La sorellanza che ci meritiamo

Lettera #2

CHIACCHERE AFRODISCENDENTI

Lettera Ariam
Venerdì 14 marzo 2025, Londra

Ciao amica,

non posso non iniziare questo scambio chiamandoti così e confessando che mi hai fatto commuovere ricordando il nostro primo incontro, un momento così intenso. Ho impresso nella mente, come se fosse ieri, il tuo sguardo un po’ agitato mentre fissavi il testo che avevi preparato; uno sguardo, che sceglie di incrociare il mio, per rilasciare tutte le incertezze e tensioni di leggere in pubblico parole piene di significato e complessità che faticano ad arrivare ancora oggi. Non avevo dubbi che, una volta arrivate in piazza, sarebbe andato tutto bene. Ma è stato molto meglio di così, hai tirato fuori una grinta e un’energia che ha dato ancora più potenza alle tue parole. 

Hai perfettamente ragione quando descrivi la naturalezza con cui ci siamo fidate l’una dell’altra e forse ancora non ci rendiamo conto del valore della sorellanza; quella sorellanza, è ciò che ci permette di imparare ad ascoltarci senza annullarci, di correggerci a vicenda.  Vorrei partire dalla citazione dello storico Runoko Rashidi che mi ricorda ciò che è emerso durante la seconda edizione del Blackn[è]ss fest — sì, alla fine torno sempre lì! Ma vedrai che avrà senso… ! In quell'edizione, infatti, una delle partecipanti ha ribadito con forza e chiarezza quanto sia urgente dedicare un momento di riflessione interna e condivisa, dentro gli spazi collettivi razzializzati e di come questi spazi, che si dichiarano politicizzati e antirazzisti, possano diventare luoghi di esclusione e violenza, soprattutto per chi vive intersezioni di genere e razza. La sua esperienza come musicista racconta di corpi feticizzati, di commenti non richiesti, di aspettative performative imposte solo perché donna e razzializzata.

Ma il punto centrale del suo intervento è stato quell’invito scomodo e necessario che scrivi anche tu: smettere di guardare solo “fuori” e iniziare a interrogarsi su come certe dinamiche oppressive si riproducono anche “dentro”, tra di noi, tra chi si dice alleatə. Se la lotta passa anche dal coraggio di rompere il silenzio e mettersi in discussione, è essenziale che ci sia il coraggio di ascoltarsi tra sorelle e valorizzare le nostre esperienze e parole. 

Come succede ogni anno a chi fa parte del team organizzativo, mi sono persa molte parti della tre giorni — incluso quell'intervento. Mesi dopo il Blackn[è]ss fest, riascoltando i talk per la produzione dei video, ho provato una gratitudine quasi imbarazzata. Imbarazzata perché non avevo colto quel momento. Perché non sapevo se quella persona, una donna razzializzata, avesse trovato sostegno dopo aver condiviso parole così fondamentali e difficili da esporre pubblicamente. Imbarazzata perché quel momento non ha avuto un seguito; perché, ancora una volta, chi solleva questo tipo di critica viene percepitə come divisivə — soprattutto se donna e razzializzata — e ne paga le conseguenze.

Grata, però, perché nonostante tutto, quelle parole hanno aperto un portale. Uno spazio di confronto lucido, trasparente, sincero — arrivato, purtroppo, in un secondo momento. 

Nonostante attorno a me ci fosse un consenso condiviso sull’importanza della decolonizzazione interiore — quel lavoro profondo e personale di cui parli anche tu, senza il quale ogni rivoluzione rischia di riprodurre le stesse logiche del sistema che vuole combattere — ho capito quanto sia difficile tradurre davvero questo approccio nella vita quotidiana. 

Per questo, già a partire dalla terza edizione e poi anche in quella del 2024, abbiamo cercato di costruire spazi che favorissero percorsi di autocoscienza e responsabilità collettiva. Nell’edizione del 2023, il cui tema centrale era l’introspezione, abbiamo introdotto dei workshop pensati per coinvolgere direttamente persone razzializzate — a partire da noi stess3 — in esperienze collaborative. L’obiettivo era quello di riflettere sulle diverse sfaccettature del privilegio e della cura, dimensioni che attraversano costantemente le nostre relazioni, anche all’interno delle comunità marginalizzate

Abbiamo lavorato, ad esempio, sul privilegio di genere e di classe all’interno delle comunità razzializzate (un percorso che ti ha vista anche coinvolta), fino ad arrivare a un workshop sul consenso. Nel 2024, abbiamo aggiunto un laboratorio dedicato alla costruzione di comunità (community building), cercando di dare maggiore centralità a un concetto complesso ma fondamentale come quello della responsabilizzazione collettiva (accountability) — che, ancora oggi, fatichiamo ad abbracciare davvero.

Quegli anni in particolare (descritti qui sopra, 2022 - 2024) per me sono stati esplicativi di tutte le dinamiche sintetizzate da te rispetto a quanto il razzismo sistemico non è solo un apparato esterno, ma agisce in profondità nelle relazioni, nei silenzi e nelle gerarchie interiorizzate, fino a frammentare anche le comunità razzializzate. Nello specifico, misoginia e classismo mi hanno travolta con una violenza impossibile da ignorare - disorientante, subdola, viscida. Mi hanno stordita, cercando di farmi perdere lucidità nel leggere posizionamenti e atteggiamenti. 

Nella mia esperienza personale ho osservato una paura maledetta dell’essere etichettatə — specialmente riscontrabile negli uomini e in generale nelle persone con una mentalità patriarcale. Invece di accogliere un percorso di accountability, spesso si preferisce evitare lo sguardo critico su di sé. Si teme l’etichettamento e, per difendersi, si risponde con gasligthing, negazione o invalidazione, invece di ammettere i propri limiti e intraprendere un cammino di consapevolezza e responsabilità. In molte situazioni, è la reazione, fatta di difese narcisistichee respingimenti, a risultare più violenta dell’azione iniziale che viene segnalata o problematizzata. L’accountability invece di essere abbracciata come parte di un percorso viene vissuta come un'etichetta minacciosa perché costringe a guardarsi allo specchio, a nominare quelle responsabilità che spesso si preferisce lasciare nell’ombra. La paura di essere etichettatə — come per esempio “problematicə”, “tossicə”, “violentə — è, in realtà, la paura di dover rinunciare a un privilegio — sociale, politico, affettivo — che si continua a esercitare anche nei contesti che si dichiarano radicali.

E così entrano in gioco il potere economico e il potere sociale che, oltre ad evidenziare le contraddizioni di questi spazi, fanno emergere le ipocrisie che autoassolvono questi uomini o queste persone con una mentalità patriarcale. Dinamiche politico-sociali ambiguamente ridotte in “battibecchi” personali e/o lotte tra personalismi ed egocentrismi che sminuiscono l’esperienza violenta subita. Senza riconoscere i propri limiti o l’impatto del razzismo, classismo e sessismo interiorizzati — temi di cui oggi si parla molto, spesso per seguire una tendenza, più che per mettersi davvero in discussione — si finisce per screditare chi prova a rompere il silenzio. Si evita così un vero processo di responsabilizzazione, forse per paura che questo porti, alla fine, all’allontanamento. Ho la forte impressione che molti spazi preferiscono proteggere il proprio capitale sociale invece di affrontare davvero le crepe che li attraversano. Finché si continuerà ad avere più paura dell’allontanamento che della violenza permessa, non potremo parlare davvero di trasformazione. E per quanto la responsabilità sia un atto collettivo, inizia sempre da una scelta individuale — come è stato, ad esempio, per chi ha condiviso quell'intervento prezioso all’edizione del festival del 2022. 

Sono contenta che tu abbia riportato il termine contraddizione nella tua lettera perché c’è un’altra sfumatura che mi hai fatto venire in mente e mi spinge a porti questa domanda che mi tormenta da qualche anno: quanto si gioca con questo termine? Abbiamo normalizzato le contraddizioni, rispettandone l'esistenza. Ma ho l’impressione che siamo arrivate al punto che le “contraddizioni” vengano usate come scusa, come quando ci si nasconde dietro un dito per non esporsi, per non assumersi responsabilità. Infatti, ho elaborato questa nuova espressione: “nascondersi dietro il dito delle contraddizioni”. Perché se da un lato riconoscere le proprie contraddizioni è un atto umano e costruttivo, dall’altro mi inquieta il sospetto che ne stiamo facendo un uso strategico, comodo. Il riconoscimento delle contraddizioni diventa un alibi, e non più uno strumento critico. E anche questo mina costantemente la sorellanza di cui abbiamo estremamente bisogno.

La sorellanza, in una prospettiva afro-femminista, non è un gesto spontaneo, ma una responsabilità politica. Richiede di disimparare il narcisismo individualista che il capitalismo, anche nei contesti più “radicali”, continua a premiare. Costruirla significa scegliere l’ascolto e il sostegno reciproco, rifiutando la logica dell’affermazione personale a scapito delle relazioni. È una pratica faticosa, ma necessaria.

Applicare in concretezza il concetto di sorellanza è difficile. Se aggiungiamo anche il ruolo dei social, che spingono le persone, in particolare le divulgatrici culturali, le attiviste e chi è impegnato socialmente, a competere in uno spazio esclusivo, il quadro per me è ancora più chiaro. Questo spazio sociale esclusivo, infatti, crea una competizione tra chi dovrebbe lavorare in maniera collettiva, aprendo e moltiplicando proprio quegli spazi anche per l3 altr3. Invece, la necessità di verticalizzare fa sì che venga privilegiato chi riesce a dimostrare di essere "più bravə", "più criticə", "più questo", "più quello", e quindi meritevole di occupare quel posto. Inoltre, la continua ricerca di approvazione da parte degli uomini, con potere sociale ed economico, gioca un ruolo fondamentale nel mantenere questa dinamica. 

Ricordo un episodio in cui eravamo insieme, minuscolo rispetto all’ampiezza delle dinamiche di cui stiamo parlando, ma illustrativo del nostro quotidiano; ovvero, quando durante una conversazione con un uomo nero, con maggiore potere economico e sociale, insisteva nel volere una prova che meritassi una sua approvazione. Il cortocircuito che vedevo attraversare nelle sue pupille quando gli dissi esplicitamente che non avevo nessun interesse nel passare del tempo insieme, né per il piacere di farlo né tanto meno per guadagnarmi la sua approvazione, mi divertì, devo essere onesta. Ciò che mi divertì meno fu il fatto che poi fui percepita come arrogante, antipatica o come se avessi qualcosa di personale contro di lui, riducendo così tutto l’atteggiamento supponente che aveva avuto nei miei confronti e classificandomi come la "donna nera arrabbiata". La conversazione che ne seguì tra di noi è stata importantissima, per rivedere in maniera lucida ciò che era appena successo, contando sul tuo ascolto onesto e cosciente. 

Concludo questa lettera così come l’ho iniziata: con una confessione. Arrivo alla fine affaticata — è la prima volta che metto nero su bianco tutto questo. Ora che il nostro scambio ha trovato uno spazio pubblico grazie a Voice Over Foundation, sento di nuovo la vulnerabilità di raccontarmi. È una sensazione che conosco bene, ma ogni volta porta con sé qualcosa di nuovo: un misto di paura e gratitudine. Esporsi non è mai semplice, ma sapere che le nostre parole possono risuonare altrove dà forza e senso a tutto questo. 

Un abbraccio,

Ariam

Lettera Nogaye
Mercoledì 26 marzo 2025, Abbiategrasso

Cara Ariam,

ti ringrazio per la tua lettera. L’ho letta più volte, sentendomi attraversata da emozioni complesse e da una domanda che mi porto dentro da tempo, riaccesa dalla tua scrittura ovvero: come si costruisce davvero una comunità politica tra persone razzializzate? 

È una riflessione che parte da esperienze personali, ma che rimbomba dentro una dimensione collettiva. Mi sono spesso chiesta perché, in Italia, facciamo così fatica a parlare davvero di comunità. Vedo il lavoro instancabile portato avanti da tante di noi, ognuna su strade diverse, spesso parallele, che raramente si incontrano. E mi chiedo perché... A volte mi do delle risposte: il dolore che ognuna si porta dentro, il trauma che rende difficile fidarsi, e la stanchezza, quella profonda, che rende difficile anche solo iniziare conversazioni scomode tra di noi. Le parole che affollano la mia testa sono tre: paura, rabbia, responsabilità.

La domanda che mi accompagna da tempo e che riaffiora con forza leggendo la tua lettera è semplice e al contempo disarmante: come si fa ad affrontare tutto questo? 

Come facciamo a sostenere il peso di una società che ci vuole divise, isolate, incapaci di organizzarci e fare rete? Come possiamo superare contraddizioni tanto radicate, che finiscono per compromettere la stessa efficacia delle nostre lotte, riproducendo al loro interno le dinamiche che volevamo abbattere?

Non voglio scriverti come se avessi risposte. Al contrario infatti, continuo a fare solo domande... perchè mi sento pienamente dentro questa confusione. E sento il bisogno urgente, viscerale, di vedere le nostre voci unite, consapevoli della potenza che potremmo sprigionare se solo imparassimo a parlarci davvero, a comunicare senza timore, a — come direbbe una mia amica — confliggere senza romperci, ma anzi, confliggere per costruire qualcosa di più solido. Un legame che non tema il confronto, ma lo riconosca come cura.

Mi ricordo ancora, nell’ormai lontano 2022, quando era esploso Clubhouse, un social network basato solo su audio, dove si potevano creare “stanze” virtuali per parlare in diretta con altre persone, spesso anche sconosciute. In quel periodo avevo organizzato una stanza per discutere di come unire le diverse lotte, convinta che bastasse mettersi insieme per trovare una direzione comune. Ero ancora molto ingenua, tante cose non le avevo capite fino in fondo. Ricordo che durante quella conversazione sono stata letteralmente, come direbbero i più giovani, blastata — cioè attaccata in modo diretto e spesso brutale, con toni molto critici e senza troppi filtri. All’epoca ci rimasi male, ma con il tempo ho capito  che quell’esperienza è stata anche un passaggio importante nel mio percorso, mi ha fatto capire quanto siamo lontani dall’unione e come i problemi interni ai singoli movimenti in qualche modo fungono da deterrente invece di carburante trasformativo. 

Ti ringrazio per aver aperto il tema dei social, oggi  diventati per me un luogo di fatica e, spesso, di paura. Proprio ieri, mentre preparavo un contenuto, sentivo l’ansia salirmi addosso. Avevo paura delle etichette, di non sembrare abbastanza radicale, di essere di nuovo bersaglio di critiche dure, spesso cariche di cattiveria — e non da parte di sconosciuti, ma da chi fa parte della stessa comunità. È una violenza sottile, che ferisce proprio perché arriva da chi dovrebbe riconoscere la complessità del nostro stare al mondo.

Quando è uscito il mio primo libro - Fortunatamente Nera: il risveglio di una mente colonizzata - ho ricevuto pochissimo sostegno da parte di altre persone razzializzate. Alcune si sono giustificate con scuse, altre sono rimaste in silenzio. E io mi sono chiesta: perché? Perché, quando vedo qualcunə di noi che scrive, racconta, ottiene un riconoscimento, la mia reazione è sempre di gioia e sostegno? Io credo davvero che l’unione faccia la forza. Ma viviamo in un sistema che ci spinge a pensare il contrario. A crederci in competizione per spazi minuscoli, concessi dal bianco-centro. Spazi che non voglio conquistare, voglio distruggere. E ricostruire. Con le mie sorelle.  

C’è un tipo di dolore che si prova solo quando il silenzio arriva da chi pensavi potesse capirti. Quando nessuno ti scrive dopo un attacco online. Quando condividi un progetto, una battaglia, una ferita, e l’eco non arriva. E ogni volta mi chiedo: è colpa mia? La verità è che i social ci hanno dato voce, ma ci hanno tolto pelle. Viviamo sotto vetro. O dentro un'arena. Ogni parola può essere usata contro di te, non solo dal nemico dichiarato, ma da chi dice di volerti accanto. E allora impari a pesarti, a trattenerti, a fare attenzione. Ma a forza di attenzione, ti dimentichi di dire davvero ciò che pensi. A me è successo tante volte. E ogni volta ho avuto paura. Di essere fraintesa. Di essere lasciata sola. Eppure continuo a farlo. Perché credo che parlare di razzismo non sia un compito da svolgere bene, ma una responsabilità che si prende rischi, che inciampa, che si espone.

Quando ho lanciato Maison Dianko, il mio brand di sartoria senegalese, l’ho fatto con un desiderio viscerale: riappropriarmi delle mie radici. Ricucire, letteralmente, frammenti dispersi. Non era (non è) solo moda. È una pratica di memoria, di cura, di sfida politica. Ma anche lì, ho sentito il peso dell’assenza, della diffidenza, di uno sguardo che sembra chiederti continuamente di giustificare ogni passo. Mi chiedo spesso: siamo davvero pronte a sostenerci? A riconoscere la potenza dell’altra senza sentirci minacciate? A entrare in conflitto senza distruggerci? Io ci voglio provare. Ma senza fingere che sia facile. Senza fingere che basti chiamarci “sorelle” per esserlo davvero. Per me sorellanza significa potersi dire tutto. Anche il non detto. Anche la rabbia. Anche la stanchezza. Ma restare 

Ecco perché questa lettera è importante. Perché apre. Perché non chiude. Perché non cerca colpevoli, ma connessioni. E perché lo fa pubblicamente. Come atto politico. Come pratica femminista. Come possibilità. Scriverti oggi è un atto politico. È dire che io ci credo ancora. Che, nonostante la fatica, continuo a desiderare una comunità fatta di sorellanza, confronto, tenerezza e responsabilità. Che voglio imparare a stare nel conflitto senza scivolare nel risentimento, e ad accogliere la complessità senza chiedere perfezione.

Concludo provando a rispondere alla tua domanda sulla contraddizione. Mi colpisce molto perché anche io, negli ultimi tempi, mi sono trovata spesso a interrogarmi su come il concetto di contraddizione venga usato. Credo che ci sia stato un momento in cui rivendicare le nostre contraddizioni è stato necessario e liberatorio: un modo per uscire dalla gabbia dell'idealizzazione militante, da quella pressione tossica che ci voleva sempre coerenti, sempre lucide, sempre dalla parte giusta della storia. 

Riconoscere le contraddizioni come parte della nostra umanità è stato un gesto politico, un modo per dire che non siamo macchine da rivoluzione, ma persone con vissuti complessi, che imparano anche sbagliando. Ma sì, ti capisco quando dici che qualcosa, nel frattempo, si è rotto o forse deformato. Anch’io percepisco un uso strumentale della contraddizione che a volte sembra diventare uno scudo per non assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Come se bastasse dichiararsi "in contraddizione" per evitare di fare i conti con i propri privilegi, le proprie incoerenze, o peggio, con la riproduzione di dinamiche escludenti e violente.

In questo senso, sì: quando la contraddizione diventa un alibi, rischia di sfociare nell’ipocrisia. E quando questo accade dentro relazioni che si dicono sorelle, dentro comunità che si vogliono care e solidali, allora quella sorellanza viene intaccata. Non perché sbagliare sia un tradimento, ma perché non affrontare onestamente il proprio impatto sugli altri, quello sì, lo diventa. Forse il punto non è “accettare” o “giustificare” le contraddizioni, ma capire come le attraversiamo. Se lo facciamo con onestà, vulnerabilità, responsabilità… o se invece le usiamo come cortina di fumo per non guardare dove fa male.

Grazie davvero per avermi offerto lo spazio per pensarci insieme.

Nogaye

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