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nadege
Settembre 20, 2023
BLACKNESS

La danza è politica. E se non conosciamo le nostre radici, non possiamo andare avanti perché si perde l’essenza

La voce di Nadege Okou, intervistata da Sara Manisera, FADA Collective

Blackn[è]ss fest è il primo festival in Italia che propone una rielaborazione dell'universo afrodiscendente. Eventi e tavole rotonde per riflettere sul concetto di nerezza, secondo un percorso di decolonizzazione del linguaggio e per discutere di temi come gli effetti sulla salute mentale della profilazione razziale, la discriminazione, il razzismo ma anche la musica, il cinema, i media e la rappresentazione. 

Voice Over Foundation ha scelto di accompagnare il festival in questo percorso e di raccontarlo per tutto l'anno, attraverso le voci di chi ne è protagonista.

Intervista a Nadege Okou, ballerina, artista e insegnante di afro dance. 


D: Come ti chiami, ci puoi dire chi sei e cosa fai? 

R: Mi chiamo Nadege Okou, sono nata e cresciuta nella periferia di Milano e ho origini africane, precisamente dalla Costa d'Avorio. Insegno danza a livello nazionale e internazionale e come secondo lavoro faccio la modella. 


D: Quando e come è iniziato il tuo percorso nella danza? 

R: Ho iniziato la danza quando ero piccola, poi a 17 anni, ho trovato la mia scuola e lì ho capito di voler intraprendere questa carriera, non tanto come ballerina ma come insegnante perché volevo insegnare la mia cultura. Mi sono formata tra Italia e Parigi poi, a un certo punto, sono tornata in Italia per insegnare afro dance. 


D: Quanta Politica c’è nel lavoro che fai, nell’arte, nella danza? 

R: Partiamo dal fatto che qualsiasi stile di danza della cultura black nasce per una liberazione di sé stessi, per esprimere qualcosa che può essere consenso o dissenso, oppure per esprimere una situazione di goliardia o semplicemente di festa. Se dovessimo parlare di hip-hop, sappiamo benissimo che è nato in un periodo storico molto complesso per la comunità afro-americana. Ciò che insegno io nasce semplicemente da un bisogno di comunità. L’afrobeat creato da Fela Cuti nasce anche da una motivazione politica, ovvero mostrare la corruzione e la violenza della polizia. E questa è una cosa che spiego ai miei alunni, così come spiego che molti stili di danza della comunità afro nascono per un bisogno di comunità, per divertirsi insieme, quindi c’è sia un lato politico, sia un lato goliardico. E poi c’è un altro aspetto che spiego ai miei studenti, ovvero l’appropriazione culturale. Se balli qualcosa o indossi qualcosa, devi sapere perché lo stai facendo, devi sapere quali sono le motivazioni, le radici politiche profonde dietro quella danza o quell’indumento. Non tutti gli insegnanti lo fanno, anzi, soprattutto quelli che non sono afrodiscendenti. Lo dico spesso ai ragazzi: non dovete scimmiottarci. Non credo sia giusto indossare un indumento come il du-rag, senza nemmeno sapere che era usato dalle persone afroamericane schiave per proteggere i capelli che, altrimenti, venivano tagliati. Non lo dico per rompere le scatole ma per una ragione politica. Perché la danza è politica e serve a condividere, trasmettere e insegnare. 


D: Secondo te, qual è la situazione dei movimenti neri in Italia? A che punto sono? Qual è la tua analisi sulla situazione oggi?  

R: Se parliamo del mondo artistico e della danza, c’è sicuramente una spaccatura all’interno della “comunità” perché non tutti riescono a vedere e riconoscere questo aspetto di appropriazione culturale. In generale, bisogna dire che tutti hanno storie diverse e che noi siamo la prima generazione di neri cresciuti in Italia. Alcuni di noi hanno una forte connessione con la loro cultura d’origine, altri non ce l’hanno perché i genitori hanno cercato di renderli il più possibile europei. Questo ad esempio è il mio caso. Ci sono persone che non hanno mai avuto questo legame con la cultura d’origine e altre che sono cresciute con due o più culture... però se inizi a diventare un’artista, ti devi informare! Le radici sono importanti. Se non sappiamo da dove siamo partiti, se non conosciamo le nostre radici, non possiamo andare avanti perché si perde l’essenza. Ma se non conosci le tue radici, chiedi! Torno a ripetere che qui in Italia non siamo all’ottava o alla nona generazione come in Francia o Gran Bretagna ma siamo in costruzione. Adesso ci sono i primi movimenti che stanno nascendo ma ci vorrà molto tempo perché siamo giovani. I nostri genitori lavoravano e dicevano “andate a scuola”, pagavano le bollette e i soldi che rimanevano li mandavano in Africa e quello che aspettano è la pensione per tornare a casa. Molti di noi, invece, vogliono restare qui, quindi siamo veramente in costruzione. Noi saremo i prossimi anziani che diranno alla terza generazione "noi ci siamo fatti il culo a livello sociale, socioeconomico, politico per migliorare le condizioni di vita anche per voi”. 


D: Parlando in generale del festival, cosa ne pensi di Blackn[è]ss fest e perché è importante uno spazio come questo in Italia?

R: È uno spazio molto importante perché aiuta ad avvicinare la stessa comunità. Quando ero piccola tutte queste cose non c’erano e mi sentivo molto sola mentre oggi un* ragazz* di 15 o 16 anni afrodiscendente ha la possibilità di avvicinarsi a questa comunità e sentire che ne può fare parte. 


D: Progetti e lotte future? 

R: Continuo il mio tour sudamericano. Dopo il Messico, avrò eventi in Cile e in Colombia. Vado per insegnare il "MAPOUKA", uno stile ancestrale di danza della mia comunità ivoriana. Sono molto contenta perché la comunità sudamericana abbraccia la cultura black con enorme rispetto. E devo ammettere che sono stata chiamata a rappresentare l’Italia quindi questo mi fa sentire fiera e nervosa allo stesso tempo. 

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