Privilegi, Diritti e Cittadinanza
Lettera #4
CHIACCHERE AFRODISCENDENTI
Lettera Ariam
Domenica 27 luglio 2025
Ciao Nogaye, che bello risentirti su questi “canali” e riprendere il nostro scambio. Posso immaginare la necessità di prendersi uno spazio di silenzio. La mia ultima lettera toccava corde delicate, e le parole di tua nonna calzano perfettamente.
Siamo abituate a voler riempire i vuoti con parole che a volte diventano inutili, ridondanti, se non proprio performative. Mentre il silenzio — quando è consapevole — può essere molto più onesto e rispettoso.
Grazie per aver condiviso la tua poesia, è bellissima! Ti sento molto vicina in quelle parole, ci ritrovo molti discorsi condivisi in questi anni. Grazie davvero.
E grazie per condividere le tue letture, sempre preziosissime. Questi ultimi due mesi sono stati molto intensi, ho cercato di regalarmi anche io dei momenti e dedicarli ad alcune letture rimandate da troppo tempo. Ma poi arrivo stanca, affannata e il cervello mi chiede una pausa — c’è chi vive questi momenti come una pausa, per me invece, per quanto siano momenti rigenerativi, richiedono concentrazione e attenzione. In questi mesi pensavo di avere tutto sotto controllo, accettando più lavori contemporaneamente, e ora mi ritrovo a incrociare le dita per riuscire a liberarmi due giorni, in questo fine luglio. Come sai, in questi anni, il mio lavoro più “stabile”, cioè quello da cui ricevo un’entrata regolare, è il babysitting. Ecco, vorrei proprio partire da qui. Lavorare con famiglie italiane, bianche e borghesi (anche se molte di loro non si riconoscono come borghesi), mi ha dato accesso, in questi quindici anni, a spazi molto intimi: relazioni, limiti, fragilità, contraddizioni. Parlerò per generalizzazioni, ma in maniera consapevole.
La mia figura crea spesso un cortocircuito: non si aspettano che una donna con due lauree e attiva in ambito culturale si occupi dei loro figli. Secondo me è proprio il motivo per cui, fin da subito, si crea una fiducia — magari solo apparente — e un legame di stima. Allo stesso tempo, queste famiglie normalizzano il fatto che, in quanto donna nera, io lavori per loro, nonostante abbiamo la stessa età e un percorso accademico più o meno simile (a volte io ho molte più esperienze lavorative o accademiche di loro). Accanto a me, nelle stesse case, ci sono quasi sempre altre lavoratrici domestiche, per lo più persone razzializzate, arrivate in Italia in età adulta, con famiglie da sostenere qui o nei loro Paesi di origine. Il 99% non ha la cittadinanza, e lavora con un permesso di soggiorno, da rinnovare ogni anno se il contratto non è full time.
Questa premessa mi serviva per raccontarti di un episodio, durante il quale una collega ha chiesto qualche ora di permesso per poter andare in questura a rinnovare i documenti. È assunta regolarmente da due anni e lavora circa 20 ore a settimana. La sua richiesta ha scatenato una tensione assurda. Mi sono trovata in mezzo a una specie di indignazione condivisa: “Perché non può farlo in un altro momento?”, “Proprio quando lavora da noi?”, “Non ci aveva pensato prima?”. E questo da parte delle stesse persone che, nemmeno un mese prima, si dicevano interessate al referendum — con quella complicità paternalista del “noi siamo informati eh”, o con domande come: “Ma tu hai la cittadinanza, vero?”, con un sorriso complice.
Ecco, se non fosse accaduto questo episodio, probabilmente mi sarei limitata a scriverti della mia delusione per il fallimento del referendum. Ma questo scarto tra teoria e pratica, tra discorsi progressisti e reazioni concrete, è stato troppo rivelatore. Così come il doppio standard accennato prima. Un’ipocrisia davvero imbarazzante: lei stava letteralmente esercitando un suo diritto, e loro quasi infastiditi, come se quella richiesta fosse un capriccio. Quando invece quello strumento — il permesso di soggiorno — è essenziale perché lei possa continuare a lavorare per loro.
È come se ci si dimenticasse, o peggio si ignorasse, quanto documenti come il permesso di soggiorno o la cittadinanza siano intimamente legati al lavoro, alle condizioni materiali di vita. Del fallimento del referendum, penso ci sia poco di nuovo da dire. Ovviamente ad avermi colpita non è solo l’astensionismo — in parte prevedibile — ma anche il fatto che molte persone, pur votando, abbiano scelto di dire “no” al quesito sulla cittadinanza. Se l’Italia avesse davvero voluto mettere in discussione il proprio razzismo strutturale, questa sarebbe stata un’occasione. Ma ancora una volta è emerso quanto quel razzismo sia profondamente intrecciato con l’idea stessa di cittadinanza. Ne avevo parlato in una delle lettere precedenti, forse in termini forti, ma lo penso ancora: il razzismo è nel DNA di questo Paese, non solo come pratica diffusa, ma come base di costruzione dell’identità nazionale.
Lo so, in questi scambi torno spesso a parlare dei progetti a cui ho dato vita, ma ci tengo a parlarti del lavoro fatto con il documentario “Appuntamento ai Marinai” perché nasce proprio dalla necessità non solo di intervenire nella discussione sulla cittadinanza, ma anche di rompere con le narrazioni dominanti, soprattutto quelle costruite intorno alla riforma per la cittadinanza del 2012-2013 e alle successive campagne. Quelle campagne spesso hanno legittimato l’idea che per essere riconosciutə come italianə bisognasse dimostrare qualcosa: una cittadinanza meritata, quasi da conquistare con buone condotte, curriculum eccellenti, “integrazione” perfetta. L’accento! Ah, l’accento! Quanto era importante in quei video: bambinə (eh sì, perché le, cosiddette “Seconde Generazioni” sono sempre minori) mostravano in camera la loro identità italiana attraverso la condivisione dei propri gusti musicali (italiani) delle loro preferenze culinarie (italiane, quasi sottintendendo la rinuncia alla cucina della propria famiglia), il tutto condito da un accento, per esempio romano, emiliano, etc. molto forte! In alcuni casi, la maglietta di Totti indossata era la ciliegina sulla torta.
Mentre Appuntamento ai Marinai ha provato ad andare nella direzione opposta: smontare la sovrapposizione tra identità e cittadinanza, rifiutare l’idea che si debba dimostrare qualcosa per vedersi riconosciuti dei diritti. Perché a nessun italiano bianco viene chiesto: “ti senti italiano?”, “che cosa fai per esserlo?”. E allora, che cos’è questa “identità italiana”?
Provocatoriamente voglio condividere qui quanto sia importante ricordare che l’italianità si forma in opposizione a un “altro” inferiore. Già durante l’età liberale e con le prime mire espansionistiche in Eritrea si inizia a tracciare il confine tra chi può essere considerato parte della nazione e chi no. Poi, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale questa identità si intensifica e si salda — al fronte, contro un nemico. Un’identità costruita sullo scontro, sul sangue, sulla gerarchia. Ed è anche per questo oggi viene continuamente messa in discussione la legittimità di chi quella storia non l’ha ereditata “per diritto di sangue”. So molto bene che queste parole potrebbero far storcere il naso a diverse persone e capisco il perché e, ovviamente, riconosco i limiti di questi pensieri attraverso cui non voglio costruire un’analisi esaustiva, ma possono servire a mettere in evidenza le crepe delle narrazioni mainstream e porsi la domanda se non sia anacronistico oggi aggrapparsi a un’identità nazionale in Occidente. Grazie alla propaganda post guerra ci siamo affezionatə e accomodatə alla ricostruzione dell’identità italiana, alla dolce vita, alla moda, al ricordare il patrimonio culturale di cui tuttə abbiamo imparato ad onorare e rispettare. All'antifascismo. Ai partigiani. Una narrazione patinata che ha oscurato completamente le origini coloniali e razzializzanti dell’identità italiana.
Un’identità nazionale capace di creare divisioni tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. È, nei fatti, uno strumento di controllo, esclusione e repressione. In questo contesto la cittadinanza smette di essere un diritto e diventa un’arma. Un premio da dare o da negare. Ma per moltə di noi è, semplicemente, un documento. Uno strumento per viaggiare, lavorare, accedere ai servizi. Nient’altro. L’identità non ha uno spazio. L’identità è nostra. È personale, intima, fluida ed in costante evoluzione.
Durante la mia esperienza con “Appuntamento ai Marinai”, e anche nelle ricerche condotte per l’università, è emerso chiaramente una questione: nessunə parla di cittadinanza e identità come due cose legate. Nessunə di loro mi ha detto: “Mi sento italianə ora che ho il documento”. C’è chi mi ha detto che si riconosce da sempre come italianə in termini culturali e che non ha mai avuto modo di legare con il contesto culturale di origine. C’è chi vive serenamente apprezzando e appropriandosi/riappropriandosi di più culture e lingue, così come c’è chi si sente molto lontano dal definirsi italianə. È davvero banale e scontato scrivere qui quante sfumature e complessità possano esistere. Ma sulla questione cittadinanza e identità, in moltə hanno condiviso questa affermazione: “Se lo Stato mi ha sempre detto che non lo sono, perché dovrei crederci oggi, solo perché ho un pezzo di carta?”.
Guardo al fallimento del referendum. Ripenso alla tua poesia. Guardo a quello che mi circonda. Mi accorgo che, nei nostri scambi, abbiamo parlato di spazi di lotta, di sorellanza, di rabbia condivisa… ma non abbiamo mai nominato la Palestina. Il Sudan. Le rivolte in California. I CPR. Da parte mia, a trattenermi è spesso un senso di inadeguatezza: la paura di non avere gli strumenti, le parole, il “diritto” di parlare. Ma poi mi chiedo: e chi invece ne parla con disinvoltura, con slogan pronti, con certezze ben confezionate? Quanto di quel parlare è reale posizionamento e quanto è solo narrazione di sé? Posizionarsi pubblicamente, sui social, nei collettivi, nei festival (per citare i contesti che conosciamo) ma poi, nel concreto?
C’è un privilegio sottile ma potente nel poter scegliere di prendere parola solo quando conviene, quando è simbolicamente forte ma materialmente innocuo. Un privilegio che consente di dire “io c’ero”, “anch’io ho detto la mia”, ma senza mai rischiare davvero. E allora mi domando: a cosa serve tutto questo?
Scusa la digressione, ti ho portata con me in questa centrifuga di pensieri, lo so. Ma per quanto possano sembrare punti disconnessi, avevo bisogno di rivedere tutto questo insieme, di restituirti non solo un ragionamento ma un orizzonte.
Un abbraccio affaticato,
Ariam
Lettera Nogaye
Venerdì 15 agosto 2025
Cara Ariam,
Grazie a te, questi scambi mi fanno sentire in una sorta di rituale di guarigione, tornare a leggerti e risponderti mi regala una sensazione che ancora non so come descrivere, quindi il ringraziamento è reciproco. È un posto in cui provare a tirare le fila di un grandissimo flusso di coscienza che da qualche parte dobbiamo pur mettere per non soffocare nella matassa di pensieri e di domande senza risposta.
Capisco bene la sensazione che descrivi, come sai è da anni che prometto di alleggerire la mia agenda, ma niente… finisco sempre per “exajerare” (come direbbe mia mamma) e arrivare al burnout. Quei pochi giorni per riprendermi non bastano mai, perché si scontrano con la montagna di cose che mi aspettano al ritorno. Alla fine, anche quando cerco di godermi il momento, la testa è già lì a pensare a quello che devo — o che avrei già dovuto — fare.
Nella mia testa continuano a risuonare queste parole, mentre le leggevo riuscivo anche ad immaginarmi il tono scocciato, supponente che sa di arroganza mista a suprematismo:
“Perché non può farlo in un altro momento?”, “Proprio quando lavora da noi?”, “Non ci aveva pensato prima?”.
Ho provato un nervoso che ancora faccio fatica a scrollarmi di dosso, e questo solo leggendo il tuo racconto… non oso immaginare cosa significhi viverlo in prima persona. Mi è tornata in mente una riflessione di Françoise Vergès in Femminismo decoloniale, dove sottolinea come il capitalismo non si limiti a mercificare le cose, ma finisca per trasformare in merce anche i corpi e le anime delle persone, mettendole letteralmente al servizio dell’Occidente. Questo processo di deumanizzazione si riproduce in ogni settore, diventa sistemico, quasi un automatismo. Se questo non è razzismo nel DNA, allora cos’è? Sono parole dure, certo, ma reali. Una volta avevo provato a scriverlo in un mio testo, e mi era stato chiesto di toglierlo perché considerato “troppo divisivo”…
In totale trasparenza, personalmente ho dovuto prendermi alcune settimane per digerire il risultato del referendum… è stato uno schiaffo di realtà non indifferente. Ho percepito la tensione che si è creata anche nella mia divulgazione, con un aumento esponenziale di odio in ogni contenuto che affrontava questo tema. I discorsi che ho letto e sentito nei mesi di campagna sono inqualificabili, mi sono sentita vuota, anzi svuotata. Mi sono sentita stupida perché ci ho creduto e contemporaneamente ingenua perché il risultato era prevedibile.
Come dici tu, il razzismo è nel dna di questo paese, radicato nella mente anche dei cosiddetti buoni, che nonostante tutto pensano che la cittadinanza non si regali. Questa è stata una delle argomentazioni più sentite, ma come si fa a regalare un diritto? Come si fa a regalare qualcosa come l’autodeterminazione e una vita non legata ad un ricatto perenne, come puoi pensare che sia un regalo ciò che tu hai ricevuto alla nascita? Forse la parola che si dimenticano e anzi non vogliono usare è privilegio.
Durante uno degli ultimi eventi a cui ho partecipato un ragazzo mi ha chiesto di spiegargli il significato di privilegio perché lui non riusciva a capire come quelli che dovrebbero essere diritti vengano chiamati privilegi… Io gli ho risposto con una delle più celebri citazioni di Gino Strada perché da spiegare c’è ben poco: quando i diritti sono di pochi diventano privilegi…
La tua lettera ha risvegliato in me diverse emozioni e ricordi come il nostro viaggio a Berlino durante la settimana contro il razzismo. Non potrò mai dimenticare le facce stupite delle persone a cui raccontavamo di come veniva gestita la campagna per la cittadinanza, le proposte della Lega, l’esame di italianità, ora quasi sorrido a pensare a tutte le volte che ho visto bambini neri e il Parmigiano Reggiano, come se fosse una prova inconfutabile, povere persone nere intolleranti al lattosio e loro come fanno? Ogni tanto sdrammatizzo perché in realtà vorrei lanciare il computer da cui sto scrivendo e urlare e basta…
Sarebbe tutto meno complicato se le persone bianche capissero che quello che proteggono con le unghie e con i denti è solo una costruzione artificiale, la categoria dell’altro, del diverso creato per essere schiacciato, segregato, reso alieno e sbagliato. Identità e cittadinanza, un connubio che riporta a ferite così intime che ogni tanto fingo di aver curato, ma sono sempre lì.. come le cicatrici che fanno male quando fa brutto tempo. E che tempi bui corrono qui in Italia e nel resto del mondo. Cosa ho fatto a me stessa da quando ho memoria per sentirmi dire sei italiana, per sentirmi parte, ho cancellato, calpestato, nascosto tutto quello che poteva essere considerato altro, arrivando anche a cambiare il mio stesso nome. Nessuno si rende conto di cosa comporti questa propaganda, di quanto costi, per citare la mia poesia.
A me è costata tanto, e ancora oggi ne pago il prezzo. Sto cercando di ricostruire, a spizzichi e bocconi, la mia identità senegalese, un’identità che non ha mai avuto nulla di sbagliato. Avrei potuto vivere entrambe le mie appartenenze fin dall’inizio, se solo non avessi creduto alle menzogne di chi, in ogni caso, non mi avrebbe mai accettato davvero.
Mi scuso se la mia risposta si muove come un flusso di coscienza, ma leggere il tuo racconto ha aperto nel mio cervello stanze su stanze, piene di ricordi e riflessioni. Spero riuscirai a trovare un senso in questo mio rigurgito di parole, che è insieme confessione e tentativo di comprensione.
Vorrei soffermarmi su un aspetto scomodo, aprendo una piccola parentesi: penso alle persone razzializzate che, durante la campagna referendaria, hanno scelto di tacere. O peggio, a chi ha rivendicato con orgoglio la propria fatica, quasi a trasformarla in un traguardo da difendere, con frasi come:
“Io ho aspettato 24 anni per avere la cittadinanza, perché altri dovrebbero ottenerla in cinque?”
In quelle parole percepisco tutto il peso di una ferita interiorizzata: la logica che ci insegna a giudicare chi sta affrontando lo stesso percorso, invece di riconoscere la violenza del sistema che ci ha imposto queste regole ingiuste. Passo dopo passo, finiamo per diventare complici di un meccanismo che produce mostri: un meccanismo che discrimina, che deumanizza e che trasforma la sofferenza in merito da esibire, impedendoci di costruire solidarietà e resistenza. Una volta, un ragazzo senegalese mi ha detto: «Io non capisco perché ci tenete così tanto, se loro non vi vogliono». Quelle parole, semplici e dirette, mi hanno attraversata allora e continuano a risuonare nella mia testa oggi. Perché mostrano con crudezza un punto cieco: quando la politica identitaria viene distorta e piegata a logiche escludenti, non solo alimenta barriere esterne, ma ci insegna a costruirne di nuove anche dentro di noi.
Ogni tanto quando perdo le speranze penso “ma perchè rimaniamo se tanto non ci vogliono?” Queste sono le frasi che mi hanno accompagnata nel periodo post-referendum e io lo so bene che il nostro lavoro, non ha niente a che fare con la bianchezza, con il convincerli, è per noi, fatto da noi, proprio anche per guarire proprio quelle ferite di cui parlavo, per colmare delle lacune, ma chi colma il vuoto che a volte dobbiamo portarci dentro?
Non scusarti della confusione: in realtà è tutto chiarissimo. Non possiamo smettere di parlare di genocidio o di campi di detenzione, perché il filo conduttore è sempre lo stesso: l’indifferenza del singolo. Penso al genocidio in Palestina e a chi oggi, quasi come fosse diventato di tendenza, si espone sventolando bandiere al contrario, urlando slogan che manco si conoscono, per poi tornare comodamente alle proprie vite, sentendosi dalla parte giusta della storia per aver fatto il minimo indispensabile. E allora penso al Sudan, al Congo, a tutte le crisi invisibili di cui non parla quasi nessuno. Mi chiedo se arriverà mai il giorno in cui anche queste vite diventeranno degne di attenzione, o se resteranno sempre fuori dall’immaginario collettivo. Perché anche nell’attivismo, anche nella solidarietà, esistono gerarchie: alcune morti scuotono le coscienze, altre no.
Scusa la spietatezza, ma questo mondo a tratti mi disgusta, mi lascia inerme. Eppure so che non posso permettermi di restare ferma.
Ho letto una riflessione che mi ha colpito: il privilegio bianco è anche il privilegio di non doverci pensare. Io invece non riesco quasi più ad avere relazioni con persone che liquidano tutto con un “ma non ci pensare”. Come potrei? Mi chiedo spesso cosa si provi a vivere in quella leggerezza, in quella inconsapevolezza che sembra un lusso. Come si fa a non pensarci? Cosa si prova? Forse un vuoto più leggero del mio, una sensazione di sollievo che io non ho mai conosciuto.
Eppure, a volte — e lo scrivo anche nel mio libro — mi sento davvero fortunata ad essere nera. Risvegliata, imperfetta, ma consapevole della responsabilità che abbiamo: continuare la lotta contro il mostro nella stanza, il suprematismo imperialista capitalista bianco. Una lotta che le nostre sorelle oltre oceano ci hanno insegnato a portare avanti, mentre qui, in Italia, molte femministe bianche continuano a citarle senza comprenderle davvero — facendo rivoltare nella tomba chi ci ha lasciato e fischiare le orecchie a chi ancora resiste, aspettando un cambiamento che forse non arriverà mai.
Nogaye