Razzismo sistemico in Italia
Come media e politica raccontano la violenza
di Sara Tanveer
Ogni volta è sempre la stessa storia. Per qualche giorno il dibattito pubblico si interroga sul razzismo, si cercano responsabilità individuali, si condannano gli eccessi. Poi tutto torna alla normalità, almeno fino al caso successivo.
Per anni abbiamo raccontato il razzismo come un'emergenza, un fatto eccezionale, una deviazione dalla norma. Eppure il razzismo sistemico in Italia continua a essere ridotto a una somma di episodi isolati, mentre fatichiamo ancora a riconoscerne le radici profonde e strutturali. Per comprenderlo davvero, occorre partire da una domanda diversa:
cosa accade quando la discriminazione non è un incidente, ma un meccanismo ordinario della società?
Le storie di Bakari Sako e Salim El Koudri aiutano a rispondere a questa domanda. Bakari Sako, trentacinquenne maliano, è stato assassinato all'alba del 9 maggio 2026 a Taranto da un gruppo di italiani giovanissimi. Una settimana dopo, il 16 maggio, Salim El Koudri, 31 anni, italiano di seconda generazione, ha investito otto persone nel centro storico di Modena, causando otto feriti, quattro dei quali gravi.
Questi due casi, diversi nelle dinamiche, rivelano però i meccanismi con i quali la narrazione mediatica e la politica italiana costruiscono il significato della violenza attraverso le categorie razziali. Una vittima e un carnefice, entrambi uomini razzializzati, hanno prodotto reazioni pubbliche apparentemente diverse ma che nascono dalla stessa matrice razzista e si inseriscono nella stessa cornice discorsiva. La vittima, Bakari Sako, è stata esposta a una violenza che in tanti ancora faticano a leggere come espressione di un contesto sociale intriso di gerarchie razziali. Il carnefice, Salim El Koudry, non si limita ad essere un semplice criminale, ma diventa perno di narrazioni volte a reinforzare psicosi securitarie, identitarie e profondamente xenofobe.
In entrambi i casi, è la lente della razza a organizzare il modo in cui la società seleziona con chi empatizzare, per chi provare sospetto e soprattutto, chi punire.
La narrazione della violenza: due pesi, due misure
Alla base di questa matrice razzista che produce violenza c’è un doppio standard. Nel caso di Bakari Sako, come in molti altri casi di violenza razzista degli ultimi tre decenni, la sua morte è stata inserita in una narrazione che inizialmente tendeva a derubricare il fatto come una tragedia individuale, dovuta a l'efferatezza della devianza giovanile o alla retorica della sicurezza urbana. In questo racconto il razzismo sistemico in Italia scompare. Non ci si interroga sulle condizioni che rendono possibili certe violenze, né sul ruolo che i discorsi d'odio e la discriminazione svolgono nel legittimarle.
Per Salim El Koudri, al contrario, la sua origine marocchina è diventata immediatamente l’elemento centrale dell’intera costruzione mediatica e politica. Nel giro di poche ore dalla tentata strage, il suo gesto viene trasformato nella prova inconfutabile del “fallimento dell’integrazione”. Matteo Salvini, immancabile sciacallo che ha trovato altro nutrimento per la sua Bestia (il complesso apparato di propaganda digitale della Lega), lo ha definito “criminale di seconda generazione” , sottolineando la presunta incompatibilità culturale tra immigrazione e società italiana.
Per l’autore italo-algerino Tahar Lamri, le parole del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti rappresentano la negazione della sua individualità e la trasformazione della sua identità in un simbolo per l’agenda politica della destra.
La storia di El Koudri - una laurea in economia, la ricerca disperata di un lavoro e un percorso segnato da fragilità psichiatriche - è stata progressivamente svuotata dalla sua complessità a favore di una narrazione che lo ha trasformato in un “fantasma utile” per rafforzare stereotipi e paure.
Lamri aggiunge un dato importante: questo doppio standard non si limita a razzializzare il discorso pubblico italiano, erroneamente inquadrando la violenza razzista come frutto di mera ignoranza e odio, ma descrive il razzismo come un dispositivo strutturale e sistemico che modella leggi, media e politiche pubbliche. La ricercatrice Anna Curcio nel suo saggio “L’Italia è un paese razzista” (Derive e Approdi 2024) descrive come il razzismo sia spesso negato della sua dimensione strutturale, relegando queste casistiche a episodi isolati.
La stampa e la politica hanno assimilato le categorie della destra sull’immigrazione, rappresentando le persone migranti come una minaccia, mentre sfruttamento, discriminazioni e violazioni dei diritti umani faticano a trovare spazio e attenzione. Angelo Boccato, giornalista italo-dominicano, denuncia questo sistema mediatico nel suo saggio “L’ombra lunga dell’Impero - Voci afrodiscendenti tra razzismo sistemico, colonialismo e resistenza globale” (Altraeconomia, 2026), facendo l’esempio del “muro del colore” e della solidarietà selettiva che è stata riservata ai profughi ucraini e negata a quelli provenienti da zone di guerra del sud globale.Il razzismo sistemico in Italia, quindi, esiste eccome. Semplicemente non lo si vuole nominare.
Bakari Sako: il migrante "buono" e la gerarchizzazione del lutto
Bakari Sako compare nello spazio pubblico quasi esclusivamente come “bracciante maliano”, come se la sua figura potesse esistere solo attraverso la propria funzione economica e la sua utilità al sistema produttivo agricolo italiano.
Anche dopo la morte, la sua umanità continua a passare attraverso la sua rispettabilità lavorativa: Sako era una lavoratore tranquillo, uno che non dava fastidio ma anzi, arricchiva le tasche del sistema produttivo facendo il lavoro che gli italiani non vogliono più fare.
Nel suo saggio Lo sfruttamento della razza - Nuove gerarchie della segregazione (Derive e Approdi, 2025), la ricercatrice Oiza Obasuyi descrive i meccanismi del capitalismo razziale in Italia. Secondo la sua analisi, il capitalismo razziale si è consolidato in Italia tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, sfruttando l'arrivo delle prime consistenti ondate migratorie. La manodopera migrante e razzializzata è stata inserita nei segmenti più precari e sfruttati del mercato del lavoro, diventando una componente essenziale di questo modello economico.“Si tratta di una delle forme più lapalissiane di razzismo istituzionale in cui le persone vengono divise tra cittadini di serie A e cittadini di serie B”.
Questa costruzione mediatica produce una distinzione tra migranti “buoni” e “cattivi”, dove la compassione resta subordinata all’utilità produttiva e alla conformità sociale. Il corpo razzializzato può essere accettato solo se produttivo, silenzioso e invisibile. La sua morte, però, difficilmente apre una riflessione collettiva sulle eredità coloniali, sulle gerarchie razziali e sulle forme di esclusione che continuano a plasmare la società italiana.
Non tutte le violenze vengono raccontate allo stesso modo. Quando l'autore appartiene a una minoranza razzializzata, il gesto tende a essere interpretato come la prova di un problema più ampio legato all'immigrazione, alla sicurezza o all'integrazione. Quando invece l'autore è bianco e italiano, l'attenzione si sposta più facilmente sulla sua storia personale, sul disagio sociale o sulle fragilità individuali. Questa differenza di trattamento non è neutrale: riflette le gerarchie razziali che continuano a influenzare il modo in cui la società attribuisce colpe, paure e appartenenze.
Razzializzazione della violenza: il caso El Koudri
L’ossessione verso l’origine marocchina, l’appartenenza religiosa e il fatto di essere un italiano di seconda generazione ha sovrastato elementi molto più rilevanti dal punto di vista sociale e clinico, quasi scomparsi dal dibattito pubblico. Tahar Lamri si focalizza su un dato importante: El Koudri aveva smesso di andare al centro di salute mentale, scivolando fuori dal radar del sistema sanitario, della comunità e dello Stato. Nel 2024 sono state assistite circa 850 mila persone dai servizi di salute mentale, con meno di 5 mila psicologi operanti nel sistema pubblico. Uno psicologo ogni 12 mila cittadini. Numeri che raccontano una crisi profonda del welfare e della salute mentale, rimasta quasi assente nel racconto mediatico della vicenda. La giornalista Leila Belhadj Mohamed nella sua newsletter aggiunge: “È il riflesso di un automatismo ormai profondamente radicato nello spazio mediatico europeo, dentro cui un nome percepito come arabo o nordafricano diventa immediatamente credibile all’interno di una cornice di sospetto già pronta, anche in assenza di verifiche elementari”.
La nuova “biologia” nascosta del razzismo sistemico
Da decenni la scienza ha sfatato il mito e la gerarchizzazione lombrosiana delle razze umane. Eppure quelle stesse logiche continuano a riemergere sotto nuove forme, alimentando narrazioni culturali e politiche che associano alcuni corpi alla pericolosità e altri alla normalità.
La costruzione mediatica del “marocchino/musulmano violento” o del fallimento delle seconde generazioni continua a operare secondo la logica essenzialista che attribuisce ai soggetti razzializzati una predisposizione implicita alla devianza sociale.
L’origine familiare diventa una categoria totalizzante capace di dare significato al comportamento individuale deviante.
Questo si inserisce dentro una lettura lombrosiana della differenza, dove il razzismo sistemico mantiene intatta l’idea che alcuni corpi siano più facilmente associabili alla violenza rispetto ad altri. Si cambia lessico, non si ricorre più al piano pseudo-scientifico, ma al linguaggio emergenziale, parlando di incompatibilità culturale e integrazione fallita senza menzionare le cause strutturali dietro a questo fallimento. Belhadj Mohamed spiega: “Resta quasi completamente fuori discussione il fatto che l’Italia attraversi una crisi enorme della salute mentale pubblica (...) e che, dentro questo quadro, milioni di persone razzializzate vivano condizioni quotidiane di marginalizzazione, precarietà simbolica e discriminazione sistemica”.
Il razzismo sistemico in Italia costruisce continuamente una linea tra chi appartiene pienamente alla comunità nazionale e chi invece rimane in una condizione di alterità (e sospetto) perenne, anche dopo generazioni. Le seconde generazioni occupano uno spazio di liminalità costante. Formalmente italiane, ma non assimilabili in maniera incondizionata.
Nat* e/o cresciut* in Italia, l'appartenenza alla società italiana non è automatica: dobbiamo conquistarla ogni giorno.
Possiamo essere inclus* nel cosiddetto “orgoglio italiano” quando incarniamo modelli di successo e meritocrazia, ma questa inclusione resta fragile e reversibile, come dimostra il caso di Paola Egonu, campionessa di pallavolo, celebrata per il suo talento, ma anche bersaglio di commenti razzisti e polemiche sulla sua italianità. Il riconoscimento può essere concesso solo sul piano simbolico, e ritirato nel momento in cui la presenza del nostro corpo razzializzato mette in crisi l’idea dell’omogeneità nazionale.
Razzismo e distribuzione diseguale dell'individualità
Questa dinamica di delegittimazione identitaria diventa ancora più evidente se confrontata con il trattamento riservato a corpi bianchi in condizioni simili. Michele Bordoni nel 2017 a Sondrio si lanciò deliberatamente sulla folla dichiarando di voler “uccidere tutti”. Lui non fu trasformato nel prodotto patologico di un’intera comunità etnica, intorno alla sua figura non si sviluppò alcun dibattito sulla violenza suprematista, sull’identità italiana o sull’educazione cristiana occidentale. Bordoni è rimasto un individuo deviante e problematico, l’ennesimo caso isolato dichiarato incapace di intendere e di volere.
Questo è un punto centrale del razzismo sistemico: solo alcune persone hanno il diritto di essere considerate nella loro totalità, con la loro storia e la loro dimensione psicologica.
Le altre vengono immediatamente categorizzate e alterizzate, trasformate in simboli dello scontro continuo tra civiltà. La razzializzazione si inserisce in questo spazio, schiacciando la soggettività dell'individuo in una funzione politica e narrativa prestabilita.
Il razzismo come tecnologia politica
Questa logica non può essere separata dal contesto politico contemporaneo. Negli ultimi anni, il razzismo strutturale italiano si è progressivamente istituzionalizzato attraverso il linguaggio della sicurezza, dell'emergenza migratoria e della difesa dell'identità nazionale.
Concetti come "remigrazione", "revoca della cittadinanza" o "criminalità delle seconde generazioni" non emergono improvvisamente dopo episodi di violenza, ma rappresentano il risultato coerente di anni di normalizzazione del discorso razziale nello spazio pubblico.
La figura del soggetto razzializzato funziona sempre più come contenitore simbolico in cui scaricare ansie economiche, insicurezza sociale e frustrazione collettiva, prodotte dalla precarizzazione diffusa e dal progressivo smantellamento del welfare.
In questo contesto, il razzismo non opera solo come forma di odio individuale, ma anche come tecnologia politica per l'organizzazione del consenso e della paura. La costruzione continua di un nemico interno permette di spostare il conflitto sociale lontano dalle sue cause strutturali e trasformare il malessere collettivo in una guerra orizzontale tra soggetti subalterni. Il corpo razzializzato diventa così il luogo simbolico su cui l'insicurezza nazionale viene proiettata, mentre le responsabilità politiche, economiche e istituzionali che attraversano questi fenomeni vengono sistematicamente ignorate dal discorso pubblico.
Il problema centrale, dunque, non riguarda soltanto la presenza di stereotipi razzisti espliciti nel discorso mediatico, ma l'incapacità strutturale del sistema informativo italiano di elaborare narrazioni complesse quando i soggetti coinvolti appartengono a gruppi razzializzati.
Nel caso di Sako, scompaiono l'intreccio tra razzismo sociale, segregazione urbana e indifferenza collettiva. Nel caso di Modena, invece, vengono neutralizzate le questioni legate alla salute mentale, alla precarietà esistenziale, all'isolamento sociale e alla marginalizzazione delle seconde generazioni.
Questa costruzione non è neutrale. Individuare un nemico esterno o interno su cui scaricare paure e frustrazioni è uno dei meccanismi più efficaci attraverso cui il capitalismo contemporaneo governa le disuguaglianze che esso stesso produce. Mentre il dibattito pubblico si concentra sui migranti, passano in secondo piano la crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, il potere degli oligopoli, l'erosione dei diritti del lavoro, i tagli al welfare, alla sanità e all'istruzione pubblica.
La rabbia sociale viene così indirizzata verso i più vulnerabili invece che verso i processi economici e politici che stanno aumentando precarietà, povertà e insicurezza.
In questo quadro, persino l'aumento delle spese militari e la normalizzazione della guerra finiscono per occupare meno spazio nel dibattito di quanto meriterebbero, oscurati dalla continua ricerca di capri espiatori.