Capelli, cultura e moda

Lettera #5

CHIACCHERE AFRODISCENDENTI

Lettera Ariam
Istanbul, 26 agosto 2025

Ciao cuore, che bello saperti a Napoli! Spero che tu abbia trovato momenti per riposare e prenderti cura di te. Io faccio fatica a mantenere la concentrazione. Ogni pausa, ogni silenzio, si riempie di domande. Come ti accennavo nell’ultima lettera, mi chiedo che cosa stiamo facendo. Mi chiedo se non stiamo vivendo in un inferno in cui la morte di innocenti è diventata normalità, spettacolo, un film a cui assistiamo senza intervenire. 

Continuiamo la nostra quotidianità rivendicando giustamente il diritto alla serenità, ma nel mentre restiamo a guardare lo sterminio di popolazioni intere. Siamo capaci di condannare il passato, ci indigniamo per il presente, ma alla fine, con un senso di profonda impotenza, non si fa niente nel concreto. E allora mi chiedo se ci meritiamo davvero la vita. 

Mentre il mondo continua a crollare a pezzi, in contraddizione pazzesca con i sentimenti appena condivisi, ti scrivo dalla Turchia, dove ho avuto la possibilità di trascorrere gli ultimi dieci giorni. Forse è questa la realtà delle nostre vite, muoversi continuamente tra il crollo del mondo e le piccole battaglie quotidiane che lo riflettono. Dentro questa tensione si è inserita anche l’esperienza a Istanbul. Grazie a un programma internazionale, sono state riunite una ventina di persone da diverse parti del mondo, in gran parte giornalistə investigativə e attivistə per il clima. 

Un’esperienza preziosa, fatta di momenti intensi e conversazioni profonde — spesso faticose, a volte dolorose. Il tema di questa residenza era lo storytelling, e l’organizzazione ospitante aveva previsto diversi incontri con realtà locali. Abbiamo parlato di libertà di stampa, archivi, memoria, e in particolare - dato il contesto - del genocidio armeno. Alcuni dei partecipanti non ne sapevano nulla, altri ne sapevano poco. Ci siamo trovati in un vortice di domande e riflessioni, parlando del passato ma vedendone i meccanismi di sterminio e distruzione ripetersi nel presente. 

È stato interessante incontrare giornalisti ed attivisti da diversi Paesi africani, dal Sud Africa, Malawi, Zimbabwe, Lesotho e Uganda.  Ci siamo confrontati sull’importanza degli archivi e su quanto, per intere comunità o Stati, sia difficile ricostruire la propria storia e cultura. Così come lo ha sottolineato chi arrivava dalla Colombia o dal Messico.

Guardando al lavoro svolto dalla Hrant Dink Foundation , abbiamo provato rispetto e stima, ma anche un senso di mancanza. Avere oggi così tante tracce di una storia che rischiava di essere cancellata significa poterla restituire con dignità. Qui si vede tutta la rilevanza degli archivi. 

La riflessione emersa è che per i Paesi colonizzati, la storia non è solo stata interrotta, ma in molti casi deliberatamente cancellata. Ricostruirla diventa allora un atto politico, un modo per restituire memoria e continuità laddove la violenza coloniale ha imposto fratture. 

E poi abbiamo aperto un dialogo sul tema della nerezza e delle sue sfumature. Molti erano sorpresi nell’ascoltare l’esperienza di nerə in Italia, le nostre traiettorie, le nostre contraddizioni. Ciò che ci accomuna è l’aver spesso inseguito codici estetici ed espressivi non nostri, sacrificando parti di noi stessə. Eppure, oggi, nonostante la globalizzazione e il mercato mainstream continuino a plasmare identità e immaginari, una nuova consapevolezza ci permette di trasformare quelle ferite in forza.

Quella conversazione mi ha riportata indietro, a soffermarmi su come moltə di noi sono cresciutə. 

Crescere in Italia ha significato anche sentirsi dire continuamente come vestirsi, come portare i capelli, come rendersi “presentabili”. Dettagli importanti nelle nostre culture, spesso con significati profondi, legati alla resistenza e alla dignità, vengono guardati con sospetto o ridicolizzati. Eppure, se gli stessi segni vengono appropriati da un brand di lusso, diventano improvvisamente “fighi”. 

Penso, ad esempio, alle congo, le scarpe dei guerriglieri eritrei fatte riciclando pneumatici, simbolo di lotta e ingegno, oggi richiamate da collezioni di moda che ne svuotano il senso politico. Oppure penso ai capelli afro; gli afro delle donne al fronte durante la guerra d’indipendenza (1961-199: fu un conflitto armato contro l’Etiopia, concluso con la vittoria del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo (EPLF) e l’indipendenza formale del Paese nel 1993. Una caratteristica distintiva del movimento fu la partecipazione attiva delle donne, presenti anche al fronte come combattenti).

erano diventati un simbolo di resistenza e di libertà. Anche l’estetica, in questo senso, porta memoria e cultura, e racconta molto più di quanto spesso le persone vedano in superficie. Eppure, ricordo quando ero all’università, un’amica, anche lei di origini eritree, parlando di colloqui e ambizioni lavorative, mi disse: “mica penserai di presentarti con ‘sti capelli”. Portavo gli afro naturali, molto prima del ritorno alla moda. Quelle parole mi fecero male, perché in infanzia e adolescenza avevo lottato per non cedere alla stiratura chimica, nonostante tutto attorno a me spingesse in quella direzione. Da mia madre, stanca di aiutarmi con le acconciature, alle mie coetanee eritree che si sentivano più belle accarezzandosi i capelli lisci e maneggiandoli con semplicità e alle compagne di classe bianche che ridevano delle mie trecce. Infatti, verso la fine delle superiori, ci sono cascata anch’io e ho usato prodotti liscianti. Per qualche anno ho continuato, finché non ho visto gli effetti sulla cute — bruciature, irritazioni, croste — e nel 2007 ho deciso di non farlo più. Forse per questo, anni dopo, le parole della mia amica mi hanno ferita così tanto; mi riportavano a tutte le voci che mi dicevano di correggere i miei capelli per poter essere accettata. 

Fast forward: dieci anni dopo, per farmi un taglio scalato, avevo fatto una piega utilizzando la piastra. La sera successiva, dopo il babysitting, avevo un colloquio per un bando su progetti di “inclusione”. La madre dei bambini che seguivo mi guardò e disse: “ma perché li hai stirati? Dovevi lasciarli naturali per il colloquio, ti avrebbero dato più chance!”. In quel momento mi sono sentita offesa. Non so cosa mi abbia infastidito di più, una donna bianca che mi diceva come portare i capelli o il fatto di sentire la mia identità e la mia estetica trattate come strumenti per piacere a qualcun altro. Episodi come questo mi fanno capire quanto lo sguardo esterno continui a definire — e spesso limitare — la possibilità di esistere nei nostri corpi. Da un lato ci viene chiesto di adattarci per sembrare “presentabili”, dall’altro veniamo esotizzatə proprio per ciò che ci rende diversə. 

Qui ritorna la questione del privilegio. Per le persone bianche l’identità è qualcosa da vivere senza giustificazioni, difese o strategie. È un dato di fatto, una condizione naturale. Per noi, invece, diventa un terreno di negoziazione continua, esposto a commenti, giudizi, correzioni.

Lo vedo anche in altre esperienze dirette. Per esempio, la diaspora eritrea che rientra d’estate si è guadagnata il soprannome di beles — i fichi d’India, presenti solo in quella stagione. È un modo per dire che siamo di passaggio, apparteniamo ma solo a metà. A volte ci leggo anche un sottotesto; ovvero, noi della diaspora possiamo tornare, ma restiamo comunque estranei. Portiamo addosso una nostalgia selettiva, capace di cogliere la parte bella e romantica del Paese e non il peso delle fatiche quotidiane di chi ci vive. Così, se un eritreo di base in Eritrea non mi riconosce come eritrea perché nata e cresciuta altrove, lo capisco e lo rispetto. In altri contesti sento invece di potermi rivendicare, di poterlo dire senza esitazioni. Ma allo stesso modo non sento il bisogno di definirmi italiana — la vivo come un fatto, non come un’appartenenza, ed è anche questo un atto politico — ma non permetterei mai a un occidentale di decidere per me chi sono. È già accaduto, per esempio, di sentirmi dire “per me tu sei italiana” oppure il contrario, ma in maniera più subdola con il famoso “ma come parli bene l’italiano”. Come se la mia identità fosse un’opinione altrui, un’etichetta da assegnare a seconda dello sguardo che mi attraversa. 

E allora torno a pensare ai capelli, al corpo, all’estetica. Perché per noi non sono mai “solo moda”. Sono codici invisibili che ci possono aprire porte o sbatterle in faccia, che ci fanno diventare accettabili o respinte, celebrate o ridicolizzate. In certi momenti schifate, in altri imitate perché “va di moda”. L’esterofilia ha trasformato i nostri corpi e le nostre estetiche in un trend da consumare: prima rifiutati, poi copiati. Ma sotto, le gerarchie restano intatte. 

Non so davvero come concludere questa lettera, ma si è fatto tardi e devo finire di chiudere la valigia. Oggi rientro a Milano e domani riprendo con il babysitting. Spero di vederti di persona presto! 

Un abbraccio, 

Ariam

Lettera Nogaye
Abbiategrasso, 10 settembre 2025

Cara Ariam, 

Leggerti e risponderti è diventato uno dei momenti preferiti di questi ultimi mesi, nella lettera precedente ho usato il termine rituale ed è esattamente quello che è diventato. Mi rendo conto che non riesco mai a risponderti subito, deposito delle idee date dai tuoi spunti e poi le lascio sedimentare, per poi tornare con chiarezza. Diciamo che la mia estate ha preso una svolta inaspettata, doveva essere un momento di riposo e si è rivelata invece un’ennesima pugnalata al mio cuore già stanco. Ho passato settimane a piangermi addosso e a sentirmi in colpa per il privilegio di stare male per alcune delusioni d’amore e insoddisfazioni lavorative, mentre il mondo letteralmente brucia. Viviamo in un equilibrio precario fatto però dei nostri privilegi che vanno riconosciuti e contestualizzati in questa roller coaster chiamata vita.

Spesso percepisco il mio corpo come un ammasso di pezzi che si muovono per inerzia, tra scadenze, consegne, bollette e tasse da pagare. Un corpo che reclama riposo, ma che allo stesso tempo non riesce a goderselo, un corpo pieno di cicatrici che non possono guarire, un corpo che sanguina, ma allo stesso tempo può respirare. L’impotenza che descrivi è una costante, ma anche una bussola che mi ricorda che ho una responsabilità, che posso accogliere la mia sofferenza personale, ma devo contestualizzarla all’interno della sofferenza collettiva.

Tra le caratteristiche identitarie che costellano la mia esistenza, la mia neurodivergenza spesso non trova spazio, essere una persona ADHD composto di grado severo (disturbo dell’attenzione e dell’iperattività) in un mondo razzista e capitalista non è semplice, nonostante il mio percorso farmacologico e terapeutico la consapevolezza di non potermi fermare durante i periodi di ricaduta, mi porta a non riservare a me stessa la stessa cura che avrei per una persona che amo. Ogni tanto però nella lucidità sono fiera di me perché in questa vita di stenti e privazioni,cerco di trovare la mia felicità. Subito dopo la fine del mio percorso universitario, i miei genitori e le persone a me care si aspettavano che facessi l’avvocata.

Quando mi chiedevano perché non vuoi farlo? Io rispondevo sorridendo perché voglio essere felice e non voglio essere complice di un sistema basato sulle disuguaglianze formali e sostanziali, spesso create e avallate dal sistema stesso che giura che siamo tutti uguali mentre procede a trattarci in modo diverso a seconda della nostra caratteristica identitaria.

L’università è stata una delle tante tappe del mio risveglio di coscienza, ho deciso di studiare diritto per capire come funziona il mondo, ho studiato a lungo anche in maniera indipendente le leggi che ci relegano al margine. Per capire la legge sulla cittadinanza sono tornata indietro fino alla primissima legge quella del 1912, ho seguito la sua evoluzione o oserei dire involuzione scoprendo che il diritto si piega al populismo, al potere, alle destre escludendo e includendo a seconda dell’agenda politica. Ho scoperto che gli strumenti per creare una società giusta ci sono, ma nessuno li vuole utilizzare perché le divisioni sono il mezzo attraverso il quale il potere si consolida. 

Capire tutto questo mi è servito a trasformare le mie ferite in forza, a comprendere che le mie scelte erano dettate dalla sopravvivenza, guardare indietro mi ricorda esattamente perché ancora oggi mi fa male il cuore, ma poi mi ricordo che da quel dolore sono rinata e ora quel dolore è la consapevolezza che mi permette di continuare a muovermi, anche se a volte con inerzia. 

In tutto questo sembra banale parlare di capelli e corpo, ma proprio come dici tu sono codici invisibili e testimonianze di resistenza. Il giorno in cui ci siamo conosciute è stato l’ultimo giorno in cui ho indossato una parrucca per vergogna, non ho nemmeno aspettato di tornare a casa, appena salita in macchina me la sono tolta, mi sono guardata allo specchio e ho detto basta.

Ho iniziato un percorso in quella che ho definito la mia vergogna consapevole rispetto a tutto il male che mi sono fatta nel periodo in cui ero Noghina, colei che cercava accettazione attraverso la cancellazione identitaria. Attraverso i social ho cercato un parrucchiere specializzato in capelli afro, mi sentivo una bambina che imparava a camminare, è stata una giornata stupenda. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, mi ricordo ogni singolo passaggio. Ho dovuto rasare la maggior parte dei miei capelli che erano dilaniati da decenni di creme liscianti e extension, ho ascoltato e custodito ogni consiglio che mi ha dato il parrucchiere che tra l’altro era eritreo e mi ha raccontato tutta la sua storia e come da anni ormai si prende cura di tante sorelle che hanno deciso di ritrovare se stesse e di amarsi per quello che sono. Sono passati quasi cinque anni da quel primo appuntamento, i miei capelli ora sono la testimonianza delle catene che sono riuscita a spezzare, ora ho un afro esagerato, capelli lunghissimi, che alterno a trecce e a periodi di parrucche quando non ho tempo, perché nessuno parla della cura che ci vuole per mantenerli, ma la parrucca non è più vergogna ma praticità. 

Il mio percorso è fatto anche di ricadute, voglio raccontartene un paio, perché nonostante la consapevolezza questi codici invisibili rimangono e a volte ci condizionano. Quando è uscito il live action di Barbie della Mattel, mi hanno invitato alla première, quando ho pensato al mio outfit la prima cosa su cui ho riflettuto è che dovevo mettermi la parrucca liscia, mentre il mio cervello procedeva in questo automatismo tutto quello che avevo imparato andava a farsi fottere, perdona il francesismo. Durante tutto il film io continuavo a pensare alla mia decisione e una parte di me cominciava a capire… avete mai visto una Barbie con l’afro? Anche le cantanti e modelle nere più famose, non si sono mai fatte vedere con i propri capelli naturali perché nei media ancora oggi liscio è sinonimo di elegante… Il giorno dopo mi sono disfatta subito le trecce che mi ero fatta fare e ho regalato la mia costosissima parrucca a mia madre, dicendole che non era un addio, ma un arrivederci. Nei mesi seguenti ho portato i miei capelli naturali, spesso non nel migliore dei modi - devo dire la verità - e quindi ricorrevo ai turbanti per tutte le sere in cui mi dimenticavo di dormire con il bonnet o di fare le maschere e i twist. Il turbante però era diventato anche la mia identità, usavo colori bellissimi e trame in wax che mi facevano sentire orgogliosa di essere senegalese, ancora una volta però, a distanza di anni, quei codici invisibili sono tornati. Proprio quest’anno volevo tornare in accademia e provare con il dottorato. Il primo pensiero è andato proprio ai capelli… ancora una volta mi sono vergognata delle riflessioni automatiche che ho cominciato a fare: se vado con il turbante cosa penseranno? Forse andare con un turbante arancione a chiedere a un professore di prendermi come sua dottoranda darà una cattiva impressione? Penserà che non è un abbinamento appropriato al contesto universitario? Così ho deciso di svegliarmi prima e sistemare il mio afro anche se non avevo fatto la maschera, sono arrivata in ritardo e ho fatto veramente una brutta impressione e il giorno dopo ho preso appuntamento per farmi le trecce. 

Tutto questo mi fa rabbia e mi fa pensare a come questa sofferenza rimanga silenziata e di come le trecce siano diventate una moda estiva, o le famose trecce alla Kim Kardashian. Ogni volta che vedo una donna bianca con le trecce mi viene il nervoso, per la superficialità, per come vengono trattate come un gioco, una moda, un “io mi sento nera dentro”. A volte mi sembra di vivere nel multiverso. Ripenso ai consigli non richiesti a tutte le volte che mi hanno detto “con le trecce stai bene… ma con i capelli lisci stai meglio” o l’arroganza ingenua del “io vorrei tanto avere i vostri capelli” e io giuro ogni volta penso ma che ca**o dici? Cosa ne sai? Ancora una volta il privilegio di non dover mettere in discussione la tua esistenza e l’arroganza di voler provare la nostra identità come fosse un gusto di gelato: FOLLIA. 

Raccontarti questi momenti a tratti è umiliante, so che non ci sarà giudizio ma solo comprensione, non posso rinnegare il mio passato e il mio presente, le mie contraddizioni, le mie insicurezze e la mia forza, io sono tutto questo. Il termine di cui mi ha raccontato beles mi ricorda la parola in wolof toubab, che vuol dire persona bianca, così mi chiamano quando vado in Senegal. Prima anche io mi arrabbiavo perché è tutta la vita che le persone bianche mi ricordano che sono nera, straniera e che non appartengo neanche al mio popolo…

La verità è che non sono di certo una persona bianca, ma non sono nemmeno solo senegalese, perché sto imparando a conoscere il mio paese ora. Sono un ibrido in continua evoluzione che ha abbandonato la ricerca dell’accettazione da una parte e dell’altra e che ha imparato a riconoscersi nel caleidoscopio di un'identità multipla, fatta di corpo, capelli,  odio e amore,  ferite ma anche di processi di guarigione.

Non so nemmeno io come concludere questa lettera e quindi ti ringrazio ancora una volta per questo momento prezioso di condivisione tra passato e presente, tra riflessioni nere e bugie bianche. 

Nogaye

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