Rabbia
Lettera #3
CHIACCHERE AFRODISCENDENTI
Lettera Ariam
Sabato 24 maggio 2025
Amica mia,
leggo tanta frustrazione nelle tue domande, un sentimento che conosco bene. Ma forse, proprio da lì può nascere la forza per chiederci: cosa stiamo facendo davvero? Anche quando diciamo di essere sorelle, lo siamo davvero? Nel modo in cui ci ascoltiamo, ci correggiamo, ci stiamo accanto quando farlo è scomodo? Senza rendercene conto, a volte, finiamo per abitare una versione rassicurante della sorellanza. Una che ci fa sentire al sicuro, ma non ci obbliga davvero a cambiare. A volte mi chiedo se questa parola, “sorellanza”, non venga usata proprio quando sia già assente... E se, dietro certi silenzi, non ci sia la paura di perdere qualcosa: credibilità, potere, o semplicemente l’illusione di essere dalla parte giusta.
Sai, inizialmente avevo pensato di usare questo spazio per parlarti del referendum dell’8 e 9 giugno che tratta anche il tema della cittadinanza. Si sta avvicinando ma pochissimɜ ne stanno parlando.
Ciò che scrivi mi ha fatto pensare a quanto la questione della cittadinanza tocchi tutto ciò che nomini: il riconoscimento, la frammentazione, la responsabilità collettiva. Lottare per questo, oggi, significa anche rifiutare la dinamica che ci vuole divise, in competizione per spazi limitati, sempre chiamate a giustificare la nostra esistenza.
Avrei voluto riflettere con te su identità, rappresentanza e rappresentazione, sulla cittadinanza come strumento ambiguo e imperfetto, ma, in questo momento e contesto, resta uno strumento necessario per milioni di persone che ne sono prive e quindi più ricattabili e sfruttate.
Avrei voluto riflettere anche sul nazionalismo tossico che continua ad essere usato come strumento di propaganda. Ma anche sul lavoro, perché i primi quattro quesiti parlano di dignità, di tempo, di diritti minimi — quelli che dovrebbero essere garantiti a tuttɜ, ma che oggi sembrano sempre più privilegi.
Magari riprenderemo l'argomento nei prossimi scambi.
Questa settimana è stata inaspettatamente dolorosa. E non riesco a non usare questo spazio per parlarti di Mohamed Mohamoud. Un ragazzo di vent’anni che ho incontrato pochi giorni dopo l’omicidio di Ramy Elgalm, a cui Moha – così si faceva chiamare – era molto legato.
Il suo sguardo era dolce, timido, umile. Intelligente.
Quando l’ho conosciuto, era un momento delicato, attraversato da lutto e rabbia. Intorno a lui e ai suoi amici si muovevano giornalisti sciacalli, pronti a speculare su una tragedia ancora calda. Eppure di lui mi ha colpito la lucidità con cui parlava di quello che era successo, di come Moha li tenesse insieme, ascoltandoli. Di come, con educazione e fermezza, riuscisse ad allontanare anche i giornalisti più insistenti — accennando un sorriso che diceva molto più di mille parole.
Come sappiamo tuttɜ le rivolte di Corvetto hanno fatto emergere quello che molti sapevano ma nessuno voleva ascoltare: la morte di Ramy non era un “incidente”, ma l’esito di un sistema che criminalizza, sorveglia e disumanizza. Quelle rivolte hanno costretto i media e le istituzioni a guardare — almeno per un momento — una verità scomoda.
Non è stata rabbia cieca. È stata una rabbia lucida, figlia dell’abbandono e dell’ingiustizia, che ha rotto il silenzio dove nessuno voleva ascoltare. Le rivolte sono scoppiate perché non c’era nessun altro modo per far emergere la verità. E no, non sto giustificando la violenza. Ma non posso neanche condannare chi si ribella a una violenza strutturale che uccide, ogni volta, senza lasciare tracce. Le grandi conquiste sociali non sono mai arrivate con un mazzo di fiori. E quando chi è colpito parla con dolore e rabbia, non si può rispondere chiedendo toni pacati. Si può solo ascoltare.
È difficile, oggi, non sentire una risonanza inquietante di quella stessa dinamica – seppur diversa – intorno alla morte di Moha. (Ndr: Mohamed Mahmoud 20 enne di origini marocchine, muore la notte del 20 maggio 2025 a Milano in un incidente in moto, all’incrocio poco prima di quello in cui era morto il suo amico Ramy, in circostanze in cui era presente la polizia).
Perché l’unica versione disponibile è quella fornita dalla polizia. E anche se nessuno può parlare con certezza, quel sottofondo di dubbi, di domande lasciate in sospeso, è forte. Soprattutto quando si ricorda che nel caso di Ramy — e Fares — le prime versioni ufficiali non solo non erano congruenti, ma oggi sono sotto indagine per depistaggio da parte dei carabinieri stessi.
Me lo sono chiesta anche io, lo dico sinceramente: "è caduto perché stava andando troppo veloce?”. È la prima cosa che ci viene in mente, anche perché è la prima cosa che ci dicono. I giornali lo riportano subito, con quel tono neutro solo in apparenza. E forse è anche più facile così: trovare una spiegazione immediata, aggrapparsi a una risposta che ci faccia sentire che qualcosa, in fondo, si poteva evitare. Che non è stato tutto fuori controllo. È umano farlo.
E in parte, sì, è vero: esistono responsabilità individuali. Ma questo non può diventare un modo per scrollarci di dosso le domande più scomode. Perché ci sono persone che hanno il privilegio di sbagliare e tornare a casa. Di correre troppo e cavarsela con una multa. Di essere fragili, spericolate, vive. E poi ci sono corpi per cui ogni deviazione diventa definitiva. Se riconosciamo la responsabilità individuale, dobbiamo anche riconoscere che non ha lo stesso peso per tuttɜ. Non nello stesso sistema, non con la stessa pelle.
Ed è proprio per questo che rispetto profondamente la scelta delle persone più vicine a Moha di vivere il lutto in silenzio, senza polemiche, senza l’ingerenza di chi osserva da fuori. Perché mentre fuori si cercano colpe o semplificazioni, loro si tengono stretti nel dolore, come dovremmo avere diritto di fare tuttɜ. È inevitabile, però, che ci si chieda se quel diritto sia davvero possibile. Se è reale o se ci viene concesso solo a patto di non disturbare. E in tutto questo, è importante non dimenticare il ruolo che Moha — insieme a tanti suoi amici — ha avuto nel chiedere verità per Ramy e Fares. Non hanno mai ceduto, nonostante il dolore. Hanno unito le voci, tenuto lo sguardo lucido, anche quando sarebbe stato più facile chiudersi nel silenzio.
Oggi vorrei riflettere insieme a loro — non dall’alto di un’analisi fredda, ma dentro una tensione condivisa — su come anche la versione ufficiale, se letta con attenzione, racconti già il razzismo sistemico di questo Stato. Lo avevo scritto in una storia su Instagram: il motivo per cui tante persone razzializzate scappano quando vedono una volante non è irrazionale. Ce lo spiegano da anni i rapporti dell’ONU, dell’ECRI, di associazioni indipendenti che parlano apertamente di abuso di potere, di violenza impunita.
Ma come si fa, in un momento come questo, a portare queste riflessioni? Per me, forse, è più semplice. Ho più distanza, e forse ho più strumenti che ho avuto la fortuna di acquisire in questi anni. Ma loro? Loro sono ancora dentro un lutto che non ha avuto tempo di respirare, e ne stanno vivendo già un altro. Sono ancora lì, in cerchio, a tenersi strettɜ, a piangere un amico che non avrebbero mai dovuto perdere.
E io non voglio che questo dolore venga trasformato in un esercizio politico da osservare da fuori. Voglio che questo dolore resti umano, e per questo anche politico. Perché non possiamo più separarli.
Forse più che a te, Noghi, questa lettera è dedicata ai ragazzi e le ragazze di Corvetto, a Ramy e Moha che non ci sono più. A Fares, che ha tutta la mia solidarietà.
A chi ha il coraggio di chiedere giustizia mentre sta ancora imparando a respirare nel dolore.
Ariam
Lettera Nogaye
Martedì 22 luglio 2025
Cara Ariam
Ho letto le tue parole, ho iniziato ad abbozzare una risposta, ma suonava come un flusso di coscienza senza capo e senza coda. Ho lasciato sedimentare i pensieri, in cerca di qualcosa di giusto da dire, ma nonostante siano passati giorni, rimangono solo brividi mischiati a rabbia, che diventa dolore latente, un’eco di risposte che mancano e certezze che restano.
Quando ero piccola mia nonna mi diceva sempre che quando non si ha nulla di buono da dire è meglio rimanere in silenzio, silenzio che ho sempre riempito attraverso la lettura. I libri sono il mio rifugio e anche una sorta di antidolorifico per le ferite del cuore, ma soprattutto quelle talmente radicate nel corpo che arrivano a toccare l’anima. In queste settimane ho letto, o meglio ho divorato un libro che si chiama “Il pensiero bianco” di Lilian Thuram, un libro che, per la prima volta, mette al centro del discorso l’elefante nella stanza: la bianchezza. Ti riporto un piccolo frammento dell’introduzione: “Da troppo tempo quando si parla del razzismo, ci si concentra sulle persone discriminate, mentre io sostengo che dovremmo rivolgere il nostro interesse alle persone che talvolta senza volerlo o saperlo, da questi discriminazioni traggono vantaggio; mettere in discussione una categoria che non viene mai messa in discussione: la categoria bianca.”
Nel corso del libro Thuram tratta il tema della criminalizzazione, legato alla presunta responsabilità condivisa delle persone razzializzate. Da quando ho memoria, mi sono sempre chiesta perchè se noi siamo sempre responsabili dei crimini commessi dalle persone che ci assomigliano, mentre le persone bianche non sono responsabili del razzismo che perpetuano da più di 500 anni, perchè dobbiamo sempre essere noi a pagarne le conseguenze? Ovviamente non ho mai trovato una risposta o forse ne ho trovate fin troppe. Rispettando ogni parola della tua lettera, questa mia risposta non ha l’arroganza di spiegare o analizzare, è rimasto il mio flusso di coscienza iniziale, reso comprensibile anche a persone che non abitano nella confusione presente nel mio cervello.
Voglio raccontarti di una delle ultime trasferte che ho fatto a Ferrara, in cui come sempre ad un certo punto arriva la domanda “scomoda” dal pubblico. Un ragazzo bianco, molto giovane, mi chiede dei cosiddetti maranza, raccontando di un’aggressione da lui subita e poi nel giro di qualche giorno di un’esperienza analoga vissuta dalla sua ragazza che, essendo donna, porta con sé l'intersezione con il genere, quindi il furto è accompagnato da violenza di genere. Due occasioni diverse, in cui sono avvenute due aggressioni - un furto e una molestia - compiute sempre da ragazzi razzializzati. Ad un certo punto, lui mi chiede se non siano loro ad “infangare” le nostre lotte comportandosi in questo modo, ipotizzando senza dirlo esplicitamente un legame tra il crescente razzismo e i crimini commessi da persone con background migratorio. Prima di terminare il suo intervento apre una parentesi su come il contesto, la società, ecc. avvicinino questi ragazzi a determinati ambienti. Devo ammettere che inizialmente ero sorpresa dalla sua capacità di non cadere in ulteriori semplificazioni (oltre a quelle che aveva già fatto), giustificando il razzismo, perchè se dopo aver subito un torto da una persona con origini diverse diventi razzista, spoilerone: lo sei sempre stato. Arrivato il mio turno, decido di non rispondere, ma di porgli una domanda: sarebbe cambiato qualcosa se a derubarlo o ad aggredire la sua ragazza fossero state persone bianche? Lui in onestà intellettuale risponde di no, così decido di procedere raccontandogli della propaganda, della razzializzazione delle notizie e la moderatrice che era insieme a me, a sua volta, gli parla di un concetto che ha studiato in psicologia chiamato la profezia che si autoavvera: in parole povere se per tutta la vita ti dicono che sei un ladro, un criminale, un soggetto pericoloso ad un certo punto lo diventi.
La giustificazione del razzismo attraverso il problema della criminalità, è una scorciatoia che tante persone decidono di intraprendere, perché è immediata, rassicurante e non ha bisogno di essere argomentata. Giustificazione che non tiene conto del fatto che invertendo gli addendi a volte il risultato cambia… criminalità e razzismo sono legati, ma causa e conseguenza vengono spesso invertiti.
Nella mia testa risuonano le parole che hai usato per descrivere le rivolte: Non è stata rabbia cieca. È stata una rabbia lucida, figlia dell’abbandono e dell’ingiustizia, che ha rotto il silenzio dove nessuno voleva ascoltare.
Lilian Thuram nel suo libro parla di dialogo interrotto, tu parli di un silenzio rotto, dialogo-silenzio-ascolto, un dialogo inesistente, un silenzio assordante e un ascolto che fatica sempre ad arrivare o quando arriva è parziale, è rivolto alla ricerca di una sola verità che la maggioranza è disposta ad ascoltare, quella che rassicura le coscienze di chi non è pronto ad assumersi la responsabilità di un sistema che crolla su se stesso. Il razzismo è così brutale e pervasivo da toglierti il privilegio di arrabbiarti e basta, anche nella rabbia c’è lucidità, non c’è spazio per chi non gode nemmeno del privilegio di poter sbagliare, di poter essere umano.
Questa lettera è arrivata dritta al cuore e concordo con lasciare questo spazio al ricordo, alla memoria e alla dignità del dolore, perché a volte dicendo poco possiamo dire tutto.
Questa tua ultima frase: A chi ha il coraggio di chiedere giustizia mentre sta ancora imparando a respirare nel dolore.
Respirare nel dolore. Andare avanti, quando il corpo e la mente non trovano unione. Vorrei condividere con te una frase di una poesia che ho scritto in un momento di sconforto, ad oggi non ricordo il fatto scatenante, perché in questi anni sembra di vivere in un circolo vizioso in cui la violenza è sempre la stessa, si maschera, si commuffa, ma resta.
Quanto costa la propaganda?
Quanto costa la propaganda? Milioni di euro, versati dai cittadini italiani, gli stessi che i loro leader dichiarano di voler difendere. Quei milioni alimentano narrazioni che annebbiano la verità, travolgono il senso critico, trasformano la paura in consenso.
E quanto costano le false promesse?
Costano vite. L'esistenza di esseri umani ridotti a strumenti di spettacolo, esposti senza pudore al giudizio delle masse,
sacrificati sull'altare di un'invasione che non esiste, ma che deve essere alimentata per giustificare le politiche di rifiuto e esclusione
Quanto costa la disinformazione? Il prezzo è un Paese che si sgretola, che si rinchiude in se stesso, prigioniero delle sue paure. Un Paese che, invece di andare avanti, continua a ripetere gli errori del passato, incapace di costruire un futuro.
E l'umanità, quanto costa?
Paradossalmente, molto meno della disumanità che ci circonda. Ma la differenza è che l'umanità richiede coraggio, mentre la disumanità si nutre della nostra indifferenza.
A ciò che resta,
Nogaye