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palestina
Aprile 01, 2024
Giustizia Sociale

L’illusione di un giornalismo neutrale: come le parole costruiscono immaginari e opinione pubblica nel “caso” Palestina

Approfondimento di Cecilia Dalla Negra, Orient XXI

Sosteneva Ryszard Kapuściński che “il vero giornalismo è intenzionale, vale a dire che si prefigge uno scopo e cerca di produrre un cambiamento. Il buon giornalismo non può che essere così”. In un libro che non a caso si intitola “Il cinico non è adatto a questo mestiere" (E/o, 2012), il grande reporter polacco tentava di tracciare un orizzonte possibile per una professione che, forse già ai suoi tempi, rischiava di prendere una strada sbagliata. Tentava di spiegare come il giornalismo, a suo avviso, sarebbe dovuto essere ricerca della verità, megafono per chi non ha voce, strumento utile a chi subisce un’oppressione e non certo, come divenuto in gran parte oggi, a chi la esercita con forza egemonica. Una visione del giornalismo, la sua, che non considerava credibile – né in fondo giusta – l’idea di “neutralità”, partendo dall’evidenza che ogni essere umano abbia posizionamenti, valori, visioni del mondo e tenda a portarli nel proprio mestiere; prediligendo dunque una più credibile, e plausibile, onestà. 

“Essere giornalisti è per definizione passare la giornata a fare scelte” afferma in un recente articolo, pubblicato sulla rivista Socialter, la giornalista francese Salomé Saqué, che titola “L’illusione della neutralità”, e che sembra tracciare una genealogia con la visione di Kapuściński. Nel mestiere del giornalista, ci dice, tutto è frutto di una scelta. E anzi, in una situazione di palese ingiustizia, non essere neutrali diventa un’urgenza. 

Così facendo però, ci ricorda, veniamo immediatamente relegati nella definizione di “giornalisti militanti” (altrimenti detto: partigiani, poco lucidi, in fondo emotivi), definizione utile a screditare un lavoro sulla base dell’assunto che sia meno attendibile perché svolto con un dichiarato posizionamento valoriale. 

Eppure il giornalismo non è solo riportare i fatti, ma anche veicolare valori. E dunque l’unico criterio per valutarne la qualità dovrebbe essere l’adesione ai principi deontologici, al metodo giornalistico, alla puntualità nella verifica delle fonti. In altre parole, il rispetto di quel “patto di fiducia” verso il quale essere responsabili. E responsabilità è anche quella che si ha nella narrazione che si sceglie di produrre: perché sarà quella a indirizzare l’opinione pubblica. 


Il “caso” Palestina, o dell’indicibile 


Diversamente da altri contesti, il “caso Israele/Palestina” è unico anche per la sua copertura giornalistica. Da sempre infatti osserviamo gravi livelli di censura e auto-censura nel campo mediatico occidentale, che sarebbero superabili solo attraverso l’adesione ai fatti e la loro contestualizzazione. Eppure, dopo il 7 ottobre, “contesto” è diventata una parola indicibile. È diventato sufficiente pronunciarla per rischiare l’accusa di “sostegno al terrorismo”. Se è vero che “esiste solo ciò che viene nominato”, come recita un adagio caro al femminismo, possiamo affermare senza timore di smentita che il contesto, in Palestina, sui nostri media non esiste. 

Come scrive lo studioso Somdeep Sen in un recente articolo per Al Jazeera, “le parole costruiscono la realtà. In tempo di guerra quelle usate dai giornalisti si suppone servano ad aiutarci a capire cosa sta succedendo e perché. Ma troppo spesso servono invece a distrarci, confonderci, proteggere il potere dalle sue responsabilità”. 

Ed è proprio dalle parole usate per descrivere il contesto che forse occorre ripartire. Da quel linguaggio deviante, volto non tanto ad informare, quanto ad indirizzare l’opinione pubblica, utilizzato dal sistema mediatico mainstream occidentale. Il linguaggio con il quale questa “guerra” viene descritta è tutt’altro che neutro e anzi costituisce un aspetto della guerra stessa. E la scelta delle parole con le quali viene raccontata non è mai casuale.

Il primo problema che si pone nella rappresentazione mediatica è la scelta tra il framework concettuale del “conflitto” e quello del “colonialismo”. Scegliendo il primo immagineremo uno scontro alla pari tra due parti che non si accordano. Prediligendo il secondo, inquadreremo invece un processo di colonialismo di insediamento operato da Israele ai danni della popolazione palestinese, che prende avvio alla fine dell’800 e prosegue ancora oggi, utilizzando dispositivi di gestione come apartheid, pulizia etnica, occupazione militare.

Così facendo, sarebbe consequenziale una lettura del contesto meno emotiva e più lucida, tale da considerare chi opera per smantellare il sistema coloniale non tanto “gruppi terroristici”, quanto soggetti politici dotati di strutture militari, che portano avanti una lotta armata finalizzata alla liberazione nazionale. Hamas e le altre fazioni che operano a Gaza potrebbero quindi essere esaminate in comparazione con movimenti simili in altri contesti storici e geografici, che hanno sempre fatto ricorso a pratiche certamente disturbanti per chi non vive all’interno dell’esperienza coloniale, e che possono configurarsi come “crimini di guerra” laddove colpiscano obiettivi civili, ma che rientrano nella logica di uno scontro asimmetrico rispetto al tentativo di annientamento operato tradizionalmente dai poteri coloniali ai danni delle popolazioni colonizzate.  

Sin dalle prime ore dell’offensiva militare israeliana invece è stato evidente il dispositivo narrativo adottato dalla maggior parte dei media mainstream occidentali: nel quadro di quello che è stato sempre descritto come un “conflitto”, Hamas è “un gruppo terrorista” e Israele “ha il diritto di difendersi”. Un’impostazione che ha conseguenze importanti: non a caso, sono stati numerosi gli appelli rivolti dal Sindacato della stampa palestinese a operatori e operatrici dell’informazione in Occidente. Perché – ci dicono – il modo in cui riportiamo le notizie ha due ordini di conseguenze: su ciò che accade sul campo, qui e ora; e nella costruzione della percezione di popoli e contesti. 


La lunga strada verso la de-umanizzazione 


L’ambiente mediatico occidentale rispetto al contesto palestinese è sempre stato attraversato da importanti bias e distorsioni culturali. 

“È complicato”: è questo l’inevitabile incipit, la doverosa premessa, per qualsiasi presa di parola sulla questione. A questo meccanismo di allontanamento preventivo dell’opinione pubblica dal rischio che comprenda, segue la sistematica rimozione del contesto: dinnanzi a ricorrenti esplosioni di “crisi” si torna a parlare di un “conflitto” in cui la parte palestinese è evocata solo attraverso il registro della violenza - nata però in un vuoto – alla quale Israele è costretto a “rispondere”. La conseguenza è che gli israeliani vengono “uccisi”, mentre i palestinesi generalmente “muoiono”. I palazzi intenzionalmente distrutti “crollano”, le espulsioni forzate dei palestinesi dalle loro case diventano “dispute catastali”, i raid dell’esercito diventano “scontri”. E d’altronde lo abbiamo osservato in questi 5 mesi: a Gaza le persone “soffrono la fame”, vengono “trovate morte” come “effetto collaterale” di “bombardamenti chirurgici” che miravano a colpire target militari e – fatalità – hanno raso al suolo ospedali, università, moschee. A Gaza insomma abbiamo “vittime collaterali” perché quella lanciata da Israele è una “guerra”. Quelle del 7 ottobre invece sono cadute per mano “terrorista”: la gerarchia tra chi deve vivere e chi può anche morire è presto delineata.  

Dopo il 7 ottobre si è però registrato un salto di qualità persino nella riproposizione della cornice lessicale bellica, con il sistematico ricorso alla categoria del terrorismo, e la fuorviante sovrapposizione tra Hamas e attori come Daesh o Al Qaeda. 

Eppure, nel corso degli ultimi anni, sull’opportunità dell’uso del termine “terrorismo” in ambito giornalistico si sono sviluppati vasti dibattiti, trattandosi di un termine dalla forte connotazione politica; una definizione che può essere attribuita tuttalpiù alle azioni, e non ai soggetti che le compiono, ponendoli così fuori dalla categoria umana. Se quei soggetti cessano di essere umani, le loro ragioni verranno rimosse, e contro di loro sarà accettabile qualsiasi cosa: anche lo sterminio. 

Se attraverso la narrazione mediatica abbiamo introiettato che Hamas è un'organizzazione terroristica, sarà complesso prendere sul serio le sue dichiarazioni. Ecco allora che la stampa parla ampiamente “di dati diffusi da Hamas” o “dai Ministeri controllati da Hamas” suggerendo implicitamente di prendere quei numeri con una certa distanza. Una distanza raramente riservata, di contro, alle informazioni veicolate dall’Esercito israeliano, spesso riproposte senza verifica deontologica. È così che nei primi giorni dopo il 7 ottobre sono state diffuse vere e proprie fake news che, una volta lanciate, sono destinate a restare vere per sempre. 

Gli esempi in questo senso sono stati moltissimi. Basterà citare quello tristemente noto dei “bambini decapitati” nell’attacco ai kibbutz, notizia rilanciata dalla stampa italiana nonostante si sia rivelata poi non verificata; o quello dell’ospedale Al Shifa di Gaza City, bombardato e assediato dall’Esercito israeliano, che lo considerava “la principale base operativa di Hamas”, notizia poi smentita persino dalla stampa “embedded” scortata allo Shifa dai militari. 

La diffusione di notizie false per giustificare interventi militari sproporzionati e renderli più accettabili per l’opinione pubblica è un meccanismo che abbiamo imparato a conoscere nello scenario post-11 settembre, così come le conseguenze in termini di islamofobia causata da una rappresentazione distorta. All’indomani del 2001 i paesi - ma soprattutto i popoli - ritenuti responsabili di uno “scontro di civiltà” (secondo l’infausta definizione promossa allora da Samuel Huntington) vennero dipinti come “l’asse del male”. Questo apparato retorico contribuì a una lettura per cui era necessario agire militarmente in Afghanistan e in Iraq. 

Quella che abbiamo visto riproporsi dopo il 7 ottobre è stata la medesima retorica: la parte palestinese, interamente sussunta da Hamas, soggetto non-umano in quanto “terrorista” - è stata definitivamente de-umanizzata. Si è creato un ambiente autorizzante per lo sterminio della popolazione anche attraverso l’informazione, che ha orchestrato un meccanismo di produzione empatica distorto, rivolto esclusivamente alla vittima più simile agli standard occidentali. È a questa vittima – e solo a lei - che viene riconosciuto non solo il monopolio del dolore, ma anche la legittimità dell’uso della forza. 

Il meccanismo di de-umanizzazione del popolo palestinese inizia dunque molto tempo fa, e s’inscrive in un più vasto dispositivo di demonizzazione dell’altro che ha visto nell’Islam e nei popoli che abitano il mondo arabofono le vittime designate. Detto in altri termini, se ciò che sta accadendo alla popolazione gazawi stesse avvenendo in un luogo del mondo percepito come più vicino o simile al nostro, e ai danni di una popolazione non prevalentemente musulmana, sarebbero certamente altre le narrazioni mediatiche utilizzate. 

Una postura saldamente islamofobica e razzista, questa, che non ha risparmiato colleghi e colleghe della stampa palestinese, unici testimoni del tentativo di genocidio in corso a Gaza dal momento che alla stampa internazionale è vietato l’accesso, ma diffusamente considerati poco credibili, in quanto “troppo coinvolti”. Una distanza che non è mai stata tuttavia riservata a colleghi e colleghe israeliane, ucraine, o situate in altri conflitti. Intestarsi il monopolio della autorevolezza e della credibilità come stampa occidentale è parte della postura ancora coloniale che si conserva nel nostro pezzo di mondo. 

C’è un detto popolare nel giornalismo: “Se una persona dice che fuori piove e un’altra no, il giornalista non deve citarle entrambe ma guardare fuori dalla finestra”. È allora nello scegliere cosa raccontare, come farlo, quali parole utilizzare; e ancora, nel tentare di amplificare le voci subalterne e silenziate, che sta forse il bilanciamento da trovare tra l’esercizio del mestiere e ciò che il presente impone alla nostra coscienza. 

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