Sostanze chimiche quotidiane, la sicurezza di cui non si parla: come l’industria nasconde i rischi e ci avvelena

Dall’acqua che beviamo ai prodotti che usiamo per cucinare, vestirci o conservare gli alimenti, il segreto decennale dell’industria è nascondere i rischi delle sostanze chimiche e continuare a produrre.  

Stella Levantesi 

L’Europa è coperta di rosso. Pallini rossi ovunque – ognuno, un segno di contaminazione. È la mappa dell’inquinamento perenne e, creata da LeMonde e dal progetto d’inchiesta The Forever Pollution Project, mostra l’entità della contaminazione da PFAS sul territorio europeo – oltre 23 mila siti. 

I PFAS, un gruppo di oltre dodicimila sostanze chimiche chiamate per- e polifluoroalchiliche, si trovano in migliaia di prodotti con cui abbiamo a che fare ogni giorno, dagli imballaggi per alimenti agli indumenti indossiamo, dai cosmetici ai dispositivi elettronici, e vengono usati dall’industria per le loro proprietà idro e oleorepellenti. 

I PFAS sono anche nell’acqua che beviamo. 

Secondo un’inchiesta di Greenpeace Italia del 2025, in 206 campioni d’acqua italiani su 260 analizzati, è stata trovata almeno una delle 58 sostanze PFAS monitorate. I risultati mostrano che il 79% dei campioni di acqua potabile risulta contaminato. In particolare, in 121 comuni italiani, le analisi hanno rilevato la presenza di PFOA, un composto chimico sintetico appartenente ai PFAS e, dal 2023, riconosciuto come cancerogeno.

“I rischi sono tantissimi, i PFAS sono molto persistenti e sono interferenti endocrini,  possono alterare il funzionamento ormonale. I rischi sono dovuti anche al fatto che sono decine di migliaia di sostanze e quindi è veramente complicato [eliminarle una volta diffuse]”, spiega in un'intervista a Voice Over Alessandro Giannì, responsabile delle relazioni istituzionali e scientifiche di Greenpeace Italia. 

Per questo motivo, i PFAS vengono comunemente chiamati “inquinanti eterni”. Tra questi, PFOA e PFOS, in particolare, possono essere assorbiti dagli organismi ed essere molto difficili da degradare.

“I PFAS sono davvero problematici perché [...] una volta che si trovano nell’acqua, nell’aria, nel suolo o nei nostri corpi, è molto difficile liberarsene e sono collegati ad impatti sulla salute come tumori, problemi di fertilità, problemi relativi al sistema endocrino,” evidenzia in un’intervista a Voice Over Vicky Cann, ricercatrice e campaigner presso Corporate Europe Observatory (CEO). 

“I costi di bonifica sono estremamente elevati e non disponiamo ancora della tecnologia necessaria per rimuovere e distruggere i PFAS su larga scala”, aggiunge Cann. 

Secondo l’inchiesta Forever Lobbying Project, il costo per “bonificare” i PFAS preesistenti e le emissioni in corso è di 2 mila miliardi di euro su un periodo di 20 anni: il “veleno del secolo” ha provocato “la peggiore crisi di inquinamento che l’umanità abbia mai affrontato”. 

Nonostante i rischi conosciuti, l’industria chimica e le sue lobby hanno esercitato pressioni politiche per evitare la regolamentazione sui PFAS, come rivelato dagli oltre 14 mila documenti inediti dell’indagine Forever Lobbying Project e da un rapporto di CEO. 

Secondo le inchieste, la campagna dell’industria chimica ha l’obiettivo di indebolire una proposta ancora in corso, presentata nel 2023 da Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Norvegia e Svezia all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), al fine di ottenere un divieto per tutti i PFAS, che prevederebbe comunque alcune esclusioni. 

“Nessuno ci ha chiesto se vogliamo sostanze chimiche pericolose nei nostri cosmetici, nei nostri vestiti, nei nostri veicoli, nel nostro cibo o nella nostra acqua. Penso che se lo si chiedesse alle persone, chiunque, ovviamente, risponderebbe: ‘Non vogliamo sostanze chimiche tossiche e pericolose’”, rimarca Cann. 

In Italia, uno dei casi di avvelenamento da PFAS più esteso è quello dell’azienda chimica Miteni, fondata nel 1965 dal Conte Giannino Marzotto con il nome di RiMAr (Ricerche Marzotto). Nel 1977, Marzotto è stato portato a processo e assolto per un grave caso di inquinamento da sostanze benzotrifluoriche (Btf), un intermedio chimico usato per la produzione di pesticidi e fitofarmaci, e altamente tossico per l’ambiente acquatico. 

Nel 1988, l’azienda petrolchimica del gruppo Eni, EniChem, rileva RiMar insieme alla Mitsubishi S.p.A. e, nel 1992, la fusione trasforma il nome in Miteni S.p.A. (una crasi dei nomi Mitsubishi ed Eni). Nel 1996, Mitsubishi acquisisce il 100% delle azioni dell’azienda, fino al suo nuovo acquirente, nel 2009, il tedesco International Chemical Investors Group (ICIG). 

Nel 2011, alcuni ricercatori CNR-IRSA scoprono la più alta concentrazione al mondo di Pfas mai trovata presso le acque di scarico dell’azienda. 

Nel 2017, Miteni organizza un seminario in cui un consulente dell’azienda sostiene che la tossicità di PFAS “non è provata”. Un anno dopo, Miteni fallisce. 

Pochi mesi dopo il seminario negazionista, davanti alla Miteni, si raccoglie il movimento No Pfas nella Marcia dei Pfiori, in difesa della salute e dell’ambiente. 

Infatti, solo a seguito di una tenace mobilitazione della società civile e di comitati come Mamme No Pfas, assemblee, analisi indipendenti e proteste, il processo per portare Miteni alla giustizia prende forma.

La protesta No Pfas a Palazzo Ferro Fini

“L’accertamento della natura dolosa dei reati contestati, il fatto che sia emerso con chiarezza che a lungo Miteni ha ignorato e omesso di comunicare alle Autorità la contaminazione della falda acquifera, è stato un risultato importante delle lotte delle cittadine e dei cittadini che per anni sono stati esposti ai rischi degli inquinanti eterni”, sottolinea Giannì. 

Dopo una lunga lotta, nel 2025, in sentenza di primo grado, la Corte d’Assise di Vicenza, condanna a un totale di 141 anni di carcere 11 dei 15 manager dell’azienda, ritenuti responsabili per la contaminazione della seconda falda acquifera d’Europa in un territorio nel Veneto abitato da oltre 350 mila persone. 

“Dopo anni in cui sembrava che nulla potesse scalfire l’impunità di chi ha avvelenato le nostre acque, il nostro sangue, la nostra terra, finalmente è arrivato un segnale forte, chiaro, inequivocabile,” si legge sul sito di Mamme No Pfas in riferimento alla sentenza.  

Le condanne sono state superiori a quelle richieste dall’accusa. All’inizio del 2026, la difesa ha presentato ricorso in appello, aprendo la fase del processo di secondo grado. 

“Adesso è necessario bonificare e soprattutto impedire che i PFAS continuino a essere rilasciati nell’ambiente. La sentenza del processo Miteni è stata un passo fondamentale per dare concretezza al principio ‘chi inquina paga’”, aggiunge Giannì. 

Allarmi precoci sabotati 

“Altamente tossico se inalato e moderatamente tossico se ingerito”. Si legge così nell’esame tossicologico del composto chimico sintetico PFOA.

Il documento è dell’industria chimica DuPont e risale al 1970, almeno quarant’anni prima che la consapevolezza della pericolosità di queste sostanze chimiche industriali raggiungesse le organizzazioni sanitarie e, poi, il pubblico. 

DuPont è conosciuta per aver creato il Teflon che troviamo in oggetti di uso quotidiano come il rivestimento antiaderente di pentole e padelle. 

Nel 1979, in un rapporto privato per la DuPont, un laboratorio aveva condotto una serie di test sugli animali con la sostanza chimica APFO (il sale di ammonio del PFOA, prodotto anche da Miteni), riscontrando una serie di effetti tossici. La sostanza è stata somministrata in una singola dose a due cani, che sono morti due giorni dopo l’ingestione e che hanno mostrato un aumento dei livelli plasmatici degli enzimi “indicativo di danno cellulare”.

Un anno dopo, altri documenti di DuPont e del produttore chimico 3M mostrarono che, su otto gravidanze di dipendenti aziendali nel periodo preso in esame, due bambini erano nati con malformazioni congenite, uno con anomalie agli occhi e una sola narice, e l’altro con anomalie agli occhi e ai dotti lacrimali. Un terzo bambino presentava livelli rilevabili della sostanza nel sangue del cordone ombelicale. Questi risultati non furono pubblicati e non furono comunicati ai dipendenti. 

Pur conoscendo i rischi di PFOA, nel 1981, DuPont e 3M diffusero una comunicazione ai dipendenti in cui si negava che i lavoratori fossero stati esposti a livelli tali da causare effetti negativi sulla salute, inclusi esiti avversi per la gravidanza. 

Nel 1991, un comunicato stampa pubblico della DuPont negava ancora gli effetti negativi sulla salute.

Come l’industria di combustibili fossili - i cui prodotti costituiscono circa il 99% del petrolchimico, comprese le catene di carbonio utilizzate per costruire le molecole PFAS -  l’industria chimica  in tutto il mondo ha utilizzato molteplici tattiche per sopprimere le ricerche scientifiche che ne evidenziavano i rischi. 

“C’è sicuramente una ‘tradizione’ davvero preoccupante nel tenere segrete le informazioni sui rischi, nel non condividerle, nel non essere trasparenti con le autorità. Penso che ci sia anche una tendenza alla manipolazione fuorviante riguardo alla sicurezza dei loro [dell’industria chimica] prodotti e delle loro sostanze chimiche,” ha spiegato Cann.

“Una versione adeguata della storia”

Lo schema si è ripetuto più volte, con sostanze chimiche sintetiche contenute nei prodotti che usiamo, tocchiamo o ingeriamo ogni giorno. 

Prendiamo il cloruro di vinile (VC), per esempio, un gas sintetico impiegato per produrre il polivinilcloruro (PVC), una delle materie plastiche più diffuse al mondo. 

Nel 1961, i ricercatori dell’industria chimica Dow Chemical pubblicarono i risultati di uno studio su animali, tra cui ratti, conigli e cani, esposti al cloruro di vinile per numerose ore al giorno, che rilevava anomalie epatiche e alterazioni degenerative. 

Le prove dei rischi di malattie derivanti dall’esposizione al VC non si limitavano agli studi sugli animali. “Non desideriamo che se ne discuta affatto e le chiedo di mantenere riservate queste informazioni [sui rischi],” aveva detto il direttore medico del produttore Goodrich sull’impatto del VC sulla salute dei lavoratori aziendali.

Altre aziende chimiche adottarono una linea simile. Per esempio, negli anni ‘60, un dirigente della Monsanto, a seguito della decisione di sottoporre i lavoratori esposti a radiografie, affermò: “Sono certo che il dottore [...] possa preparare queste persone ad una versione adeguata della storia, così da non far sorgere alcun problema”. 

L’industria era particolarmente preoccupata che l’opinione pubblica e i media potessero giungere alla conclusione che i prodotti in PVC fossero pericolosi, il che “sarebbe stato molto dannoso per l’industria”.

Inoltre, nel 1972, Dow Chemical e altri produttori statunitensi avevano firmato un “accordo di segretezza” con le aziende chimiche europee. 

In realtà, i risultati sui rischi di VC erano già noti, in parte, anni prima, negli anni ‘40, quando prove di tossicità cronica nei lavoratori esposti furono segnalate da scienziati sovietici che rivelarono infiammazioni epatiche e malattie vascolari e, poi, negli anni ‘50, negli Stati Uniti, con comunicazioni interne tra i produttori chimici. Per esempio, nel 1959, il direttore della compagnia Union Carbide veniva informato del fatto che, secondo un tossicologo alla Dow Chemical, il VC era “più tossico di quanto si credesse”. 

La storia è molto articolata ma il punto è che ci vollero anni prima che le concentrazioni di VC fossero regolamentate per l’industria. 

“C’è una lunga storia di manipolazione del dibattito, di manipolazione della scienza e di ricorso a ogni mezzo possibile per cercare di opporsi a normative significative in materia di salute pubblica e ambiente contro i loro [dell’industria] prodotti”, ha sottolineato Cann.

Secondo un rapporto della Agenzia europea dell'ambiente (AEA), che raccoglie molte di queste prove, le aziende avevano sufficienti informazioni sulla tossicità di VC negli anni ‘50 per limitare le applicazioni. La “resistenza dell’industria” era legata a scelte commerciali, dice il rapporto: “la possibilità di perdere quote di mercato e di vedere diminuire i profitti, viene raramente, se mai, superata semplicemente dalla coscienza aziendale”.  

Negli anni, con l’aumentare della diffusione di casi e, soprattutto, informazioni, l’esposizione al VC è stata associata a tumori, cirrosi epatica, malformazioni congenite e aborti spontanei, anche tra le partner dei lavoratori esposti al VC. 

Il costo del segreto industriale 

Molteplici studi dimostrano che le operazioni di disinformazione e pressione da parte delle aziende e delle lobby industriali in tutto il mondo hanno portato ad un notevole ritardo nell’adozione di misure normative. 

Secondo un’altra inchiesta di France 3 Rhône-Alpes, per esempio, un importante produttore chimico francese, Arkema, i cui prodotti includono i PFAS, era a conoscenza dei pericoli dei PFAS almeno dalla fine degli anni ’90 e avrebbe potuto limitare la diffusione nell’ambiente almeno dieci anni prima di intervenire.

“Ci sono decine di esempi e un secolo di informazioni sugli allarmi precoci, segnali di potenziale pericolosità e di non sicurezza di certe sostanze, a cui, però, non è seguita un’azione a livello regolamentare e legislativo per ridurre o bloccarne la produzione,”

spiega  in un’intervista a Voice Over Giulia Carlini, avvocata senior del Center for International Environmental Law (CIEL) e co-presidente del gruppo di lavoro sulle plastiche tossiche dell’International Pollutants Elimination Network. 

Questo anche perché, per evitare la regolamentazione e influenzare i processi legislativi, l’industria punta a indebolire la ricerca scientifica indipendente, ha rivelato il rapporto “The Pollution Playbook” di CIEL e CEO. 

L’industria chimica finanzia studi scientifici che possano favorire gli interessi stessi dei produttori, omette di rivelare il conflitto d’interesse, intimidisce scienziate e scienziati indipendenti e manipola dati scientifici esistenti per sostenere la sicurezza dei propri prodotti. 

“L’industria [chimica] è ben nota per la produzione di proprie “prove”. [...] La manipolazione dei dati scientifici è davvero importante in questo contesto, ma lo è anche ciò che si costruisce su di essa: le campagne di pubbliche relazioni e di lobbying che poi utilizzano quelle informazioni per rivolgersi ai decisori politici,” ha spiegato Cann.  

C’è un “coinvolgimento disonesto” da parte dell’industria nei processi politici e normativi, evidenzia la ricerca di “The Pollution Playbook”.

“Molto spesso queste industrie si nascondono dietro al segreto industriale, invece questo non dovrebbe esistere quando si tratta di salute umana e di impatti sull’ambiente,” sottolinea Carlini.

Tra le proposte per evitare l’inserimento industriale nelle questioni di interesse pubblico, oltre alla regolamentazione delle sostanze chimiche dannose, c’è quello che gli esperti chiamano l’approccio “firewall”, per escludere le lobby industriali dai “tavoli del potere” e già adottato in alcune istanze per l’industria di tabacco.

“L’approccio ‘firewall’ protegge il processo decisionale dalle industrie che operano in modo diametralmente opposto all’interesse pubblico, alla salute pubblica e alle preoccupazioni ambientali”, spiega Cann. 

“Queste industrie dannose non devono trovarsi nella stessa ‘stanza’ con le autorità di regolamentazione, soprattutto non in incontri privati, dove la loro attività di lobbying non può essere contestata dalla società civile indipendente o dalla scienza”, dice. 

Cann, inoltre, parla di “invertire l’onere della prova”. 

“Al momento, è facile immettere sul mercato una nuova sostanza chimica, mentre è davvero difficile dimostrare in seguito che debba essere ritirata dal mercato. E questo è l’ordine sbagliato.

Non dovremmo autorizzare o consentire la presenza di nuove sostanze chimiche sul mercato a meno che non sappiamo che siano sicure. È una cosa piuttosto elementare, [...] tuttavia, al momento troppi di questi prodotti non lo sono [sicuri],” ha aggiunto.  

Alternative più sicure esistono già, ma una risposta molto comune dell’industria alla regolamentazione è quella di enfatizzare gli aspetti economici, sovrastimando il costo e sottostimando i benefici delle norme legislative. 

“È una visione molto, molto parziale. [...] È anche così che l’industria è riuscita a manipolare il dibattito. C’è sempre un costo legato all’uso di sostanze chimiche nocive, e la domanda è: su chi ricade questo costo? E ricade in gran parte su di noi, come individui e come contribuenti,” spiega  Cann.  

“Ciò che l’industria non prende mai in considerazione nei propri studi che conducono per dimostrare il costo economico di una normativa”, aggiunge Cann, “sono i benefici per la salute e l’ambiente che andrebbero a vantaggio di tutte e tutti noi”. 

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