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adil mauro
Maggio 08, 2024
DIRITTI UMANI

Chi può viaggiare e chi no: perché bisogna parlare di libertà di movimento. Intervista a Gabriele Del Grande.

La voce di Gabriele del Grande, intervistato da Adil Mauro

Il 10 aprile 2024 si è tenuta la votazione finale sul pacchetto di riforme legislative conosciute come il “Patto Europeo”. “Ora che è stato approvato, chi chiederà asilo in Europa non avrà più alcun diritto effettivo all’esame pieno della domanda di protezione internazionale, e potrà essere sistematicamente detenuto alle frontiere esterne dell’Unione”, denuncia ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione). 


Sempre pochi mesi fa in Italia il governo Meloni ha siglato con le autorità di Tirana un accordo – secondo molti osservatori in ottica elettorale – per la creazione di dispendiosi e fondamentalmente inutili centri per la detenzione di migranti in territorio albanese. Un approccio che rientra in un più ampio processo di esternalizzazione delle frontiere che non riguarda solo il nostro Paese.


In questo scenario di costante attacco al diritto di asilo e di movimento delle persone straniere si inserisce il lavoro del giornalista e scrittore Gabriele Del Grande che, dal mese di aprile, sta portando in giro per l'Italia un monologo multimediale ispirato dal suo ultimo libro “Il secolo mobile. Storia dell’immigrazione illegale in Europa”. Il testo, pubblicato lo scorso agosto dopo un decennio di ricerca sul campo e tre anni di studio, si pone l'obiettivo di storicizzare il processo di illegalizzazione dell’immigrazione nera, asiatica e musulmana e sdoganare il discorso sulla libera circolazione. 


Del Grande si occupa di questi temi da anni. Nel 2006 ha creato Fortress Europe, il primo osservatorio sulle vittime della frontiera. Da allora ha condotto ricerche in una trentina di paesi tra le due sponde del Mediterraneo e il Sahel, realizzando numerosi reportage per la stampa italiana e internazionale. “Il secolo mobile” a teatro si presenta come un viaggio per immagini e parole, costruito con i testi dell'omonimo libro, le foto e i video d'archivio di un intero secolo. 


Intervista a Gabriele Del Grande. 

D: Le parole "viaggio legale" cosa rappresentano per te?

R: Una contraddizione in termini, nel senso che non dovrebbe nemmeno esistere un viaggio legale. Rappresenta l'attuale ordine delle cose che vuole una illegalizzazione della mobilità di alcuni, generando in questo modo la legalità del viaggio degli altri. Il tema è chiedersi chi può viaggiare, chi no e perché. 


D: Come si parla di immigrazione?

R: C'è molta retorica sull'immigrazione legale. La grande farsa è quella lì, cioè l'idea che ci sia un immigrazione buona e una cattiva. Quella legale di chi viene qua con delle buone intenzioni per lavorare contrapposta a quella illegale di chi entra clandestinamente, aggirando le regole e con lo scopo di delinquere. Questa è la grande narrazione che si costruisce sui meccanismi dei visti, soprattutto in frontiera, che decidono da quali aree del mondo sia legale viaggiare. Fondamentalmente entrano i popoli ritenuti più facilmente assimilabili perché più vicini all'idea di bianchezza, quel criterio biologico su cui ancora oggi si fonda l'idea di trasmettere la cittadinanza. E poi ci sono le aree del mondo dalle quali abbiamo deciso di non far spostare nessuno, salvo eccezioni come ad esempio i bambini che non facciamo più, che sono legalmente autorizzati a raggiungere i genitori, o quei pochi lavoratori che ci servono purché in condizioni precarie, pronti ad essere rispediti al mittente quando non sono più produttivi. E solo in extremis il profugo perfetto che ci conferma la narrazione dell'Occidente democratico che salva le vittime del mondo... purché non siano quelle di Gaza. 


D: Su questi temi quali sono i limiti del dibattito pubblico in Italia? 

R: A livello di dibattito non vedo grandi aperture, ahimè. Quello che provo a fare con “Il secolo mobile” è sparigliare le carte e sdoganare il dibattito sulla libera circolazione, cercando di spostare il tema dall'immigrazione alla libertà di movimento. In ambito progressista l'unico tema che sembra fare capolino ogni tanto è quello dei corridoi umanitari come alternativa alle traversate del mare. Ma questi canali legali sono sempre legati al discorso umanitario, come se ancora una volta l'unica eccezione per poter varcare la linea del colore che divide il Mediterraneo sia essere disperati. Accogliamoli sì, ma solo se si tratta di profughi, perseguitati e rifugiati. Per cui autorizziamo in piccole dosi e con il contagocce l'arrivo di qualche siriano, di qualche yemenita, di qualche sudanese attraverso i corridoi umanitari. Su questi temi c'è un ritardo storico, a destra come a sinistra. Nel mondo identitario-sovranista come in quello progressista dei porti aperti c'è ancora questa illusione di un'Europa bianca che non esiste più e l'idea che la mobilità da certe aree del mondo rappresenti l'eccezione. C'è proprio una difficoltà ad ammettere il diritto a spostarsi liberamente nel mondo di tutti e non soltanto di alcuni. Un altro tema con cui dovremo fare i conti è infatti quello dei ceti popolari e medi provenienti dall'area afroasiatica che, ad oggi, con il meccanismo dei visti sono tagliati fuori e viaggiano lo stesso, ma in modo illegale. La domanda di oggi non è tanto “aprire o chiudere le frontiere?” ma legalizzare o meno la mobilità delle persone che quelle frontiere le attraversano comunque.


D: Quella che in più di un'occasione hai definito “apartheid dei visti” è anche una questione di classe?

R: Sì, certamente. È anche una questione legata al discorso razziale. C'è innanzitutto una mappa di Paesi che hanno il divieto di viaggio e non possono entrare senza visto in Europa. Parliamo fondamentalmente di Africa, Asia, Caraibi e America centrale. In questi Paesi c'è un discorso classista per cui in ambasciata si autorizza il viaggio delle élite e dei figli della borghesia, vietando invece il viaggio dei poveri e del ceto medio. Dopodiché “fatta la legge fatto l'inganno”, nel senso che c'è un giro di corruzione pazzesco nelle ambasciate e i visti in qualche modo si riescono ad ottenere lo stesso. Ad oggi, diciamo, il 90% degli ingressi annuali in Europa dallo spazio extra europeo avviene in via legale dagli aeroporti con i visti. E il tema dei cosiddetti “finti turisti” che rimangono in overstaying allo scadere dei tre mesi, chiedendo poi asilo per mettersi in regola. C'è anche chi compra un finto contratto di lavoro per entrare con i flussi o fa carte false per un ricongiungimento familiare. Un conto sono i divieti, un altro la pratica e la facilità con cui certi provvedimenti si riescono ad aggirare.


D: Spesso il doppio standard è anche nelle parole: noi expat, gli altri immigrati.

R: In generale a mancare è una visione critica su questi temi. Quello che vedo, oltre al circo della comunicazione che si limita a rilanciare le dichiarazioni del politico di turno, è il tentativo di raccontare le storie di chi si mette in viaggio. Peccato che spesso questo lavoro ceda il passo a uno sguardo pietistico, vittimizzante e infantilizzante. La storia è sempre quella della vittima, del poverino, del profugo perfetto. Manca invece lo sguardo capace di sovvertire quella narrazione, cioè di vedere quei ragazzi come giovani ribelli che rappresentano tanti granelli di sabbia destinati a far saltare i potenti ingranaggi del dispositivo di frontiera. Paradossalmente capovolgere la narrazione su questi temi ci permetterebbe di spiegare le storie di tutti quelli che salgono sulle barche, quindi non soltanto della famiglia in fuga dalla guerra ma anche dell'adolescente di Tangeri o Tunisi che viene in cerca dell'America. E inoltre ci consentirebbe di avvicinare le nostre storie alle loro. Alla fine siamo tutti giovani precari in cerca di dignità e riscatto. Ma per rovesciare prospettiva e sguardo serve un ragionamento a monte, chiedersi che cos'è la frontiera, a cosa serve e quali privilegi mantiene. 

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