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laura blackness
Aprile 08, 2024
BLACKNESS

In Italia, essere una donna nera transessuale significa ancora combattere per vedere riconosciuta la propria esistenza

La voce di Laura Bernie Amponsah, intervistata da Chiara Pedrocchi

Blackn[è]ss fest è il primo festival in Italia che propone una rielaborazione dell'universo afrodiscendente. Eventi e tavole rotonde per riflettere sul concetto di nerezza, secondo un percorso di decolonizzazione del linguaggio e per discutere di temi come gli effetti sulla salute mentale della profilazione razziale, la discriminazione, il razzismo ma anche la musica, il cinema, i media e la rappresentazione. 

Voice Over Foundation ha scelto di accompagnare il festival in questo percorso e di raccontarlo per tutto l'anno, attraverso le voci di chi ne è protagonista.

Intervista a Laura Bernie Amponsah, scrittrice e studentessa di Comunicazione, protagonista del festival Blackn[è]ss.


D: Ciao Laura, ci racconti chi sei e cosa fai nella vita?

R: Sono Laura, ho 27 anni e studio Scienze della Comunicazione a Bergamo. Faccio vari lavori, tra cui la netturbina, e faccio Poetry Slam da un po’ di anni. In queste occasioni, i poeti competono recitando i propri versi. Inoltre mi muovo tra vari collettivi di attivisti, anche se io non mi definisco tale: credo che dovremmo esserlo tutt3. Attraverso questi spazi, considerandoli luoghi che mi permettono di esistere.


D: Cosa vuol dire oggi essere una donna transessuale in Italia? 

R: Significa battersi tutti i giorni per vedere riconosciuta la propria identità, e cercare di creare spazi in cui sentirsi accolta: la propria esistenza dipende proprio da quanto le persone sono disposte ad accogliere. Il più delle volte significa doversi affermare. E anche se qualche volta può sembrare invadente, inopportuno, è quello che devono fare le persone politiche in quanto persone marginalizzate. Gli altri, infatti, percepiscono il tuo corpo come diverso, inferiore, e lo utilizzano come strumento per sentirsi superiori e affermare il proprio potere nel mondo.


 

D: Al Blackn[è]ss del 2023 hai partecipato a un tavolo dal titolo “Lo stato attuale del wokenismo”, dove con questo termine si intende il ​​processo di presa di consapevolezza rispetto alle ingiustizie sociali subite dalle minoranze, in particolare quelle nere. Quanto è woke l'Italia in questo momento e di cosa c'è bisogno perché le cose migliorino?

R: Secondo me, il termine woke ha un'accezione individuale, per cui io, come persona singola, osservando il mio percorso di vita mi accorgo che a un certo punto mi si sono aperti gli occhi. Oltre a questa accezione c’è quella politica, che è utilizzata sia dai media che dal sistema consumistico e che continua a utilizzare il termine.

Esiste un femminismo bianco e occidentale che è necessario, ci sono battaglie che portiamo avanti e non sono ancora risolte. In Italia il diritto all’aborto, per esempio, è in costante pericolo, però non c'è mai un dialogo aperto e costante che includa le altre donne marginalizzate, come quelle razzializzate, sulle quali viene costruita la libertà e l’emancipazione di tutte. 

Prendiamo il caso delle donne migranti che abitano in Italia: occupandosi spesso per lavoro dei figli delle donne bianche oppure delle persone anziane, fanno un doppio lavoro di cura, perché quando tornano a casa devono occuparsi anche della propria famiglia, quindi non hanno la possibilità di scegliere se fare o meno un lavoro di cura. Allo stesso tempo, ci sono le donne nei paesi del sud globale che non vengono mai incluse nel discorso femminista e, quando lo sono, se ne parla con sguardo colonialista. Come a dire che, senza il supporto dell'occidente, i paesi del sud globale non possono accedere alla civilizzazione, e ciò sottintende che ne esista una sola ed è, appunto, quella occidentale. 

 

D: Prima dicevi che fai anche Poetry Slam: qual è il ruolo della scrittura nella tua vita? n che modo scrivere si fa veicolo del racconto e della costruzione di un’identità?

R: Scrivere è una parte fondamentale della mia vita. Da quando ho avuto accesso a internet, ho sempre condiviso materiale e gestito dei blog. Per me scrivere è sempre stato una specie di osservatorio sulla mia identità. Per esempio, per molti anni, quando avevo i blog, scrivevo sempre in terza persona. Sono andata avanti così fino a quasi vent'anni. Mentre passavo dalla terza persona alla prima persona singolare era come se si verificasse una vera e propria presa di coscienza della mia immagine nella mia testa, e si concretizzasse anche nella realtà. La poesia mi ha aiutata tantissimo, perché mi ha dato un ausilio tramite le immagini e le metafore per rendere palesi cose che non avevo il coraggio di dire a me stessa. È scrivendo poesia che ho usato per la prima volta il femminile riferendomi a me stessa: è stato come se il mondo si accendesse e lo vedessi per la prima volta a colori. 

 

D: Quando ti esibisci davanti a tante persone facendo Poetry Slam, che cosa vuoi che arrivi a chi ti ascolta?

R: Innanzitutto voglio sbattere loro in faccia il mio corpo. Adesso un po’ meno, perché più vado avanti, più mi accetto, e quindi normalizzo me stessa agli occhi degli altri. Però inizialmente è stato proprio questo l’obiettivo, perché molte volte il modo in cui crediamo che gli altri ci vedano dipende dal fatto che abbiamo interiorizzato una visione di noi stessi che non combacia con la realtà. Inizialmente è stato un vero e proprio allenamento per farmi vedere al mondo per come sono. E, oggi come oggi, quando mi esibisco sento di essere lì con una consapevolezza, è un prendere spazio col mio corpo, un corpo che reputo politico. So di avere diritto di esprimermi in uno spazio che mi sono conquistata.


D: Ci sono stati dei libri o dei testi di riferimento che hanno segnato il tuo percorso? Qualche scrittrice o scrittore che è stato un punto di riferimento? 

R: Un libro molto importante della mia preadolescenza è stato quello di Bianca Pitzorno che si intitola “Extraterrestre alla pari”, e racconta la storia di un alieno in visita sulla terra. Poiché nel suo mondo non esistono i sessi, l’alieno arriva sulla terra per studiare gli esseri umani e nello specifico i rapporti di genere. Quando lo lessi a 12 anni fu la prima volta in cui non mi sentii più pazza: ero finalmente validata da qualcosa che esiste, e che è stato scritto da un adulto. 

Alle superiori ho cominciato a leggere in modo più costante e il mio blocco di lettura è finito con la scoperta di John Irving, uno scrittore statunitense che scrive anche romanzi per adolescenti o young adult. Mi sono molto riconosciuta in quello che scriveva anche per il suo modo di scrivere molto autorevole che associavo alla tradizione evangelica in cui sono cresciuta, pur non trattandosi di una scrittura evangelica. Nei suoi libri si parlava di rapporti sessuali e di disagio adolescenziale. È stato un punto di partenza, mi ha aiutato a non aver paura di inoltrarmi ancora di più nella letteratura e a non temere la sua capacità di generare immaginari possibili.

Ho infatti avuto la possibilità, a partire da qui, di immaginare la mia possibilità di esistere. Poi mi sono appassionata molto alla letteratura americana, e ho scoperto la beat generation, Ginsberg, Kerouac e Burroughs. Quest’ultimo, in particolare, creava mondi strampalati attraverso la scrittura. Era come se ricomponesse questo mondo. Non ci capivo niente, però era bellissimo leggerlo perché era pieno di immagini che, nonostante la loro bizzarria, mi confortavano. Creava questa mostruosità che, da un certo punto di vista, mi spaventa, ma a cui dall’altro sento in qualche modo di tendere. E poi ci sono autrici afroamericane che ho scoperto più tardi: bell hooks, Audrey Lord, e Maya Angelou. Sono state le autrici da cui penso di essere stata allevata in quanto donna. 


D: Quanto pensi che siano importanti in questo momento in Italia, spazi come il Blackn[è]ss Fest? 

R: Penso siano essenziali perché è come se svolgessero in qualche modo la funzione che la Poetry Slam ha avuto per me. Per persone afrodiscendenti avere uno spazio in cui la loro esistenza non viene costantemente messa in discussione, magari non direttamente ma anche solo con delle micro aggressioni, con uno sguardo sottile. Vedere tante persone afrodiscendenti che si vedono nello stesso modo in cui ti vedi tu, avere quello spazio di condivisione: penso sia molto importante, e per quanto mi riguarda ha significato tantissimo. 

 

D: Progetti e lotte future?

R: Sicuramente continuare a ribadire il senso di appartenere al mondo in quanto corpo nero e queer. E poi continuare a stare a fianco delle mie compagne della Collettiva Riot a Bergamo, fatta da persone non binarie socializzate al femminile. Siamo una Collettiva intersezionale, anticapitalista, con lente transfemminista. Per ora cerchiamo di creare alleanze all’interno della città di Bergamo, per esempio provando a organizzare un festival. E poi devo finire l’università. E continuare a cercare nuove possibilità di esistenza. 

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