti dei propri attivisti. Tra i dati più rilevanti figurano 69 arresti, alcuni dei quali accompagnati da un uso eccessivo della forza. Trenta arresti sono avvenuti nell’aprile 2023, con una media di uno al giorno, mentre altri 22 attivistə sono stati arrestati nel dicembre dello stesso anno durante un’operazione di polizia contro il collettivo. Questə ultimə devono ora rispondere, tra le altre contestazioni, dell’accusa di appartenenza a un’organizzazione criminale.
Tra le violazioni denunciate, il collettivo ha documentato più di una dozzina di casi di presunti maltrattamenti, torture e umiliazioni all’interno delle commissariati di polizia.
This article was produced as part of the Thematic Networks of PULSE, a European initiative that supports transnational journalistic collaborations.