Il volto da accusare, la rabbia sociale da nascondere
L'arresto del ricercatore Youssef Siher racconta molto più di una vicenda giudiziaria. Racconta di uno Stato che, di fronte alla rabbia sociale, preferisce fabbricare un nemico anziché interrogarsi sulle proprie disuguaglianze. E di un sistema mediatico, al servizio del potere, che trasforma il dissenso in una minaccia, prima ancora che un tribunale si pronunci.
di Sara Manisera/Redazione miccia mag
Nel 1972 Marco Bellocchio dirigeva il film Sbatti il mostro in prima pagina. Gian Maria Volonté interpretava il direttore di un quotidiano capace di trasformare un fatto di cronaca in un'arma politica. La stampa non raccontava semplicemente la realtà: la costruiva. Selezionava i colpevoli, fabbricava paure, orientava il consenso. Cinquantaquattro anni dopo, quel film sembra un documentario sull'Italia contemporanea.
Il 24 ottobre 2026 Youssef Siher, politologo, ricercatore e collaboratore freelance di varie testate tra cui miccia mag, magazine di Voice Over, è stato fermato su disposizione della Procura di Milano. Trent’anni, italiano, è accusato di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e attraverso strumenti informatici o telematici, in relazione ai canali social del cosiddetto “Movimento 17 ottobre”. Anche sua moglie, Sagia Hammoud, mediatrice culturale, risulta indagata. Secondo la Procura, Siher avrebbe conoscenze informatiche tali da poter “sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Nella richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare in carcere, i magistrati richiamano il pericolo di fuga e quello di reiterazione del reato.
Non c'è una sentenza. Non c'è una responsabilità accertata. Eppure il verdetto mediatico sembra già scritto. Youssef è diventato la “mente”, il “regista”, il “cervello” della rivolta. La sua faccia è finita sui giornali. Le sue origini, la religione, la moglie, i rapporti personali e professionali sono diventati dettagli da esibire, indizi da accumulare.
Eppure, dalle undici pagine del provvedimento di fermo emergono interrogativi che meriterebbero ben altra attenzione giornalistica. Il gruppo Telegram e l'account Instagram “Movimento 17 ottobre” sarebbero stati creati la sera del 18 ottobre, quando gli scontri nelle manifestazioni milanesi erano già terminati. Non possono dunque aver ispirato retroattivamente quelle proteste. Nei canali vengono richiamate convocazioni a manifestare il 24 ottobre, appelli alla mobilitazione contro il governo Meloni e indicazioni difensive in caso di interventi delle forze di polizia. Secondo questa lettura degli atti, non emergerebbero incitamenti espliciti alla violenza direttamente attribuibili a Siher, mentre alcuni commenti violenti sarebbero riconducibili a utenti anonimi, difficili da moderare da parte di una sola persona considerate le dimensioni del gruppo (oltre 6000 persone). Si tratta di questioni che dovranno essere valutate dall'autorità giudiziaria, distinguendo rigorosamente le condotte individuali dalle dichiarazioni di terzi.
Ma soprattutto, quali elementi concreti dimostrerebbero la finalità terroristica? Su quali basi una manifestazione ancora da svolgersi può essere preventivamente descritta come una “sommossa” e i suoi potenziali partecipanti come “facinorosi”? Quando l'organizzazione di una protesta e la diffusione di indicazioni per difendersi da eventuali interventi di polizia diventano indizi di un progetto eversivo?
Sono domande che chiamano in causa la presunzione di innocenza, la libertà di manifestazione e il principio di responsabilità penale personale. E colpisce il silenzio di tanti sedicenti garantisti, sempre pronti a invocare le garanzie costituzionali quando a essere indagati sono esponenti politici, imprenditori o uomini di potere.
A rendere ancora più inquietante questo scenario è il decreto sicurezza dell'ottobre 2026, che introduce il reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche», anticipando la soglia della punibilità all'organizzazione, alla promozione e all'istigazione di determinate condotte violente, anche prima che si realizzino. Una disposizione passata quasi inosservata, che solleva interrogativi sulla compatibilità con i principi costituzionali di offensività, determinatezza e libertà di manifestazione. Il rischio è che il confine tra prevenzione dei reati e criminalizzazione del dissenso diventi sempre più labile.
Resta inoltre decisivo chiarire quali condotte siano contestate a Siher, poiché la nuova norma, entrata in vigore il 23 ottobre, non può essere applicata retroattivamente ai fatti del 17 e 18 ottobre.
Come può Youssef essere già diventato, nei titoli, la mente di una rivolta che lo precede? L'imbroglio popolare funziona attraverso la fabbricazione del nemico immaginario e l'assunzione di una speciale canaglia: “il facinoroso”. Qualcuno a cui attribuire il disordine, la paura, la violenza. Un volto da mostrare affinché tutto il resto possa rimanere invisibile. Un nome e una storia da dare in pasto alla frustrazione delle persone con tale violenza da scavallare la logica stessa.
La fabbricazione del nemico
Il razzismo mediatico non ha sempre bisogno di insulti espliciti. Funziona attraverso associazioni, omissioni, fotografie, parole ripetute fino a diventare senso comune. Un ricercatore italiano di “origini marocchine” non è mai soltanto un ricercatore. Il focus diventa subito il fatto che sia “di seconda generazione”, “musulmano”, “vicino agli ambienti pro-Pal”. La sua identità viene trasformata in un elemento di sospetto. La sua attività intellettuale, anziché essere discussa nel merito, viene riletta attraverso la lente della pericolosità.
Il migrante, lo scafista, il maranza, il raver, l'ecovandalo, l'ecoterrorista, il pro-Pal. Cambiano i nomi, cambia il bersaglio, ma il dispositivo politico resta lo stesso: identificare una categoria sociale, renderla riconoscibile, associarla a una minaccia, chiedere più sicurezza.
Prima si costruisce il nemico. Poi si costruisce la legge necessaria a combatterlo.
La costruzione del nemico passa attraverso giornali come Libero, Il Giornale, Il Tempo, ma anche Repubblica, Il Corriere, l’agenzia di stampa Ansa, la Rai, programmi televisivi come Fuori Dal Coro e Quarta Repubblica, e piattaforme digitali come Welcome to Favelas. Il problema è soprattutto strutturale. Libero, Il Tempo e Il Giornale appartengono all'orbita editoriale di Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e parlamentare della Lega. Altri grandi quotidiani fanno riferimento a gruppi industriali e finanziari, in un sistema nel quale l'informazione è sempre più concentrata nelle mani di pochi soggetti economici.
Welcome to Favelas, fondata da Massimiliano Zossolo, così come altre pagine minori che in passato con Welcome to Favelas hanno condiviso dei post, come @notizie.locali, o @ilmondochevorrei_ofc, che ha trovato spazio anche al Basement Café di Lavazza, rappresenta un'altra evoluzione di questo modello: attraverso la selezione ossessiva di video di risse, violenze e piccoli reati, orienta la percezione della realtà, alimenta paure e insicurezze e contribuisce alla costruzione del nemico, spesso identificato nei migranti e nei giovani delle periferie. Una narrazione che sposta l'attenzione dalle disuguaglianze strutturali alla presunta pericolosità di specifiche categorie sociali.
Non serve una mente per spiegare la rabbia
La ricerca ossessiva di un burattinaio dietro ogni mobilitazione è parte di un processo profondamente classista e di infantilizzazione del dissenso, che nega alle classi popolari la capacità di riconoscere autonomamente le proprie condizioni di oppressione, maturare una coscienza politica e organizzarsi per trasformarle. Come se migliaia di persone non potessero essere arrabbiate autonomamente. Come se i giovani delle periferie, i lavoratori e le lavoratrici impoverite, le madri che non riescono a pagare le bollette, gli studenti e le studentesse senza prospettive avessero bisogno di qualcuno che spiegasse loro perché protestare. Come se, una volta arrestato Youssef, non ci fossero più state manifestazioni.
Non serve un “Youssef Siher” per convincere le persone a scendere in piazza. Basta guardare le loro condizioni materiali di vita.
Salari insufficienti. Affitti insostenibili. Sanità pubblica impoverita. Scuole e trasporti abbandonati. Lavoro precario. Territori sacrificati. Un'economia che concentra ricchezza nelle mani di pochi mentre socializza i costi delle crisi. Questa rabbia esiste prima dei canali Telegram. Prima degli hashtag. Prima di qualsiasi presunta “mente”. In una società nella quale partiti, sindacati e corpi intermedi hanno perso progressivamente capacità di rappresentanza e organizzazione, il conflitto non scompare. Cambia forma. Diventa frammentato, contraddittorio, fluido, talvolta esplosivo. È più facile parlare di “maranza inferociti” che di povertà, o discutere di vetrine infrante che delle vite spezzate dalla precarietà.
Dalla parola alla legge, dalla legge alla repressione
Antonio Gramsci ci ha insegnato che il potere non si mantiene soltanto attraverso la coercizione. Si mantiene attraverso l'egemonia: la capacità di trasformare gli interessi delle classi dominanti in ciò che appare naturale, ragionevole, universalmente condiviso. Oggi la parola “sicurezza” svolge questa funzione.
Umberto Eco scriveva che il fascismo non arriva mai in una volta sola. È un lento processo di normalizzazione di leggi, norme, azioni. Non è soltanto una legge o una decisione, ma l'insieme di parole, pratiche e provvedimenti che rendono progressivamente accettabile ciò che prima appariva inaccettabile. La legge diventa così il punto di arrivo di una trasformazione culturale e politica.
Prima sono arrivati i “raver”, con il decreto anti-rave del 2022. Poi gli “scafisti”, con il decreto Cutro del 2023. Poi gli “ecovandali”, con la legge 6 del 2024. Nel 2025 il decreto sicurezza, convertito nella legge 80, ha introdotto nuove fattispecie penali e aggravanti, intervenendo anche sui blocchi stradali e sulle proteste negli istituti penitenziari e nei luoghi di detenzione per persone migranti.
Nel febbraio 2026 il decreto-legge 23, convertito nella legge 54, ha ampliato gli strumenti di controllo delle manifestazioni, previsto il trattenimento preventivo fino a dodici ore in specifiche circostanze e introdotto sanzioni fino a 10.000 euro per i promotori di manifestazioni pubbliche senza preavviso, anche attraverso piattaforme digitali. Il provvedimento contiene inoltre misure contro la cosiddetta violenza giovanile, spesso associata nel discorso pubblico alla figura del “maranza”.
Infine, il decreto-legge 190 del 22 ottobre 2026 ha introdotto il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, con pene che possono arrivare a dodici anni per chi organizza, promuove o istiga determinate condotte violente, anche attraverso strumenti informatici.
È una delle nuove fattispecie contestate a Youssef Siher. Provvedimenti diversi, con oggetti e presupposti differenti, ma che nel loro insieme sollevano una questione: fino a che punto la sicurezza può diventare il paradigma attraverso cui governare ogni conflitto sociale? Quando arriva un'indagine, il meccanismo mediatico si autoalimenta: “Se non avesse fatto nulla, perché sarebbe indagato per terrorismo?”.
È il rovesciamento della presunzione di innocenza. L'accusa diventa prova di sé stessa. E dove finisce l'istigazione concreta a commettere reati e dove comincia la legittima espressione del conflitto politico? Quali elementi dimostrano una finalità terroristica? Quali comportamenti sono attribuibili individualmente all'indagato?
Ed è proprio nella repressione del dissenso che emergono le contraddizioni strutturali della democrazia liberale: uno Stato che proclama l'universalità dei diritti e delle libertà, ma che, quando questi vengono esercitati per mettere in discussione i rapporti di proprietà, le gerarchie sociali e gli interessi delle classi dominanti, ricorre alla coercizione per preservare l'ordine esistente.
La repressione, in questa prospettiva, non rappresenta un'anomalia del sistema, ma una delle condizioni attraverso cui lo Stato garantisce la riproduzione dei rapporti di potere su cui si fonda.
Il pericolo di un intellettuale che pensa fuori dall'ordine dominante
Conosciamo Youssef attraverso il suo lavoro intellettuale. È un ricercatore capace di attraversare il pensiero politico, le relazioni internazionali e la storia coloniale con uno sguardo critico, raffinato. In uno dei suoi contributi per miccia mag ha scritto degli intellettuali del Sud globale che producono analisi scomode e vengono tenuti ai margini dei circuiti accademici e mediatici. Ha parlato di “marginalizzazione epistemica”, di un sistema che delegittima le prospettive esterne al proprio orizzonte ideologico. In un altro passaggio ha descritto la normalizzazione di parole come “remigrazione” e la diffusione del sospetto verso i corpi migranti e razzializzati. È un paradosso amaro che oggi quello stesso sospetto investa la sua persona.
Ma è anche una questione che attraversa la storia dei rapporti tra potere e produzione del sapere.
Quando il pensiero mette in discussione l'ordine costituito, il potere può smettere di contrastarlo sul terreno delle idee e cominciare a trattarlo come una minaccia all'ordine pubblico.
La storia italiana ne offre esempi drammatici. Nel 1926 il regime fascista arrestò Antonio Gramsci, dirigente comunista e intellettuale marxista, non per un crimine violento, ma nell'ambito della repressione dell'opposizione politica. Due anni dopo fu condannato dal Tribunale speciale a oltre vent'anni di carcere. Anche l'anarchico Camillo Berneri, intellettuale e militante antifascista, subì arresti, persecuzioni e l'esilio per la sua attività politica. Piero Gobetti, attraverso le sue riviste e il suo lavoro editoriale, fu sottoposto a sequestri, aggressioni e intimidazioni, fino a essere costretto a lasciare l'Italia.
Non si tratta soltanto di reprimere singoli oppositori, ma di colpire la possibilità stessa di elaborare e diffondere una visione alternativa della società. Perché il pensiero critico diventa particolarmente pericoloso per il potere quando smette di essere una riflessione individuale e contribuisce a costruire coscienza politica, organizzazione e capacità collettiva di trasformazione.
Quali vite contano? Quali violenze diventano notizia?
Ma davvero ci sembra normale che, mentre assistiamo in diretta al genocidio dei palestinesi a Gaza, mentre la fame viene utilizzata come strumento di guerra, mentre interi territori vengono devastati e milioni di persone sono costrette alla fuga, una parte così consistente del dibattito pubblico italiano si concentri sulla presunta “mente” di una rivolta, che altro non è se non espressione proprio di quello scontento generato dallo stesso governo che lo reprime?
Mentre emergono nuovi documenti sui rapporti tra Jeffrey Epstein, condannato per reati sessuali e accusato di aver organizzato un sistema di sfruttamento sessuale di ragazze minorenni, ed esponenti delle élite politiche, economiche e finanziarie internazionali, la politica continua a presentare come emergenza prioritaria il dissenso sociale.
Quali violenze meritano l'indignazione collettiva? Quali diventano emergenze nazionali? Quali vengono normalizzate, giustificate o semplicemente dimenticate?
Viviamo in un ordine internazionale nel quale la violenza degli Stati più potenti viene frequentemente presentata come sicurezza, mentre le rivendicazioni dei popoli oppressi vengono spesso raccontate attraverso la categoria della minaccia.
Il genocidio a Gaza, l'occupazione, la distruzione di ospedali, scuole, infrastrutture e terre agricole non possono essere separati dai rapporti economici, militari e geopolitici che rendono possibile questa violenza. Eppure, nel dibattito pubblico, la parola “terrorismo” viene spesso estesa indiscriminatamente alla solidarietà con la Palestina. Intanto la crisi ecologica, le disuguaglianze e la militarizzazione delle società vengono trattate come emergenze separate, anziché come contraddizioni di un modello economico fondato sull'accumulazione, sull'estrazione di valore e sullo sfruttamento di terre, corpi e beni comuni.
A Youssef Siher e a sua moglie va tutta la solidarietà di Voice Over Foundation e della redazione di miccia mag.
Chiediamo il rispetto delle garanzie costituzionali, del diritto alla difesa, della presunzione di innocenza e della proporzionalità delle misure cautelari. Chiediamo al giornalismo italiano di smettere di celebrare processi sui giornali e all'Ordine dei giornalisti di assumersi le proprie responsabilità: aprire procedimenti disciplinari nei confronti di chi abbia violato le norme deontologiche, accertare le responsabilità e applicare, dove ne ricorrano i presupposti, sanzioni effettive.
La presunzione di innocenza, il rispetto della dignità delle persone e il divieto di discriminazione non possono restare principi da invocare nei convegni e ignorare nelle redazioni. La deontologia professionale non è facoltativa.
E poi ricordiamo che la solidarietà non può esaurirsi nell'indignazione, ma deve essere pratica collettiva: sostegno legale, assemblee, presìdi, volantini distribuiti nelle strade, casse di mutuo soccorso, reti capaci di sostenere concretamente chi subisce la repressione. Significa anche ricostruire forme di organizzazione politica radicate nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, capaci di durare oltre l'urgenza di una singola mobilitazione. Servono presidi diffusi. Perché non basta reagire a ogni nuovo arresto o decreto: occorre ricostruire legami, coscienza collettiva e strumenti di lotta tra realtà che il potere preferisce mantenere isolate.
Il filosofo Günther Anders denunciava il meccanismo attraverso cui il potere fabbrica l'immagine di un nemico da odiare e combattere, rendendo così apparentemente indispensabile la repressione. Di fronte alla minaccia di autodistruzione dell'umanità, Anders interrogava il confine tra violenza e legittima difesa:
che cosa significa opporsi a un sistema che minaccia e distrugge le condizioni stesse della vita, umana e non umana?
È nella contraddizione di un sistema violento che reprime il dissenso che si inserisce la vicenda di Youssef Siher: la ricerca ossessiva di una «mente» dietro la rivolta permette di attribuire a un individuo una rabbia che ha invece radici sociali e materiali.
La questione, allora, non è soltanto chi viene indicato come violento, ma chi detiene il potere di definire la violenza, stabilire quale debba essere condannata e quale possa continuare indisturbata sotto il nome di ordine, progresso e sicurezza.
Fabbricare un nemico significa, in fondo, rendere invisibili i rapporti di potere che hanno bisogno di inventarlo.