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selam tesfai
Febbraio 22, 2024
BLACKNESS

E se mettessimo al centro l'amore? Ripensare le comunità razzializzate intorno al concetto di cura

La voce di Selam Tesfai, intervistata da Chiara Pedrocchi

Blackn[è]ss fest è il primo festival in Italia che propone una rielaborazione dell'universo afrodiscendente. Eventi e tavole rotonde per riflettere sul concetto di nerezza, secondo un percorso di decolonizzazione del linguaggio e per discutere di temi come gli effetti sulla salute mentale della profilazione razziale, la discriminazione, il razzismo ma anche la musica, il cinema, i media e la rappresentazione. 

Voice Over Foundation ha scelto di accompagnare il festival in questo percorso e di raccontarlo per tutto l'anno, attraverso le voci di chi ne è protagonista.

Intervista a Selam Tesfai, militante del centro sociale il Cantiere di Milano e protagonista del festival Cantiere e protagonista del festival Blackn[è]ss. 


D: Come ti chiami? Ci puoi dire chi sei e cosa fai nella vita?

 

R: Mi chiamo Selam Tesfai e ho 32 anni. Sono italiana di origine eritrea, da parte di entrambi i genitori. Al liceo mi sono avvicinata ai collettivi studenteschi poi, durante l'università, ho iniziato a far parte del Cantiere, un laboratorio politico metropolitano dove diverse soggettività si incontrano e si organizzano. Mi ha affascinato il legame con il Comitato Abitanti di San Siro che mette al centro il tema del diritto alla casa e affrontare anche altri aspetti trasversali. Qui, inoltre, è presente un forte protagonismo di persone che, di solito, vengono considerate dalla politica come oggetti e non soggetti. E sempre qui ci sono processi di soggettivazione delle donne ma anche degli uomini e dell3 bambin3, che a loro volta hanno fatto percorsi di rivendicazione che vanno dalla casa alla scuola per tutt3. Dalle rivendicazioni non si esclude nessunə. Un'altra ragione che mi ha legato al Cantiere è che hanno sempre portato avanti - e continuiamo a farlo - la memoria di Abdul William Guiebre, detto Abba. Per alcun3 di noi, quello di non dimenticare è un vero e proprio monito, e anche un po’ una promessa a noi stess3. 


D: Non ti sei definita attivista: ti consideri tale? 

 

R: Non lo so, ci sto ancora pensando. Sì, sono un’attivista, se intendiamo come tale una persona che davanti all'ingiustizia non fa finta di niente. Quello che a me non piace di questo termine è che dal mio punto di vista indica una strada di solitudine. Io sono una persona che si attiva e che ha deciso di organizzarsi insieme ad altre, ho deciso di fare Comunità. Questo tipo di progetto porta a connettersi per trovare delle soluzioni. Sono una militante del Cantiere, direi. Oggi essere attiv3 è stato rivalutato tantissimo, ed è considerato positivo ma va a fasi alterne: ogni tanto va di moda, ogni tanto no. Però è importante continuare, no? 

 

D: Mi parlavi di Abba: ci racconti chi era e qual è la sua storia.

 

R: Nel 2008 ci è arrivata la notizia di un ragazzo molto giovane picchiato a morte. Era un ragazzo nero italiano. Si è trattato di un episodio di violenza razzista: perché picchiare a morte un ragazzo in mezzo alla strada? Perché pensi che abbia rubato un pacchetto di biscotti? Quel pacchetto di biscotti rende l'idea di quanto per alcun3 la vita delle persone nere sia effimera. Molti pensano che non ci sarà alcuna reazione davanti a un atto di violenza di questo tipo. Credono di poterlo giustificare come un raptus ma le norme, seppur in una società razzista, esistono. Probabilmente queste persone sono talmente schiacciate dalla cultura razzista che per loro è normale uccidere a morte una persona solo per un furto, mai provato.

È così che Abba è stato ucciso. La sua famiglia ha voluto giustizia, le sue sorelle hanno lottato perché non venisse dimenticato e perché i giornali pubblicassero la sua foto. Volevano che si vedesse che era un ragazzo giovane e sorridente e non c’era nessun elemento per giustificare l'idea della sua pericolosità. Ma è sempre difficile trasmettere una narrazione dove ci sono dell3 italian3, non bianc3, aventi pieni diritti. Se non sei biancə, le persone hanno la sensazione di avere più potere e poterti maltrattare, verbalmente o fisicamente. 

È stato pesante. Tutt3 conoscevano Abba perché ogni tanto veniva alle serate hip-hop al Cantiere e perché alcun3 di noi andavano a scuola con lui.

Due giorni dopo l’uccisione c’è stata una manifestazione studentesca, poi il sabato un corteo cittadino dove abbiamo cercato di tenere insieme la componente antifascista militante della città con la componente giovane meticcia antirazzista, meno organizzata strategicamente ma più consapevole della violenza razzista. 

Da quel momento ricordiamo Abba portando la sua storia nelle scuole e attraverso l'AbbaCup, un festival di tre giorni che organizziamo ogni anno a settembre al parco Sempione, dove occupiamo uno spazio centrale della città. 

 

D: Prima dicevi che al liceo eri già in contatto con collettivi e realtà di lotta. Quale è stato il primissimo approccio a questo tipo di organizzazioni? Cosa ha fatto scattare in te l'attivazione? 

 

R: Al liceo ho visto una locandina del Cantiere che parlava di un treno speciale del movimento No Dal Molin contro l'allargamento della base militare Nato a Vicenza. Era previsto un corteo. Vicenza risuonava nella mia memoria: mia sorella e le sue amiche ci andavano spesso per serate Hip-Hop in anni in cui a Milano se ne trovavano poche. Io non mettevo ancora a sistema la questione della base militare, ma mi risuonava. Quindi io e un’amica abbiamo chiesto informazioni al Cantiere, anche se avevamo solo 14 anni. Loro ci hanno suggerito di riportare quelle rivendicazioni all’interno del collettivo della nostra scuola, e così abbiamo fatto. In seguito ci sono state le autogestioni, le manifestazioni, le occupazioni.

 

D: All’edizione del Blackn[è]ss del 2023 hai curato insieme all’artista e scrittrice Wissal Houbabi il laboratorio “E se mettessimo al centro l'amore?”. Come avete deciso di dargli questo titolo? Che cos'è per te questo amore?

 

R: Il laboratorio è nato da una conversazione permanente tra me e Wissal. L’idea deriva da una domanda che si è posta l’organizzazione: “di che cosa ha bisogno la nostra comunità in questo momento? Quali sono i temi che non trattiamo mai fino in fondo?”. Tra questi c’erano il consenso e l'amore: sono tematiche che non possiamo dare per scontate, né possiamo dare per scontato che tutt3 le abbiamo vissute allo stesso modo. Viviamo in una società che nega la centralità del consenso nelle relazioni, ma ci sono delle controculture che riescono a mantenere una certa autonomia per cui sviluppano l’amore in modo diverso. Non volevamo uno spazio per dare una linea, ma per tracciarla insieme. Noi non abbiamo una direzione, abbiamo delle parole. Io e Wissal siamo amanti delle parole. Durante l’ideazione del laboratorio abbiamo deciso di condividere un foglio per osservare cosa scriveva l'altra, come commentava, quali erano i suoi pensieri sui vari punti. Siamo persone che vivono le relazioni in modo molto differente, anche l'amore e il sesso. Avevamo idee diverse che dovevano incastrarsi. Allora ci siamo dette “ma se mettessimo al centro l'amore? E se provassimo a ripensare a delle comunità non solo unite dal trauma e dal dolore?”.

Le comunità di persone razzializzate spesso si costituiscono perché gli individui sono traumatizzati dal razzismo, un dolore grande e sordo continuamente presente nelle nostre vite, per il quale abbiamo sviluppato meccanismi di difesa. Volevamo ribaltare questo elemento, cercando di vedere le nostre comunità come spazi che mettono al centro l'amore e che si basano sulla cura come pratica di resistenza. 

 

D: All’evento avevate attaccato alle pareti dei poster con gli screenshot di alcuni siti pornografici dove si vedevano le categorie, spesso denominate in base a caratteristiche fisiche o provenienza delle persone. Mi spieghi meglio la questione della feticizzazione delle persone razzializzate?

 

R: Abbiamo deciso di trattare il sesso in quanto relazione non tra i corpi ma tra le persone e le comunità. Abbiamo voluto parlare di feticizzazione, senza però metterla al centro: non volevamo renderlo un momento di pesantezza per le persone razzializzate che avrebbero partecipato al workshop, quindi l’abbiamo tenuto come monito, alle pareti della sala. Pensiamo ci sia un utilizzo strumentale di parti dei nostri corpi, una modalità negativa di rappresentarci nelle fantasie sessuali, nei kink, cioè le pratiche sessuali non convenzionali. C'è una forte spersonalizzazione che porta a pensare che la feticizzazione non sia un male. Quindi abbiamo pixellato tutte le immagini e abbiamo deciso di lasciare solo i titoli delle categorie. Volevamo mostrare come vengono categorizzate le persone per un elemento della loro estetica, che viene scelto da altri e non da loro per rappresentarsi. Al centro di queste riflessioni ci dovevano essere i nostri corpi, quindi ho portato quella che per me è una riflessione cardine, quella tra genere e razza. 

 

D: Qual è il rapporto con le tue radici? Provi della rabbia?

 

R: Ho sempre associato il mio essere nera all'essere eritrea, anche perché sono cresciuta vivendo la dimensione di comunità in modo molto forte. Da un lato c’erano i funerali, la morte, i matrimoni, i battesimi, la celebrazione della vita e dall'altro le feste legate alle ricorrenze politiche e religiose. Vivere questa complessità mi ha fatto sentire parte di qualcosa. Non posso dire la stessa cosa di altre persone che hanno vissuto in maniera diversa lo spazio della ricerca dell'identità, cosa che ho dovuto attraversare anche io. 

Sicuramente provo rabbia, rabbia degna, rabbia come motore che mi permette di reagire alle cose, una rabbia che mi tiene insieme. In casi come questi capita di accorgersi di essere in un gruppo che prova le stesse emozioni, ma non fa un lavoro di decostruzione e decodificazione di queste. Vedere se veramente stiamo provando la stessa emozione e se questa ci porta nella stessa direzione è un processo più lungo della costruzione di una mobilitazione, quindi per costruire connessioni vere bisogna andare oltre la rabbia. Io con la lotta ho un buon rapporto: trovo che sia una cosa che mi nutre.

 

D: Perché ritieni importante l’esistenza di uno spazio come Blackn[è]ss in questo momento in Italia?

 

R: Perché qualcuno l'ha pensato e ciò significa che i tempi sono maturi, ed è giusto che ci siano eventi dove ci autodeterminiamo nei programmi e nelle modalità. Alcune di queste sono ormai consolidate, ma altre possono ancora essere migliorate. La cosa che mi piace di più è il fermento che c’è intorno alla programmazione, perché c’è spazio di manovra e di realizzazione. 

Durante l’ultima edizione del Blackn[è]ss si sono creati dei gruppi misti per genere, età, razza, abilità. Questo ha aggiunto una difficoltà: è capitato che delle persone bianche chiedessero dei chiarimenti, per esempio rispetto a che cosa fosse il colorismo, cioè la discriminazione nei confronti di individui con una carnagione più scura all’interno di un gruppo di persone razzializzate. In uno spazio come il Blackn[è]ss domande simili possono infastidire le persone nere, perché tutte queste interruzioni sono sentite come sassolini che interrompono l’ingranaggio della presa di consapevolezza delle dinamiche di razzismo e di rivendicazione dei propri diritti. 

Da qui la necessità di ragionare sull'esistenza di spazi separati, formati solo da persone razzializzate, che permettano di andare a fondo nei ragionamenti e poi di riportarli all’esterno. Gli spazi separatisti non sono spazi impermeabili o escludenti, per chi è costretto ai margini sono spazi di possibilità.

Blackn[è]ss è anche un terreno di costruzione di alleanze. È in questi momenti che noi vediamo chi davvero non ha paura di starci a fianco: talvolta la propria white fragility, per usare un inglesismo, cioè l’atteggiamento di autodifesa delle persone bianche legato alla messa in discussione del privilegio bianco, fa loro percepire questo come una colpa. Ma di questo privilegio bisogna pur fare qualcosa, bisogna renderne conto in relazione a chi non ce l’ha. È proprio in questi eventi dove noi ci autodeterminiamo che vediamo chi non ha paura di starci a fianco, anche quando a decidere siamo noi. 

 

D: Quali sono i tuoi progetti e le tue lotte future?

 

R: Vorrei dare spazio alle riflessioni rispetto alla sessualità, al consenso e all'amore, e vorrei anche riflettere sul passato coloniale. Secondo me la relazione tra sesso e razza è molto importante perché il sesso è stato uno strumento di dominazione e di controllo. Oggi ci sono ancora parecchi retaggi patriarcali e coloniali. Queste due cose vanno insieme e bisogna far sì che il femminismo liberale, che si differenzia da quello intersezionale perché punta alla parità di genere per tutte le donne, senza riflettere sulla molteplicità di identità e oppressioni che ci attraversano. Dobbiamo escludere anche il femminismo nazionalista, che vede i partiti nazionalisti parlare di difesa della donna nell’ambito di campagne contro i migranti. Dobbiamo starci attenti. Siamo felici che le persone parlino di femminismo, ma ci dobbiamo rendere conto che ci sono dei grossi limiti nel pensare che dirsi tale significhi lottare per la stessa cosa. Provo perciò interesse, ma anche preoccupazione.

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